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sabato 22 luglio 2017

Sant’Elia, lo spazio urbano si racconta

«Intervista a Maurizio Memoli, professore di Geografia economico-politica all’Università di Cagliari, coautore del webdoc che racconta il quartiere popolare sul mare a sud est di Cagliari». il manifesto, 22 luglio 2017 (c.m.c)




Affacciato sul mare all’estremità meridionale di Cagliari, affollato dai palazzoni grigi dell’edilizia popolare e raccolto intorno allo storico Lazzaretto seicentesco – oggi teatro di attività culturali e «mondane»- il quartiere di Sant’Elia è uno dei luoghi più contraddittori della città. Nato come borgo di pescatori e edificato negli anni Cinquanta per gli sfollati dei paesi dell’entroterra che si erano riversati su Cagliari, ha subìto un profondo mutamento quando alla fine degli anni Settanta sono stati eretti quei palazzoni che oggi lo identificano per metonimia e hanno rivoluzionato l’aspetto, e il tessuto sociale, del borgo.

Le immagini del quartiere e le parole dei suoi abitanti sono i «protagonisti» del webdoc “Sant’Elia – Frammenti di uno spazio quotidiano”, progetto collettivo coordinato da Maurizio Memoli – professore di Geografia economico-politica all’Università di Cagliari, che ce lo ha raccontato – e realizzato insieme al giornalista Claudio Jampaglia, la ricercatrice Silvia Aru e il filmmaker Bruno Chiaravallotti. Vincitore del premio speciale webdoc al Capodarco l’altro Festival, Sant’Elia – Frammenti di uno spazio quotidiano è un lavoro di geo telling, come l’hanno soprannominato i suoi creatori: che fa parlare, e raccontarsi in prima persona, uno spazio urbano. Nei sei episodi che lo compongono (visibili sul sito webdoc.unica.it) la telecamera si sofferma a osservare le strade del quartiere, le sue case e i suoi palazzi, così come la distesa blu del mare che lo circonda e lo avvolge nel suo fascino. Fuori campo, la voce di sette donne di Sant’Elia illustra il loro rapporto con quello spazio: l’orgoglio e le lotte quotidiane, la stigmatizzazione e i pregiudizi di cui sono vittime, i ricordi di ciò che il quartiere è stato nel passato, i suoi miti fondativi e il fantasma dell’innocenza perduta.

Che cos’è il geo telling?
Subito dopo le rivoluzioni tunisine ci siamo trovati a confrontarci sull’idea della narrazione di un territorio. Volevamo raccontare lo spazio tunisino stando al di fuori dalla prassi troppo paludata della ricerca universitaria, geografica, urbana. Siamo quindi partiti per Tunisi per cercare di «intervistare» quello spazio attraverso le persone che lo abitano. Così è nato il webdoc – un prodotto ibrido tra video, interviste, foto e articoli – intitolato Al centro di Tunisi, del 2013. Dopo quest’esperienza siamo partiti con un secondo progetto su Marsiglia e infine con uno sulle periferie: ci siamo chiesti come raccontarle per sfuggire alla logica neoliberale per la quale nelle periferie ci sono «i cattivi», sono brutte e non funzionano. A meno che non abbiano un potenziale economico.

Che è proprio il caso di Sant’Elia.
Sant’Elia è uno spazio tradizionale di «brutti sporchi e cattivi». Ma c’è il mare, il panorama, un affaccio sull’acqua che fa gola al capitale, ostacolato però da una comunità di diecimila abitanti che pongono un problema: come tirarli fuori da lì per fare profitto? Entrare a Sant’Elia per raccontarne lo spazio ha voluto dire innanzitutto trovarsi davanti un esercito di ricercatori, giornalisti, registi, antropologi. Gli abitanti si sentono delle cavie, sono stufi di prendere parte a questo racconto della povertà.

Come avete quindi impostato il lavoro?
Siamo da subito entrati in contatto con le persone più attive di Sant’Elia: come in tutti i quartieri popolari ci sono molte cooperative e associazioni più o meno politiche. Attraverso di loro abbiamo cercato di offrire ai ragazzi un corso fotografico, chiedendogli di rappresentare il loro spazio quotidiano. L’adesione però è venuta principalmente dalle donne dell’associazione «Sant’Elia Viva». Il laboratorio è poi sfociato in una mostra, ma loro ci hanno chiesto di continuare il lavoro insieme e così abbiamo pensato a una narrazione in cui fossero gli abitanti a raccontarci il loro stare nello spazio, senza filmarli, mentre parlano di alcuni temi legati al quartiere. C’è quindi una dissociazione tra audio e video, che ci sembrava un buon modo per ragionare su come raccontiamo le cose non conoscendole, e per stabilire al contempo una distanza e una prossimità.

La prospettiva è esclusivamente femminile.
Come in molti quartieri popolari gli uomini sono molto meno presenti. Basta vedere le percentuali della popolazione del carcere di Uta: il 30% viene da Sant’Elia. Le donne che sentiamo parlare nei sei capitoli del webdoc – Pinella e Rita De Agostini, Rosy Fadda, Deborah Lai, Cenza e Paola Murru e Rosa Sabati – sono quasi tutte tra i 60 e i 70 anni, divorziate o sole per scelta, con figli adulti. Molte stanno studiando per il diploma che non hanno preso da giovani, e soprattutto hanno deciso di essere attive nel quartiere attraverso la loro associazione.

Dal rapporto tra audio e video emerge anche uno scollamento temporale: il racconto nostalgico del passato – i giochi per strada da bambine, il borgo prima dei palazzoni – e le immagini del quartiere come è oggi.

È importante ragionare sui frammenti di questa narrazione in modo emozionale: loro ci hanno parlato del loro amore per Sant’Elia, di quanto nonostante la marginalità e le stigmatizzazione il quartiere fornisca loro un’identità forte, che rivendicano. Portate altrove si disperderebbero, perderebbero la loro capacità di stare insieme. Gli anni Settanta, in cui sono stati costruiti i palazzoni, hanno rappresentato il momento della perdita dell’innocenza, ma anche della presa di coscienza che quello spazio è qualcosa da difendere.

Tra i loro racconti ci sono anche alcune «mitologie cittadine», a riprova del fortissimo legame, benché sofferto, con Cagliari tutta.
Le mitologie hanno però anche un aspetto negativo: ci consentono di creare una sorta di controllo, di incasellamento. Confinare le persone in dei personaggi permette di controllarle. È come la teoria della finestra rotta: trattare gli abitanti di un quartiere difficile come dei personaggi folklorici, nel bene e nel male, equivale a promettere che prima o poi qualcuno interverrà a «sanarli», a portarli in un vago altrove più «decoroso».
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