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Domani è troppo tardi per salvare il pianeta Terra. Lo affermano quindici mila scienziati di 184 paesi che hanno reiterato l'appello "World Scientist' Warning to Humanity"per fermare la distruzione del Pianeta, lanciato per la prima volta 25 anni fa. (l.s.)

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mercoledì 9 agosto 2017

Che futuro per Bologna?

Riflessioni sul quadro politico e culturale nel quale si pone l'episodio degli sgomberi forzosi di due centri di vita sociale. La lezione è chiara: rigenerazione urbana significa arrendersi al mercato e alle sue logiche oppure essere picchiati dalla polizia. Una corrispondenza per eddyburg, 8 agosto 2017



Questa mattina il capoluogo emiliano si è svegliato a suon di sgomberi ai danni di due esperienze sociali: Làbas e Laboratorio Crash. L’operazione di oggi è il tentativo di snaturare e cancellare un effervescente laboratorio politico.

Un risveglio triste quello bolognese. Làbas e Laboratorio Crash, due spazi sociali, sono stati sgomberati nella desolata mattinata dell’8 agosto. Già nella serata di lunedì le prime voci su un presunto sgombero ai danni di Làbas, esperienza sociale al suo quinto anno di età, che al suo interno racchiudeva esperimenti di mutuo lavoro, un dormitorio con 12 posti letto, il mercato contadino del mercoledì, un luogo di socialità trasversale nel cuore della città. I sigilli hanno messo fine anche al Laboratorio Crash, esperienza diversa ma con una storia lunga 17 anni, figlia del g8 di Genova, laboratorio politico e location di eventi di ogni genere, un luogo attivo nella lotta del diritto all’abitare. Un altro pezzo di Bologna che se ne va, quella Bologna, di cui oggi è stata cancellata grossa parte della memoria collettiva, fatta di resistenze, di esperimenti politici e iniziative dal basso.

Cosa ne rimane? Una riflessione sulla direzione che questa città ha preso è d’obbligo. Nell’ultimo anno il segnale è stato ancora più forte: non c’è più spazio per l’autorganizzazione. Lo dimostrano gli sgomberi fatti negli ultimi due anni, alcuni senza nessun tentativo di trattativa; i più recenti “BancaRotta” del collettivo LuBo e la Consultoria TransFemministaQueer, murata solo dopo 4 giorni. Via DeMaria, la biblioteca di scienze umanistiche in via Zamboni 36, Via Gandusio, Arci Guernelli e, prima ancora, Atlantide, ExTelecom e la lista potrebbe essere lunga, come dimostra l’inchiesta di Zic. “Chiedi (ancora) alla polvere”. Tutti spazi occupati, abitativi o sociali, che sono stati tolti all’incuria, la cui fine è stata decretata con la costruzione di muri, per poi essere nuovamente abbandonati o svenduti a privati.

Emblematico è il caso di Làbas, nato dalle ceneri di un’ex caserma di proprietà prima del Demanio, poi di cassa Depositi e prestiti. Dal 2010 lo stabile è stato messo più volte in vendita, fino a essere acquistato nel 2014 da Cassa Depositi e Prestiti (Cdp), insieme ad altre ex caserme militari e immobili per una somma di 50 milioni di euro, di cui 7,5 milioni nelle casse del comune. La riqualificazione dello stabile è stata inserita tra gli interventi previsti dal POC (piano operativo comunale), tramite un accordo tra comune e Cdp che prevedevano “la costruzione di un albergo, una trentina di alloggi, attività commerciali e ristorative” (come si legge nel sito aggiornato al 2016). La stessa amministrazione, guidata dal sindaco Merola, si era, poi, espressa positivamente su Làbas, mentre Cassa Depositi e Prestiti si era detta favorevole a un incontro con il collettivo, nonostante l’emissione di un decreto di sequestro da parte della Procura nel dicembre del 2015. D’altra parte l’appoggio del quartiere è stato tale per cui il centro sociale è diventato, negli anni, una vera e propria piazza di socialità e ha dato vita a un Comitato per la difesa e la valorizzazione dell’ex caserma, sede in epoca fascista della XXIII Brigata Nera “Eugenio Facchini” e luogo di tortura di partigiani, ma completamento abbandonato per 15 fino all’occupazione del 2012.

In una giornata di mezza estate due esperienze sono state cancellate. Dietro l’egida della legalità si giustificano sgomberi in cui i manganelli fanno da protagonisti, ultimo quello di Labas, ma non il solo. A Bologna la rotta è cambiata, non c’è più spazio nonostante gli innumerevoli edifici abbandonati o in costruzione da decenni, un esempio è la discussa Trilogia Navile.

Una città per chi? Viene da chiedersi. La strada intrapresa è quella della rigenerazione urbana, etichetta dietro cui si celano tutta una serie di meccanismi che sembrano riversarsi in un processo di vetrinizzazione della città. È questo che fanno presumere le recenti campagne di marketing urbano, i progetti di riqualificazione previsti nel quartiere popolare della Bolognina o in altre aree periferiche, o il progetto di riqualificazione della controversa piazza Verdi. Alla retorica neoliberista che rappresenta la città come uno spazio per le grandi cattedrali del consumo (si veda il progetto FICO), si affianca quella sulla sicurezza delle città che vede gli spazi occupati come luoghi del degrado, che trova la sua summa nel decreto Minniti sul decoro urbano. Se infatti, da una parte ci si dota di strumenti quali regolamenti sui beni comuni o patti di collaborazione, dall’altra, si emettono ordinanze, privatizzano servizi, si dota la città di tutto un arredo fatto di videosorveglianza e militari per fronteggiare la narrazione sulla questione sicurezza e degrado.

Ritorna vivido alla mente il murale di Blu, #OccupyMorodor, che rappresentava la battaglia tra forze opposte che in questi giorni si sta consumando nelle strade bolognesi. Il murale, dipinto sulle pareti di Xm24, altro centro sociale sotto sgombero e ultimo baluardo di quella Bologna che si vuole neutralizzare, è stato cancellato un anno fa dal suo stesso autore e da attivist* di Xm e Crash come gesto radicale contro la privatizzazione della street art bolognese a opera della Fondazione Genius Bononiae. Così come le pennellate grigie non hanno eliminato del tutto la memoria dell’opera, i muri non cancelleranno un’altra idea di città.

Quella che si combatte è una lotta per il diritto alla città, che nessuno sgombero può fermare. Riprendendo le parole di D. Harvey: “La domanda riguardo a che tipo di città vogliamo non può essere separata dalla domanda circa che genere di persone vogliamo essere, quali tipi di relazioni sociali ricerchiamo...” (Rebels cities, p.22)
    
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