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martedì 25 luglio 2017

Nel magazzino segreto dove risorge la Roma antica

«Il laboratorio sotterraneo ospita milioni di reperti. Ecco come un team di studiosi ricompone un puzzle che può rivelare nuovi scenari storici». la Repubblica, 25 luglio 2017 (c.m.c.)


La storia di Roma antica s’interpreta e, per qualche aspetto, ne viene rivisto il profilo economico e sociale in uno spazioso magazzino con i soffitti ribassati. È un deposito seminterrato, i tubi a vista, grande quasi mille metri quadrati sotto uno dei più chiassosi centri commerciali della capitale. Da un parcheggio si scende lungo una rampa, in fondo spuntano gli accessi per lo scarico merci, sulla destra, invece, ci sono una porta in ferro e accanto una saracinesca. Niente targhette, niente loghi. Anonimato.

È dietro quella porta che alloggia un laboratorio allestito dalla Soprintendenza Speciale di Roma. Sono ospitati oltre quattro milioni di reperti archeologici sistemati e catalogati in seimila cassette (si prediligono quelle dei pescivendoli, ma vanno bene anche quelle per le olive e per i pomodori). In uno stanzone una parte di oltre ottantamila frammenti d’intonaco color rosso cinabro, il rosso pompeiano, e blu egizio sono sistemati su un letto di polistirolo. Qui, recuperati gli attacchi fra un frammento e l’altro, si ricompongono i riquadri con paesaggi marittimi e i fregi di un affresco che decorava la parete lunga sessanta metri di una residenza aristocratica. L’affresco è databile al 40 d.C., ma la sua struttura architettonica non esiste più e in questo modo rinasce.

Questi pezzi, oltre alle anfore, i lucernari, il vasellame, i gioielli e le pietre dure, ognuno alloggiato su un supporto con il numero che lo identifica, e poi gli altri frammenti custoditi nelle cassette ordinatamente impilate l’una sull’altra e addossate alle pareti, tutto questo immenso lascito della Roma repubblicana e poi imperiale proviene da scavi in due piazze del quartiere Esquilino, piazza Vittorio Emanuele e piazza Dante. Lo scavo, compiuto fra il 2006 e il 2011, riprende quello realizzato da Rodolfo Lanciani a fine Ottocento, quando appunto fu costruito il quartiere Esquilino. Allora vennero identificati gli Horti Lamiani, una grande proprietà con costruzioni, un magnifico giardino e un frutteto appartenuta al console Lucio Elio Lamia (I secolo d.C.) e poi posseduta dagli imperatori, prima Tiberio, quindi Caligola.

Il deposito sotto il centro commerciale è ora la casa di quei milioni di reperti, in grandissima parte oggetti umili, recuperati in diversi strati archeologici, quindi appartenenti a un’epoca compresa fra il IV secolo a.C. e il IV d.C.. È forse il più grande deposito-laboratorio in Italia, un ambiente costantemente vigilato e dotato di sensibili allarmi. E di cui naturalmente non si può dare l’indirizzo. Al piano di sopra si riempiono le piazze dello shopping, qui lavora senza orari una pattuglia di archeologi che tutti i giorni scivola giù dal parcheggio senza dare nell’occhio. Tenuti alla riservatezza, si muovono discretamente, salgono a prendere il caffè al centro commerciale entrando da un ingresso laterale. Sono donne in prevalenza. Sono giovani per come si può essere giovani se si è precarie fra i trenta e i quarant’anni, tutte con laurea magistrale e dottorati di ricerca, master ed esperienze internazionali.

Contratti a progetto, compensi bassi e la tentazione ricorrente di mollare tutto e di dedicarsi ad altro, nonostante gli occhi brillino quando parlano di quel che fanno. I loro nomi: Donato Alagia, Simona Bellezza, Giulia Bison, Viviana Cardarelli, Marta Casalini, Silvia Fortunati, Diana Greco, Serena Guglielmi, Giordano Iacomelli, Barbara Lepri, Alessia Masi, Rosita Oriolo, Giacomo Pardini, Alessandra Pegurri, Nicoletta Saviane, Giulia Schwarz, Gabriele Soranna, Alessandra Vivona. Li coordina Antonio Ferrandes, un piede all’università l’altro anche lui nel precariato.

