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A un secolo dalla dichiarazione di Balfour, con cui il Regno Unito promise la nascita di stato ebraico in Palestina, esautorando i Palestinesi lei loro diritti, la Cisgiordania è “La più grande prigione del mondo” come dice il titolo dell ‘ultimo libro dello storico israeliano Ilan Pappe (da cui è presa la copertina di questa settimana). (a.b)

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DAI MEDIA

domenica 2 luglio 2017

Nei paesi scomparsi

«I suoi reportage mostrano come è cambiata l’Europa di mezzo. Così, anche in questo piccolo racconto, lo scrittore parte dai Carpazi in Polonia per ricordare come, dall’Ucraina alla Slovenia, la geografia dei luoghi abbandonati ci aiuta a capire la storia». la Repubblica Robinson, 2 luglio 2017 (c.m.c.)


Beskid Niski. Così si chiamano in polacco i Piccoli Beschidi, la diramazione dei Carpazi che si trova nella Polonia sudorientale. Fino alla Prima guerra mondiale questi territori erano appartenuti alla Galizia, terra della Corona austriaca. Una zona scarsamente popolata, con paesini e villaggi isolati. Prima c’erano più insediamenti umani qui, molti sono scomparsi nel ventesimo secolo. Per esempio Czarne, paese un tempo pittorescamente inserito in una valle attraversata da un fiumiciattolo che porta lo stesso nome.

Fino alla Seconda guerra mondiale vi avevano abitato circa trecentotrenta lemchi, che facevano parte di una popolazione rutena di lingua ucraina, quattro polacchi e un ebreo, che nel villaggio aveva una piccola bottega, collegata a un’osteria in cui si beveva perlopiù acquavite. I lemchi di Czarne appartenevano alla fede ortodossa, i polacchi, come è giusto che sia, erano cattolici, e l’ebreo era devoto, ma non un chassid. La chiesa tutta di legno, presumibilmente costruita nel 1789, era dedicata a San Dymitri. Nel 1934, un po’ fuori dal paese, fu eretto un obelisco di pietra in memoria del Santo Maksym Sandowycz: un prete ortodosso che nel 1914, poco dopo lo scoppio della Prima guerra mondiale, era stato fucilato dagli austriaci perché pareva che avesse simpatizzato per i nemici russi e che li avesse sostenuti attivamente.

Il paese di Czarne non esiste più. È scomparso. Con tutte le sue case, gli stallaggi e la chiesa a San Dymitri. Un solco appena percepibile nell’erba accenna il corso della via che una volta attraversava il paese. Soltanto due capanne disabitate e qualche pietra tombale dell’antico cimitero, ricoperte di erba alta e squarciate dalle radici, ricordano che qui vissero delle persone.
Anche l’obelisco a San Maksym Sandowycz è ancora in piedi, testimone solitario di un precedente insediamento in un paesaggio svuotato. La gran parte degli abitanti di Czarne fu trasferita nel 1945, dopo la fine della guerra, nell’Ucraina sovietica, molti contro la propria volontà.

Nel 1947 i restanti membri della minoranza etnica furono infine portati forzosamente dalle autorità polacche nei territori dai quali in precedenza erano stati espulsi gli abitanti tedeschi. Cose simili accaddero in molti altri paesi dei Piccoli Beschidi e dei confinanti Bieszczady, dove i membri della minoranza rutena si erano da sempre sentiti altrettanto a casa. Ormai molti lemchi hanno fatto ritorno nella loro terra, ma numerosi paesi erano irrecuperabilmente perduti, le case rase al suolo o distrutte dalle fiamme, al pari delle chiese. È così che si compie la pulizia etnica.

Czarne, Lipna, Radocyna, Wyszowatka, Rozstajne, Nieznajowa, ?ydowska, D?ugie — su una mappa dettagliata dei territori sono indicati i paesi che non esistono più. Il paese scomparso di Czarne dà il nome alla mia casa editrice polacca, Wydawnictwo Czarne, diretta da Monika Sznajderman e dal marito, il famoso autore polacco Andrzej Stasiuk.

