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giovedì 20 luglio 2017

G8 2001. Le idee forti di Genova sono ancora vive


Pochi giorni dopo l'approvazione di una legge inutile contro la tortura riemerge lo scandalo della repressione della prima manifestazione di massa italiana contro il neoliberismo. Articoli di S. Pieralli, V Agnoletto e L. Guadagnucci. il manifesto, 20 luglio 2017


SCAJOLA: «DE GENNARO
DIEDE LE DIMISSIONI,
IO LE RIFIUTAI»
di Simone Pieralli


Il giorno dopo l’intervista del capo della polizia Franco Gabrielli a Repubblica, si riapre il dibattito sulle giornate di 16 anni fa, quelle del G8 a Genova. Franco Gabrielli ha deciso di tirare una linea, sostenendo che a Bolzaneto fu «tortura», sottolineando le responsabilità della polizia, tanto di agenti, quanto di funzionari, arrivando a dire che se fosse stato De Gennaro, allora al vertice della polizia, si sarebbe dimesso.

Franco gabrielli fa parte della stessa «scuola» – anti terrorismo e Digos – di Ansoino Andreassi, durante il G8 vice capo vicario della polizia; l’allora capo era Gianni De Gennaro. Gabrielli è sicuramente estraneo al modello di polizia di De Gennario. Non a caso – come riportato dal Corriere della sera nel 2008 – Ansoino Andreassi, di fronte al Comitato parlamentare d’indagine sugli scontri di Genova, per quanto riguarda ad esempio l’operazione Diaz disse di percepirla come «oggettivamente rischiosa». Anche per questo motivo, sostenne Ansoino Andreassi «suggerii» all’allora questore di Genova Francesco Colucci di «consigliarsi» con il capo della polizia Gianni De Gennaro. E proprio Gianni de Gennaro, oggi presidente di Leonardo, l’ex Finmeccanica, riemerge nelle parole di Gabrielli a Repubblica. Il prefetto utilizza proprio l’ex capo per tracciare, o provare a farlo, una linea netta tra passato e presente.

Le sue esternazioni, se provano a fornire scuse a 16 anni di distanza, per esaltare forse il nuovo corso, non eliminano però le molte responsabilità delle forze dell’ordine durante le indagini e poi in sede processuale. Se fosse stato per gli appartenenti alla polizia, oggi ne sapremmo molto meno di quanto accaduto in quelle giornate. È stata del resto la corte europea dei diritti umani a specificare che «la polizia italiana ha potuto impunemente rifiutare alle autorità competenti la necessaria collaborazione per identificare gli agenti che potevano essere implicati negli atti di tortura».

Nel corso delle indagini e poi durante i processi, le forze dell’ordine non hanno certo collaborato con la magistratura, ben al di fuori di un ordinario e scontato «spirito di corpo». Le parole del capo della polizia hanno – naturalmente – scatenato reazioni.

La più rilevante è arrivata dall’allora ministro dell’interno Claudio Scajola: «La mattina successiva alla fine del G8 di Genova, il capo della polizia Gianni De Gennaro venne da me e mi presentò le sue dimissioni. Io le rifiutai, convinto, allora come oggi, che in quei momenti, assai delicati per la tenuta del paese, le dimissioni del capo della polizia sarebbero state destabilizzanti per le istituzioni». «Avviai invece – prosegue l’ex ministro – una commissione di inchiesta immediata e decisi la sospensione di alcune figure apicali del dipartimento, tra cui La Barbera». Secondo Scajola è «indubbio» che si arrivò all’evento di Genova con «una polizia impreparata».

Sull’intervista di Gabrielli si è espresso anche il mondo politico attuale a cominciare da Sinistra Italiana. Secondo il segretario della formazione, «Le parole di oggi di Franco Gabrielli sono importanti, si tratta di un’intervista coraggiosa. Avremmo voluto sentire parole come quelle di oggi 16 anni fa . Purtroppo abbiamo dovuto aspettare 16 anni per sentirle da un capo della polizia».

A 29 anni, Fratoianni era a Genova durante il G8 del 2001 e a inizio legislatura ha anche proposto una commissione d’inchiesta (evenienza sulla quale non tutti a sinistra sono concordi, visto anche l’attuale parlamento e le ritrosie con cui anche lo stato si è comportato riguardo Genova, vedi anche la questione dei risarcimenti alle vittime di tortura).

«Dico a Gabrielli – ha proseguito il segretario di Si – che alcune delle cose che lui auspica – ad esempio i codici identificativi per l’ordine pubblico – si possono fare anche domani. Io mi auguro che questa cosa accada senza aspettare un’altra legislatura. Bene le parole di oggi ma si continui su questa strada anche con i fatti. Osservo però in queste ore il silenzio del Palazzo dopo le parole di Gabrielli». Sulle parole di Gabrielli si è espresso in modo positivo anche Daniele Tissone, segretario generale del sindacato di polizia Silp Cgil.

«Come sindacato di polizia della Cgil – dice Tissone – possiamo rivendicare con orgoglio di aver sempre sostenuto quello che oggi afferma Gabrielli: il G8 fu una catastrofe come gli anni a venire, quando i nostri stessi vertici non contribuirono alla ricerca delle responsabilità sistemiche, lasciando ai processi e alle responsabilità dei singoli il peso di una storia che non è mai stata scritta fino in fondo soprattutto sul versante del ruolo che la politica dell’epoca ebbe in quel frangente».



