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sabato 12 agosto 2017

Haftar e le minacce alle navi italiane: «Senza il nostro accordo, è un’invasione»

Aiutiamoli a casa loro. Servono 20 miliardi di dollari per «munizioni, armi, autoblindo, jeep per la sabbia, droni, sensori, visori notturni, elicotteri, materiali per costruire campi armati». Un lucroso finanziamento indiretto ai costruttori di armi occidentali. Intervista di Lorenzo Cremonesi a Khalifa Haftar. Corriere della Sera 12 agosto 2017 (m.p.r.)


Parla il leader che controlla la regione della Cirenaica: «Non c’è stata alcuna intesa con noi. Io non vi ho dato alcuna luce verde. Sarraj ha violato in modo grave quegli accordi, dove si dice esplicitamente che mosse di questo genere vanno coordinate tra noi». Sin dalle prime battute in quasi un’ora e mezza di intervista il generale Khalifa Haftar fa capire che a questo punto non intende davvero bombardare le navi militari italiane in Libia. Ma l’uomo forte della Cirenaica spiega anche le ragioni del suo acceso risentimento contro il governo italiano e nei confronti del premier di Tripoli, Fayez Sarraj. Lo abbiamo incontrato nella capitale giordana mentre sta preparando una visita nei prossimi giorni a Mosca. Su cui specifica: «Con la Russia abbiamo un rapporto storico. Ma che io sappia non hanno alcuna intenzione di costruire una loro base militare in Cirenaica».

Generale può spiegare come mai ai primi di agosto ha dichiarato che avrebbe potuto attaccare le navi italiane che incrociassero nelle acque territoriali del suo Paese?
«In primo luogo voglio ribadire che libici e italiani sono amici. Abbiamo superato il retaggio dell’aggressione fascista. E, proprio perché i nostri rapporti sono eccellenti, tengo a combattere chiunque provi a rovinarli. In Italia veniamo in vacanza, i nostri feriti sono curati, abbiamo antiche relazioni economiche. Ma devo anche dire che noi libici teniamo alla nostra indipendenza e sovranità. Nessuno può entrare con mezzi militari nelle nostre acque territoriali senza autorizzazione. Sarebbe un’invasione e abbiamo il diritto-dovere di difenderci, anche se chi ci attacca è molto più forte di noi. Vale per l’Italia, come per qualsiasi altro Paese».

Ma l’arrivo delle navi italiane è il frutto di un accordo tra Roma e Sarraj, nel contesto del controllo del traffico dei migranti. Lei sa bene che non c’è alcuna mira aggressiva. Dove sta il problema?
«Non c’è stata alcuna intesa con noi. Io non vi ho dato alcuna luce verde. Non solo, nessuno ci ha mai detto nulla. È stato un fatto compiuto, imposto senza consultarci».

Dunque quelle navi della marina militare italiana nel porto di Tripoli e dintorni restano obbiettivi potenziali?
«No, non è questo il caso. Non si tratta di un atteggiamento specificamente anti-italiano. Vale per qualsiasi nave militare straniera che resta un obbiettivo legittimo, se non si coordina con le mie forze armate».

La sua è un’accusa a Sarraj, che non rispetta le vostre intese di cooperazione firmate a Parigi il 25 luglio sotto l’egida del presidente Macron?
«Assolutamente sì. Sarraj ha violato in modo grave quegli accordi, dove si dice esplicitamente che mosse di questo genere vanno coordinate tra noi. Ma la violazione è anche italiana. A Roma sono corresponsabili, sanno benissimo che Sarraj non ha alcuna autorità per permettere alle vostre navi di venire nelle nostre acque territoriali. Non ha chiesto il parere a me e neppure al suo Consiglio presidenziale. La sua è una scelta individuale, illegittima e illegale».

