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PONTE MORANDI UN ANNO DOPO

PONTE MORANDI UN ANNO DOPO
Il 14 agosto di un anno fa, uno degli emblemi della 'modernità' crollava, trascinando con se 43 persone e travolgendo la vita di centinaia di sfollati e di una regione intera. Un episodio che avrebbe dovuto mettere in discussione la logica perversa che sta facendo marcire l'infrastruttura fisica e sociale del nostro paese. A un anno dal dramma nulla è cambiato, prosegue il disprezzo per la manutenzione, la sicurezza e la tutela dell'ambiente: nessuna revoca delle concessioni ai privati (interessati solo ai profitti) e finanziamenti al 'nuovo', dove corruzione, speculazione e interessi particolari possono fare i loro porci comodi. In Italia metà delle concessioni autostradali fanno riferimento a società collegate alla famiglia Benetton, che non sono un modello di imprenditoria ma emblemi di sfruttamento umano e ambientale. (ib & es)

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sabato 8 luglio 2017

“Non è un’invasione, servono altri toni”

«Andrea Riccardi, il fondatore della Comunità di Sant’Egidio: “Dibattito indegno”». il Fatto Quotidiano, 8 luglio 2017 (p.d.)




“Esseri umani. Bisognerebbe parlare con altri toni del tema migranti, invece di utilizzare quelli della politica politichese, ma purtroppo non è così in nessun Paese europeo”. Andrea Riccardi, fondatore della Comunità di Sant’Egidio, è stato ministro per la cooperazione e l’integrazione nel biennio del governo Monti, 2011-2013. “Da quel momento, almeno in termini di fondi a disposizione, la cooperazione ha avuto una svolta, non lo dico per vantarmi”.

“È un’invasione”, strepita una certa politica, e adesso addirittura “aiutiamoli a casa loro”, scrive l’ex premier Matteo Renzi...
Non è un’invasione. Per altro il nostro Paese ha un deficit demografico serio. Altri Stati, come l’Ungheria che alza i muri nel 2025 saranno abitati soltanto da vecchi. Anche se siamo di fronte a un’emergenza reale, quella degli sbarchi, non bisogna neppure dimenticare che il problema percepito è più grande di quello reale. Detto questo, non commento un libro che non ho letto.

Resta quella frase: aiutiamoli a casa loro, non evoca il peggiore leghismo?
Aiutarli a casa loro: è un grande tema, vede. L’illusione è quella che si possa fermare sul bordo del Mediterraneo lo spostamento delle popolazioni. I muri o i blocchi sono scelte semplicistiche. D’altra parte il dibattito che ho sentito l’altro giorno al Senato è stato indegno.

Un mese fa Sant’Egidio ha ospitato l’accordo per il cessate il fuoco in Centrafrica e il patto per una roadmap di pacificazione. Questo è aiutarli a casa loro?
Sant’Egidio fa vivere un’importante rete di cooperazione internazionale. La pacificazione è fondamentale. Gli Stati europei investono più su muri e blocchi.

Chiudere i porti sarebbe una fesseria?
Certo tutta l’Africa non può rifugiarsi in Europa. I giovani in Guinea e Costa d’Avorio non hanno più fiducia in un futuro nel loro Paese. Chiudere i porti non serve a niente, ma l’altro aspetto del problema è che non ho mai visto un presidente africano venire a Lampedusa ad inchinarsi di fronte alla sua gente che fugge o ai suoi cadaveri in mare. Servirebbe un piano Marshall per l’Africa.

Quindi non è soltanto colpa dell’Europa?
Premesso che sono orgoglioso dell’impegno italiano nelle operazioni di salvataggio in mare, ma è sbagliato il vittimismo che mostriamo nei confrontidel l’Europa. Anche perché il problema non è Bruxelles che fa quello che può. Ma i singoli governi dei nostri Staterelli alla deriva, incapaci di trovare un’intesa per una politica comune in tema di sicurezza, difesa e integrazione.

In particolare a chi si riferisce?
Quasi a tutti, la Francia non vuole responsabilità, il blocco dell’Est con l’intesa dei tre mari stravolge l’idea stessa di Europa. Poi ci sono degli errori che ancora ci portiamo dietro, devastanti.

Ad esempio?
La follia della guerra in Libia. Ha destabilizzato l’area. Oggi serve una visione Eurafricana, investire nei fragili Paesi del Sahel, il bordo del Sahara. Ma i governi degli Stati d’Europa non sembrano interessati davvero ad impegnarsi davvero, altro che aiutiamoli a casa loro. Eppure è indispensabile, dobbiamo prepararci all’integrazione, non alzare altri muri che prima o poi crolleranno comunque.
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