Non c’è niente di simile a questo deposito, spiega Mirella Serlorenzi, l’archeologa che per conto della Soprintendenza è responsabile di un lavoro che non si è concluso con lo scavo, come spesso accade in regime di archeologia preventiva (l’archeologia che si pratica non perché ci sia, a monte, un progetto scientifico, ma perché si realizzano trincee per una linea ferroviaria o per un’autostrada o fondazioni per un edificio).

Il cantiere edilizio che ha prodotto la scoperta di questi materiali è, a piazza Vittorio Emanuele, quello per la nuova sede dell’Enpam, l’ente previdenziale dei medici che sta anche finanziando, con quasi un milione, il lavoro archeologico. Serlorenzi e gli altri dell’équipe sono impegnati affinché questi reperti, gran parte dei quali sono scarti di distruzioni o di demolizioni, diventino parlanti e raccontino oltre a quella artistica una vicenda economica e sociale. Non è l’archeologia delle spettacolari scoperte (anche se viene la pelle d’oca davanti all’affresco ricostruito), ma della cura certosina per dare un senso a quel che il passato trasmette.

Si recuperano pezzi pregiati e si restaurano, una parte verrà musealizzata nell’edificio dell’Enpam, ma poi si restituisce alla città la conoscenza di come e perché si importassero certe ceramiche oppure si prediligessero produzioni locali, dei traffici commerciali con le province e poi con il nord Africa o con il sud della Francia. E si illustra che cosa volesse dire, per l’economia e la vita quotidiana, l’uso di certi materiali e di certe tecniche costruttive.

L’affresco che viene ricomposto, spiega Serlorenzi, è un modello pittorico al quale poi ci si ispirerà a Pompei. Ma di esso si studia anche il retro, per capire com’è fatta la malta, come viene preparata, se c’è o meno l’impronta di un’incannucciata. Quindi si indaga sui sistemi produttivi e sul loro retroterra. Ferrandes prende in mano il frammento di una ceramica: «Possediamo una base statistica eccezionale per le sue dimensioni che consente di illuminare la storia commerciale di Roma, di disegnare il raggio delle importazioni e di riempire alcuni vuoti, come quelli relativi alla fine del II secolo o all’inizio del IV, l’epoca di Massenzio e di Costantino». O anche, aggiunge Serlorenzi, di sfatare qualche vulgata che vorrebbe interrotta al IV secolo, con l’approssimarsi della caduta dell’Impero, l’effervescenza dei traffici commerciali, di cui invece questi frammenti attestano la sopravvivenza.

Nel deposito, poco più in là dell’ingresso, sono adagiate una serie di anfore. Servivano in parte per ospitare le radici degli arbusti che poi venivano interrate nel giardino evitando che crescessero oltre misura affinché le piantumazioni potessero comporre un disegno geometrico. Ma soprattutto servivano per trasportare vino anche pregiato e olio. Le anfore sono importanti per avanzare un’ipotesi di revisione della storia economica e sociale di Roma. «Non avevamo quasi attestazione di anfore prima dell’età augustea», dice Ferrandes. «Si riteneva che Roma si rifornisse dal suburbio utilizzando contenitori deperibili. Era considerato il segnale di una certa sobrietà di consumi e dunque di costumi. Ma ora, sotto piazza Vittorio Emanuele, ne abbiamo recuperate tante risalenti agli anni fra l’80 e il 60 a.C. Mostrano che anche allora si faceva uso di vini importati dall’Africa e dall’Oriente.

E che dunque al cives romano impermeabile alle seduzioni consumistiche si affiancavano anche personaggi appartenenti ai ceti aristocratici che a quelle seduzioni cedevano». Il lavoro nel magazzino prosegue. Le ipotesi di studio si accavallano. Ma il metodo resta ancorato all’idea che si debbano ricostruire non solo pezzi, anche storie. Sempre che il peso del precariato non si faccia troppo sentire.
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