Lei stesso in gennaio ha spiegato in un’intervista al Corriere di avere contatti regolari con i servizi segreti italiani. Neppure loro l’hanno avvisata in anticipo?
«Nulla. Nessuno mi ha detto nulla dall’Italia. Per me è stata una sorpresa totale. Dopo che ho protestato è venuto personalmente il numero due dei vostri servizi a scusarsi, promettendo che avrebbe investigato per capire dove a Roma avevano sbagliato».

È il fallimento delle intese di Parigi?

«Non direi. Io credo ancora in quelle intese, restano l’unica piattaforma su cui costruire la transizione per cercare di alleviare le sofferenze del popolo libico. Penso inoltre sia possibile tenere elezioni politiche in Libia il marzo prossimo, come si è programmato a Parigi, e probabilmente anche prima».

Quindi Sarraj resta un partner, anche se ogni volta che parla con lei i suoi alleati lo attaccano duramente?
«Sarraj è messo alla prova. Vediamo se riesce a mantenere la parola data. Anche se sino ad ora ha sempre fallito a causa delle sue debolezze strutturali. Lo provano le sue ultime mosse, ha già tradito anche le promesse fatte al nostro incontro di Abu Dhabi in primavera. Il suo problema è che dipende dalle milizie, non possiede un esercito regolare come il nostro. Ecco perché subisce anche il peso delle bande di scafisti e della criminalità che gestisce il traffico dei migranti in Tripolitania».

Eppure, negli ultimi giorni il traffico di migranti verso l’Italia pare diminuire. I flussi crescono per contro verso la Spagna. Lei cosa suggerisce?
«Il problema migranti non si risolve sulle nostre coste. Se non partono più via mare ce li dobbiamo tenere noi e la cosa non è possibile. Anche gli accordi del vostro ministro degli Interni Minniti con le tribù, le milizie e le municipalità del nostro deserto sono solo palliativi, soluzioni fragili. Dobbiamo invece lavorare assieme per bloccare i flussi sui 4.000 chilometri del confine desertico libico nel sud. I miei soldati sono pronti. Io controllo oltre tre quarti del Paese. Possiedo la mano d’opera, ma mi mancano i mezzi. Macron mi ha chiesto cosa ci serve: gli sto mandando una lista».

Per esempio?
«Corsi di addestramento per le guardie di frontiera, munizioni, armi, ma soprattutto autoblindo, jeep per la sabbia, droni, sensori, visori notturni, elicotteri, materiali per costruire campi armati di 150 uomini ciascuno altamente mobile e posizionati ogni minimo 100 chilometri».

Costo?
«Stimo circa 20 miliardi di dollari distribuiti su 20 o 25 anni per i Paesi europei uniti in uno sforzo collettivo».

Una somma comunque enorme!
«Nulla, se paragonata a quella che l’Europa stanzia per Erdogan. La Turchia prende 6 miliardi e passa da Bruxelles per controllare un numero infinitamente inferiore di profughi siriani e qualche iracheno. Noi in Libia dobbiamo contenere flussi giganteschi di gente che arriva da tutta l’Africa. Se ogni governo europeo contribuisce ad aiutarci, per voi la spesa diventa irrisoria».

Lei continua a parlare del suo impegno nella lotta contro il terrorismo. Ma c’è ancora un vero pericolo Isis in Libia dopo la sua apparente sconfitta nella roccaforte di Sirte l’autunno scorso?

«È molto diminuito. A Bengasi e nel deserto sotto il nostro controllo l’abbiamo battuto. Restano pericolosi circa 300 militanti di Isis a Derna e 200 a Sabrata».

Agli inizi di giugno le milizie di Zintan, sue alleate, hanno liberato il figlio maggiore di Gheddafi, Saif al Islam. Lei ha avuto un ruolo?

«No e non gli ho mai parlato da quando è stato liberato. Saif non mi ha mai chiesto alcuna assistenza. È un cittadino libico come tutti gli altri, con obblighi e doveri. L’era di Gheddafi è cosa del passato, anche se so che tanti tra i suoi ex sostenitori oggi mi sono favorevoli.
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