Abitano in un paesino non distante da Czarne.
Hanno cura di preservare capitelli votivi, cappelle e pietre tombali in cui talvolta ci si può imbattere ben lontano da un qualsiasi insediamento umano.
Equipaggiato con gli schizzi e i consigli di Andrzej, qualche anno fa mi sono avventurato per i Beschidi alla ricerca dei paesi scomparsi. Colline fittamente imboschite, piccoli ruscelli e fiumi fiancheggiati da alberi e cespugli, vasti prati con l’erba che arrivava ai fianchi, non tagliata da nessuno, non brucata da nessun animale produttivo. All’improvviso, in mezzo a un prato mi sono trovato davanti, come fantasmi neri, dei vecchi alberi da frutto nodosi, arsi per metà, prugne, mele, pere, segno inequivocabile che lì una volta doveva esserci stato un paese. Dopo aver cercato per un po’, scoprii nell’erba alta delle pietre accatastate, evidentemente resti di fondamenta, i relitti di un’abitazione di cui non rimaneva nient’altro.
Un tempo le case venivano costruite tutte in legno, solo le fondamenta erano fatte in pietra.

Il legno è marcio e deteriorato, è stato roso e divorato dagli insetti, molte volte le case venivano anche incendiate; a coprire il poco che rimaneva ci ha pensato la natura. Si è ripresa senza pietà ciò che un tempo le persone le avevano strappato con il loro duro lavoro.

Questo ha anche i suoi lati positivi. Così, il verde rigoglioso copre benevolo le tracce della distruzione a opera delle persone, le rovine degli incendi e i mucchi di assi che erano rimasti delle capanne demolite.
In un affossamento c’era dell’acqua, così coperta di lenticchie d’acqua che di primo acchito non mi sono accorto della sua presenza e per poco non ci sono finito dentro. Lo stagno del paese? Su una morbida cupola si era presumibilmente trovata la chiesa. Nelle vicinanze sono inciampato nell’erba infeltrita su alcune pietre tombali, per metà immerse nella terra, le scritte sgretolate fino a essere illeggibili. Non sapevo in quale dei paesi scomparsi fossi, a Lipna, a Radocyna?

Soltanto le pietre e i vecchi alberi da frutto testimoniano dell’insediamento di un tempo, sono robusti e resistono all’impeto della natura selvaggia. Gli orti e i fiori curati meticolosamente, di cui le donne andavano così orgogliose, sono anch’essi scomparsi come le case e le persone.

Pomodori, cetrioli, fagioli e cipolle, ma soprattutto i fiori coltivati sono fragili e passeggeri, non sono all’altezza degli inverni rigidi; le patate, più resistenti, sono state dissotterrate e mangiate dagli animali selvatici, cervi, orsi e cinghiali. Su un melo dai frutti piccoli e dolci ho scoperto graffi profondi incisi da poco, e un po’ più su dei rami spezzati. Un orso si era arrampicato per prendersi le mele.

Mentre ero nel paese scomparso nelle diramazioni dei Carpazi, pensavo a immagini molto simili che avevo visto anni prima centinaia di chilometri più a sud, nel Ko?evski Rog, nella Gottschee, in Slovenia, dove mio nonno possedeva un casino di caccia. Anche nella Gottschee, un’ex isola linguistica tedesca, ci sono numerosi paesi scomparsi, i cui abitanti furono trasferiti ed espulsi durante la Seconda guerra mondiale.

Trasferimenti, deportazioni ed espulsioni passano come un filo rosso maligno attraverso la Storia del ventesimo secolo, e spesso non sono solo le persone a essere scomparse senza lasciare traccia, ma anche le loro abitazioni e le vie e le strade che le collegavano. I paesi scomparsi sono anche nella Selva Boema, in Repubblica Ceca, sul confine con l’Austria, e in altre regioni europee, in Bielorussia, in Ucraina, in Bosnia, solo per citarne alcune. Sulle mappe di un tempo i paesi sono ancora indicati, e continuano a esistere anche nei ricordi dei vecchi abitanti e dei loro discendenti, a volte anche nella letteratura, ma con gli anni i ricordi sbiadiscono, perdono significato, fino a non suscitare più sentimenti né emozioni. E allora rimane soltanto il paesaggio, apparentemente inviolato e inavvicinabile. Solitario e bello.

Traduzione di Melissa Maggioni di un brano tratto dal libro Galizia di Martin Pollack (Keller, traduzione di Fabio Cremonesi)
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