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mercoledì 28 giugno 2017

I fiumi malati. Le centrali-bancomat che si bevono il Piave

«La grande siccità del fiume sacro alla Patria non dipende solo dalla pioggia. Così l'oro dell'energia elettrica sfrutta privatamente un “bene comune”». Il racconto in tre puntate, questa la prima, sullo stato di salute “della Piave”. Dati e analisi dei comitati ambientalisti: «la regione Veneto non poteva elaborare i dati». la Nuova Venezia, 28 giugno 2017 (m.p.r.)

Tre tronconi, per tre racconti diversi ma uniti da un solo filo: il fiume malato. Come tutti i fiumi che soffrono la mancanza d'acqua, l'incuria, il disinteresse pubblico e l'interesse privato. Il Piave, dalla sorgente alla foce, ha malattie diverse. A nord il prelievo della sua ricchezza per lo sfruttamento delle centraline. Nel medio Piave le escavazioni, e in generale l'insediamento agricolo poco rispettoso dell'equilibrio biologico. A sud, gli effetti nel mare che risale con il cuneo salino e il fenomeno delle alghe. In questa prima puntata, nella discesa dal Peralba al Montello, fino a Ponte della Priula, raccontiamo come lo sfruttamento delle centraline idroelettriche, che gli ambientalisti non esitano a definire macchine-bancomat per chi le possiede, stia trasformando il fiume e il flusso delle sue acque.


VIAGGIO DAL PERALBA AL MARE/1
Dal Peralba al Piave sono 220 chilometri, un bacino di oltre 4 mila chilometri quadrati. La Piave che nasce al confine tra Bellunese e Austria attraverso un pezzo di Veneto come un libro di storia, aspro e lacerante. Seducente e sacro nella memoria collettiva, riaccesa oggi a cento anni dalla battaglia finale della Grande Guerra. Ma di quel fiume resta poco. La natura e la mano dell'uomo ne ha trasformato l'aspetto e l'economia. La siccità, i mutamenti climatici. Certo. Ma soprattutto la rapacità degli interessi economici. Abbiamo disceso "la" Piave per raccontarla da dentro. Oggi la prima puntata.

Treviso. Ci pensa ogni tanto Giove Pluvio a dare l'impressione che la Piave (così si chiamano i fiumi-madre: al femminile) sia fatta d'acqua. In effetti l'enciclopedia Treccani dice che si tratta di un fiume, il quinto d'Italia, la cui "portata è soggetta a forti variazioni; si hanno infatti magre invernali, seguite da piene primaverili-estive che si esauriscono in agosto-settembre, per riprendere poi col periodo delle piogge autunnali". Sarebbe vero se le piene primaverili-estive non avessero lasciato posto a secche memorabili, l'ultima terminata due giorni fa. 

La Piave nasce dal monte Peralba, al confine tra Bellunese e Austria. E di là del confine il Peralba si chiama Hockweissstein, ovvero Pietra Accucciata sull'Acqua, ma meglio sarebbe un'aggiunta riferita al prezioso liquido: "quando c'è...". La Piave viaggia, più o meno visibile, per 220 chilometri e vanta un bacino di 4 mila 100 chilometri quadrati, sbuca a Cortellazzo e da qualche anno è irriconoscibile. Lo pensano un sacco di associazioni di tutela e di comitati locali che si stanno battendo contro i motivi che stanno riducendo il fiume sacro alla Patria a una distesa di sassi sacra... nemmeno a chi lo priva dell'elemento indispensabile per essere chiamato fiume. 

Tanto sta a cuore agli ambientalisti, che il circolo trevigiano di Legambiente si fregia, come secondo nome, di un tonante "Piavenire", lo presiede Fausto Pozzobon che, in questa prima puntata di un viaggio che abbiamo deciso di compiere lungo il celebrato confine tra Italia e Austria-Ungheria, ci aiuta a riassumere le malattie della Piave semplificando così: «A Nord ci pensano le centraline idroelettriche, vere e proprie macchinette stampasoldi per chi le pensa, le progetta e le posiziona o ne detiene i "diritti". Poi ci sono i consorzi di bonifica e l'agricoltura, cui importa poco o nulla dell'equilibrio biologico e faunistico del fiume, a vantaggio dei ricavi derivati da coltivazioni di pregio ma anche di basso profilo. La parte bassa del fiume, non godendo della spinta verso il basso della falda, è in balia di un mare che risale con le sue acque fino a impossessarsi del territorio, dettando perfino le colture: le uniche che sopportano l'acqua salsa, ovvero mais e soja. Danni, naturalmente, anche per la popolazione ittica, ridotta di varietà e indebolita nelle caratteristiche». 

