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giovedì 3 agosto 2017

Italia e Libia in guerra contro i rifugiatiI

Parlamento italiano. Sinistra italiane e Movimento5Stelle hanno votato contro, Forza Italia e l’area gentiloniano-renziana, fino a Pier Luigi Bersani incluso, hanno votato a favore della guerra italo-libica contro i rifugiati. Articoli di Carlo Lania e Daniela Preziosi. il manifesto, 3 agosto 2017- 


LA PRIMA NAVE ITALIANA
È GIÀ IN LIBIA. 
L’OIM: «NO AI RESPINGIMENTI»
di Carlo Lania


«Messaggio in Codice. Via libera del parlamento alla missione. Forza Italia vota con la maggioranza, Mdp si spacca. Contrari Si, Lega e M5S»

La prima nave militare italiana si trova già nel porto di Tripoli. Si tratta del pattugliatore Comandante Borsini in servizio con la missione «Mare sicuro» che ieri, subito dopo il via libera del parlamento alla missione, ha ricevuto dallo Stato maggiore della Difesa l’ordine di dirigersi in acque libiche. A bordo ufficiali della squadra navale e del Comando operativo del vertice interforze che dovranno coordinarsi con i colleghi libici per decidere quali e quanti mezzi distogliere dall’attività di Mare sicuro – che opera non distante dalle acque territoriali libiche – per essere impiegati nella nuova operazione di contrasto all’immigrazione. Secondo le autorità di Tripoli serviranno almeno cinque giorni per mettere a punto tutti i particolari tecnici dell’operazione (oltre alle navi, l’area entro la quale utilizzarle e che tipo di supporto dovranno fornire alla Guardia costiera del Paese).

A questo punto l’avventura italiana in Libia è davvero cominciata, con tutto il suo carico di incertezze. Poco prima che la Comandante Borsini puntasse la prua verso il paese nordafricano, erano state Camera e Senato ad autorizzarne il via libera, seppure senza «l’ampio consenso» auspicato dal governo alla vigilia. Mentre Forza Italia si è schierata con la maggioranza, Lega Nord, Sinistra italiana e M5S hanno infatti votato contro e Fratelli d’Italia si è astenuto. Spaccato il Mdp, con alcuni deputati che hanno votato contro, altri che si sono astenuti e, infine, altri ancora che si sono espressi a favore. Al Senato i bersaniani hanno invece votato unanimi a favore.

Difficile capire il clima che già a partire da oggi circonderà la missione. Ieri, con una dichiarazione a metà tra l’apprezzamento e le minacce, il colonnello Ayoub Qassem, portavoce della Marina libica che fa capo al Governo di accordo nazionale guidato dal premier Fayez al Serraj, prima ha riconosciuto come il sostegno italiano abbia contribuito «a migliorare i salvataggi», poi ha definito «vaga» la decisione di Roma di intervenire in acque libiche e promesso di «vigilare con attenzione affinché non venga violata la sovranità delle nostre acque territoriali». Parole che in realtà sembrano servire più a smorzare possibili attacchi interni che un avvertimento alle navi della nostra Marina, tanto più se si pensa che richiedere l’intervento italiano è stato proprio Serraj con una lettera inviata il 23 luglio al presidente del consiglio Paolo Gentiloni.

A destare le preoccupazioni maggiori, però, è ancora la sorte che spetterà ai migranti fermati in acque libiche, a questo punto anche con il contributo italiano. «Consideriamo inaccettabile soccorrere i migranti in mare per poi riportarli in Libia dove vivranno in condizioni che tutto il mondo conosce», ha detto ieri parlando al Comitato Schengen il direttore dell’Ufficio coordinamento per il Mediterraneo dell’Organizzazione internazionale per le migrazioni, Federico Soda. «Cercheranno di attraversare il mare di nuovo, e quindi, di fatto, intensificheranno la tratta e il traffico».

In Libia ci sono circa 30 campi governativi nei quali i migranti sono detenuti. Soda ha spiegato come l’Oim riesca a entrare solo in una ventina di questi dove ha potuto verificare le «condizioni pessime» in cui uomini, donne e bambini sono costretti a vivere. «E in quelli in cui non entriamo si trovano presumibilmente in condizioni peggiori», ha proseguito.

Torture, violenze di ogni tipo e sfruttamento sono all’ordine del giorno eppure per le organizzazioni internazionali finora non c’è alcuna certezza che i migranti che verranno ricondotti in Libia non subiranno le stesse sevizie. Duro il giudizio espresso da Amnesty International sul via libera del parlamento alla missione italiana. «Facilitare l’intercettamento e il ritorno in Libia di migranti e rifugiati – ha detto il vicedirettore dell’organizzazione, Gauri Van Gulik – significherà destinarli ai centri di detenzione del paese dove quasi certamente saranno esposti al rischio di subire torture, stupri e anche di essere uccisi. Il voto di oggi – è la conclusione di Van Gulik – potrebbe rendere le autorità italiane complici di questo orrore».