VIOLENZE E TORTURE FURONO UNA STRATEGIA.
GABRIELLI FACCIA SEGUIRE GESTI CONCRETI
di Vittorio Agnoletto e Lorenzo Guadagnucci


Passano gli anni e c’è chi vorrebbe relegare la contestazione al G8 di Genova del 2001 nella categoria dei luoghi o dei fatti della memoria, come una pagina chiusa che non comunica più col presente.

È una tentazione å a più riprese negli ultimi mesi, ad esempio intorno al dibattito sul reato di tortura e in questi stessi giorni di avvicinamento alla ricorrenza del 20 luglio, anniversario dell’uccisione in piazza Alimonda di Carlo Giuliani. Si cita il G8 di Genova e se ne discutono alcune conseguenze, magari ci si indigna e si esprime qualche misurata frase di rimpianto, ma a condizione di dichiarare solennemente chiuso e sigillato quel capitolo della nostra storia, dopo averlo sottratto all’attualità delle vicende politiche che scuotono il mondo odierno.

Rischia così di avverarsi il vero obiettivo della repressione genovese del luglio 2001: criminalizzare il movimento, attraverso la violenza istituzionale, per criminalizzare le sue idee e metterle fuori gioco.

Allora diciamolo chiaramente: Genova G8 resta uno spartiacque politico e culturale perché mai come in quelle giornate, come in quella fase politica, è emerso con tutta la sua forza il nuovo discrimine fra destra e sinistra, fra adattamento all’ideologia neoliberale dominante e prospettive di giustizia sociale e ambientale su scala planetaria.

Le idee forti dei forum e delle manifestazioni genovesi sono ancora in campo – la libertà di movimento per ogni essere umano, il ripudio del debito iniquo, la democrazia partecipativa, l’apertura alla visione indigena di Madre Terra, il superamento dell’ideologia della crescita – e perché mai dovremmo abbandonare questo patrimonio ideale e politico costruito dal basso e attraverso i continenti?

Genova g8 non è un capitolo chiuso della nostra storia e lo si è visto anche in parlamento: all’inizio di luglio è stata approvata una legge sulla tortura, la cui ragione d’essere va ricercata proprio nelle giornate del luglio 2001, delle quali peraltro non si è minimamente parlato.

L’esito legislativo è stato paradossale, con l’approvazione di un testo che non sarebbe applicabile a un nuovo caso Diaz o a un nuovo caso Bolzaneto, come spiegato in una lettera-denuncia firmata da undici magistrati genovesi impegnati negli anni scorsi proprio nei processi Diaz e Bolzaneto.

È triste ma necessario constatare che in questa vicenda le organizzazioni deputate alla tutela dei diritti umani e in generale il mondo delle grandi associazioni e gli stessi sindacati, sono stati scavalcati per rigore, coraggio e tenacia da pochi singoli attivisti e professionisti (avvocati, studiosi, docenti universitari) e da soggetti istituzionali come il commissario ai diritti umani del Consiglio d’Europa, i cui puntuali e potenti messaggi sono stati lasciati cadere nell’indifferenza generale. È cioè prevalsa una logica minimalista secondo la quale occorre accontentarsi di quel che passa il convento-parlamento, perché non è tempo di grandi ideali e di grandi progetti e non è quindi il caso di lottare fino in fondo nemmeno quando si parla di diritti fondamentali.

Intanto il capo della polizia Franco Gabrielli, in un’intervista-monologo utile solo a certificare la fine dell’era De Gennaro, vorrebbe mettere un punto finale alla questione Genova G8, riconoscendo la «catastrofica« gestione dell’ordine pubblico, ma sostenendo al tempo stesso che la polizia del 2017 è sana «come lo era nel 2001».

Il tutto mentre i funzionari condannati nel processo Diaz si apprestano a rientrare in servizio alla scadenza dei 5 anni di interdizione giudiziaria dai pubblici uffici, grazie alla scelta compiuta a suo tempo e sempre confermata di non avviare provvedimenti disciplinari e di non procedere alle rimozioni richieste dalla Corte europea per i diritti umani.

Il prefetto Gabrielli a questo punto potrebbe e dovrebbe far seguire gesti concreti alle sue valutazioni, ad esempio chiedendo davvero scusa (Manganelli non lo fece, si limitò a dire «è arrivato il tempo delle scuse») e riconoscendo che le violenze di piazza e le torture di Genova G8 furono parte di una precisa strategia di gestione delle manifestazioni e non l’esito casuale di errori nella gestione della piazza o addirittura – come ha detto – della fiducia malriposta nei portavoce del movimento.

Genova G8 non è un fiume inaridito della nostra storia, né un motivo di rimpianto per ciò che poteva essere e non è stato; Genova G8 è tuttora un cantiere aperto sia per il delicatissimo snodo dei rapporti fra i cittadini – i loro corpi – e il potere, sia per l’enorme questione politica introdotta nella vita pubblica dal movimento che prese corpo fra Seattle, Porto Alegre e Genova.

Lo spirito di Genova non è affatto una reliquia della politica italiana: è semmai un enorme patrimonio ideale e culturale al quale fare riferimento nelle lotte presenti e future, coscienti che lo slogan coniato a Porto Alegre nel 2001 – «Un altro mondo è possibile» – non ha smesso di ispirare milioni e milioni di persone attraverso il pianeta.
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