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Il provocatorio progetto di uno studio messicano per un muro “molto bello” e di colore rosa intenso che piacerebbe a Trump. Gli americani potrebbero contemplare dall’alto il Messico con “gorgeous perversity”. Estudio 3.14 di Guadalajara: Progetto “Prison Wall” (m.c.g.)

scritta dai media

DAI MEDIA

giovedì 8 giugno 2017

Parigi, paura a Notre-Dame “Vi attacco nel nome dell’Isis”

«Uno studente algerino contro gli agenti di polizia con martello e coltelli Mille persone bloccate per un’ora nella chiesa con le mani alzate». Una storia allucinante che rivela plasticamente come il terrorismo abbia già vinto: se non si fa uno sforzo estremo per comprendere prima di agire. la Repubblica, 8 giugno 2017

Mille persone imprigionate dal terrore, nella cattedrale più amata al mondo. Mille persone con le braccia in alto e immobili, mentre fuori da Notre-Dame stanno sparando. A chi? Perché? I mille ancora non lo sanno.

Non sanno che un algerino di quarant’anni, incensurato e sconosciuto alle intelligence europee - secondo alcuni alcuni media il suo nome sarebbe Farid Ikken, arrivato in Francia nel marzo 2014 - con due coltelli da cucina nelle tasche e un martello in mano ha appena cercato di colpire tre poliziotti sul sagrato. Non sanno che ne ha ferito uno di striscio, al collo, un agente ragazzino di 22 anni che ha appuntato sulla divisa il distintivo da stagista ed è al suo primo servizio di pattuglia importante. Non sanno che un collega più esperto ha impugnato la pistola e ha mirato alle gambe dell’assalitore, atterrandolo. Non sanno che dopo averlo colpito, con la lucidità di chi vuole fermare il nemico ma non ucciderlo, gli si è avventato contro e lo ha immobilizzato. Non sanno che gli spari erano per proteggere e non per offendere. Non sanno infine che poteva andare molto, molto peggio e che nessuno perderà la vita.

Ma i mille sanno cos’hanno sentito, senza poter realizzare cosa stava accadendo: cioè le urla dei poliziotti che ordinavano di scappare dentro Notre-Dame, e poi di alzare le braccia. Sanno che si cercava qualcuno tra loro, forse un altro terrorista, forse un complice. Sanno che dopo un’ora di angoscia allo stato puro, nella città di Charlie Hebdo e del Bataclan, delle bombe allo stadio di Saint Denis e dell’agente ucciso sugli Champs Elysées il 20 aprile, la calma è tornata come una lunghissima onda di risacca a placare gli animi e a dire che sì, era proprio vero e non c’era più nulla da temere. 

Finalmente, a braccia abbassate, i mille sono usciti dalla cattedrale per tornare all’esistenza normale, quella che nessuno di noi sotto scacco può più illudersi di vivere, che si tratti di guardare una partita di pallone in piazza o passeggiare con la fidanzata nel cuore di Londra. Perché la minaccia e il panico non finiscono più. 

Tutto è cominciato alle 16.15 di un pomeriggio pieno di pioggia a vento. L’algerino - classe ’77, residente a Cenrgy-Pontoise, secondo alcuni media laureato in scienze sociali e addirittura dottorando - si avventa sui tre bersagli gridando «questo è per la Siria». Agita il martello, riesce a sfiorare la testa del giovane poliziotto, prima che quell’altro gli spari. Pochissimi tra i visitatori capiscono quanto sta accadendo, quasi tutti fuggono dentro la cattedrale. 

Intanto le forze di sicurezza circondano Notre-Dame, mentre l’algerino ferito viene portato via in ambulanza. Bisogna capire se abbia agito da solo e se ci siano dei complici tra la folla: per questo i mille vengono perquisiti, uno a uno. L’Ile-Saint-Louis, uno dei luoghi più belli e romantici del mondo, viene isolata alla svelta dal resto della città e interamente transennata, mentre le fermate della metro vengono chiuse (a settembre un’autobomba era stata scoperta poco distante, carica di bombole di gas): l’esperienza dimostra che a un primo attacco ne segue un altro, e spesso un terzo, quasi sempre però in una zona diversa. «Sono dell’Isis, sono un soldato del Califfato», dirà l’uomo in ospedale. Nella sua abitazione sarebbe stato ritrovato un video con il giuramento all’Isis. Mentre lui parla, i mille visitatori di Notre- Dame sono già quasi tutti a casa. Forse si chiedono a chi toccherà la prossima volta, e dove, e perché. Le domande che sono ormai di tutti, dentro questa nostra normalità perduta.
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