MDP, IL SÌ ALLA MISSIONE
FINISCE IN MINORANZA»
di Daniela Preziosi


«Libia. Alla camera tra assenti e contrari la maggioranza dei deputati non segue l'indicazione favorevole a un via libera "sofferto". Spaccatura tra gli ex Sel e gli ex Pd che al senato sono da soli e infatti il gruppo resta unito sul voto favorevole»

«Ma no, non ci siamo spaccati, abbiamo avuto una articolazione politica. Ma nulla di drammatico: veniamo da percorsi diversi sui temi della politica estera. E sulle missioni. Ma divisi no: sto preparando un viaggio per il medioriente con Roberto Speranza, a settembre…». In Transatlantico Arturo Scotto minimizza, ma il problema c’è e si vede. Anzi si conta: sulla missione in Libia al senato, dove Mdp è composto da ex Pd, tutti votano sì come un sol uomo. Alla Camera Articolo 1 si fa in tre-quattro, anche più.

Su 43 deputati, in 20 votano sì, in cinque no (come i cugini di Sinistra italiana), uno si astiene, in 13 escono dall’aula – per lo più ex Sel – e il resto sono assenti. Si misurano insomma quelle che in una vecchia sezione si definirebbero «divergenze di analisi». E la famosa «sintesi», che in queste ore viene faticosamente ricercata con Giuliano Pisapia per rimettere in carreggiata «Insieme» , non arriva. Tanto che a Montecitorio Carlo Galli, il filosofo della politica cui spetta l’onere di pronunciare il sì alla mozione governativa a nome del gruppo, deve ricorrere a un’espressione sofferta, parla di «appoggio necessariamente articolato, date le diverse sensibilità presenti».

La linea ufficiale di Mdp è dunque quella di un sì condizionato, ma comunque sì: la decisione del governo «presenta evidenti di criticità, tutte evidenziate nell’atto di indirizzo che abbiamo autonomamente presentato», chiede un «giusto riconoscimento» per il ruolo delle Ong. Eleonora Cimbro ci aggiunge una lamentela per l’ok agli emendamenti di Forza Italia: «Un atteggiamento schizofrenico oppure siamo di fronte a un accordo politico tra Pd e Fi».

Ma alla fine l’appoggio alla mozione della maggioranza non è discussione, «in un’ottica di assunzione di responsabilità nazionale più che di specifica fiducia verso l’esecutivo», dice Galli: esecutivo che pure sostengono, almeno per il momento. In attesa della legge di bilancio, sulla quale già si dichiarano pronti alla rottura.

Dai fuoriusciti di Sel arriva invece un fuoco di fila contro la missione. Per Scotto il sì del parlamento è «un tragico errore», un voto al buio perché l’invio delle navi «trae origine dalla lettera del premier Al Serraj» in cui chiede aiuto all’Italia, che però «il parlamento non ha potuto leggere» (tranne il Copasir).

«La logica del respingimento serve a strizzare l’occhio alla montante pulsione xenofoba», rincara il collega Michele Piras, «l’ingresso italiano nelle acque libiche rischia di generare un contraccolpo ulteriore sulla credibilità interna di Al Serraj» e insomma, «affrontare così un fenomeno colossale è miope ed inutile, un palliativo scorretto». Ancora più duro Florian Kronbichler: «Il passo dal piano politico a quello militare è una dichiarazione di bancarotta dell’Europa nella gestione della crisi migratoria», «governo e parlamento hanno deciso non di aiutare chi fugge, ma di catturare, in modo militare, chi fugge».

Fra le due componenti di Mdp insomma c’è in mezzo un mare di differenze, e sulle missioni militari si capisce: chi proviene dalla sinistra-sinistra lo sa già almeno dai tempi della guerra in Kosovo, per la quale l’allora Prc tolse l’appoggio al governo Prodi: e i Comunisti italiani di Armando Cossutta si scissero da Rifondazione e appoggiarono il governo D’Alema. Quello stesso D’Alema che oggi vuole rimettere insieme tutta la sinistra.

Il Prc, quello di oggi, non si fa sfuggire l’occasione di attaccare i «compagni», gli uni e gli altri: sulla missione in Libia: «Il voto a favore degli esponenti di Mdp e Campo progressista, in coerenza con il disastro combinato quando erano nel Pd, purtroppo conferma che queste formazioni non rappresentano un’alternativa di sinistra per questo paese».



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