Parliamo dunque delle tre Piave. Partendo da quella più alta e quindi, in teoria, più incontaminata grazie alla fitta rete di afferenti i cui nomi sono Boite, Ansiei, Maè e Cordevole. La verità è che la prima penuria d'acqua è dovuta innanzitutto alle allora "necessarie" - e quindi già digerite - grandi centrali e oggi a una infinita rete di mini-centraline idroelettriche che fagocitano una parte del fiume e la trasformano in corrente "privata" e quindi appetitissima sul libero mercato. «Il tutto travestito da operazione meritoria e benedetto da un ipocrito finanziamento pubblico, perchè l'acqua dei fiumi è una fonte pulita e rinnovabile di energia». 

Per avere smentita di questa giustificazione basta scorrere, passo passo, un cahier de doleance voluto dalle associazioni Acqua Bene Comune, Wwf Terre del Piave Belluno e Treviso, Italia Nostra sezione di Belluno e Comitato Peraltrestrade Dolomiti che s'intitola significamente Centraline, come distruggere l'ambiente per mettere le mani sul pubblico denaro. Il pubblico denaro è rappresentato dagli incentivi. Incentivi che non trovano riscontro nella convenienza, tant'è vero che (dati 2004) i 2034 mini-impianti idroelettrici in Italia producono appena 0,19 mtep rispetto a un consumo finale lordo di 118,6 mtep e un consumo finale di energia elettrica di 26,80. 

«Incentivi che arrivano velocemente nelle mani di chi avvia l'apertura delle centraline. Il meccanismo è tale per cui non occorre nemmeno arrivare in fondo: dal progetto ai permessi, tutto regala valore a queste piccole e redditizie "imprese" che, non a caso, hanno tra i loro titolari tycoon dell'edilizia e consorzi pubblici, gruppi bancari e altri potenti economici - svela Lucia Ruffato, ex presidente di Piave Bene Comune, che di mestiere fa l'inferimera, ma ama anche occuparsi della salute della sua "fiuma-mamma" e aggiunge - non a caso noi le chiamiamo centraline-bancomat: a seconda del grado di avanzamento del progetto, crescono di valore in modo esponenziale». 

«In genere queste piccole centraline arrivano buone ultime, quando sui fiumi afferenti del Piave sono già piazzate le loro sorelle maggiori e, magari, resta libero il tratto iniziale, più bello a vedersi e più certo e puro nelle acque, nella presenza di animali e di flora e quindi più a rischio di contaminazione o cancellazione. Queste, che tecnicamente si chiamano "derivazioni", consistono in un invaso, una conduttura e una turbina. Oppure è la conduttura stessa, che all'interno nasconde una struttura elicoidale che gira su se stessa e produce energia, a fare la parte "produttiva"». 

Lucia e i suoi amici, non si lasciano però trarre in inganno da questa missione ecologica. E snocciolano i nomi e i numeri: Cismon, 100%; Ansiei, 82%; Maé, 84%; Boite, 62%; Cordevole, 91%; Biois, 100%; Pettorina, oltre il 100%. I nomi sono quelli di corsi d'acqua del Bellunese, e fanno parte del bacino del Piave, ne costituiscono insomma le acque al di là della sorgente. I secondi rappresentano un "indice di sfruttamento"; dettagliano, insomma, in che misura la loro portata verrebbe intaccata se venissero realizzate tutte le nuove centrali idroelettriche per le quali è stata richiesta l'autorizzazione. 

«Sono 220 i corsi d'acqua censiti in Provincia, e ben 198 sono già 'derivati' - spiega l'infermiera-ecologista di Forni di Zoldo -. Dal 2004 ad oggi sono state presentate ben 200 domande per il rilascio di nuove concessioni -aggiunge-: questo non significa che verranno realizzati duecento impianti idroelettrici. Sul Boite, ad esempio, ci sono ben dieci progetti in concorrenza, e la situazione è fuori controllo. Sono comunque 105 le centraline che potrebbero essere autorizzate». 

Sua la "mappa del rischio idroelettrico" che si può scaricare dal sito. «Di fronte alla nostra richiesta, la Regione Veneto ha risposto che non poteva elaborare i dati, e così la mappa l'abbiamo costruita da soli», aggiunge in modo significativo; In quanto presidente del Comitato, è sua anche la firma in calce alla "Denuncia alla Commissione delle Comunità europee" nei confronti dello Stato italiano, della Regione Veneto, della Provincia di Belluno e dell'Autorità di bacino dei fiumi dell'alto Adriatico, inoltrata a Bruxelles nel giugno del 2013 per contestare la violazione di una serie di direttive, tra cui la 2000/60, la "Direttiva quadro acque", la 2011/92, relativa alla valutazione dell'impatto ambientale dei progetti, e la 92/43, quella sulla conservazione degli habitat naturali. 

«Le nuove norme sono sempre fatte a concessioni rilasciate e quindi risultano coprire le spalle ai soliti noti che hanno aperto la strada e non vogliono concorrenza». Tutto questo riguarda anche la Marca? «E come no - sono molti coloro che, nei fiumi e nei canali irrigui di pianura, stanno tentando la speculazione delle centraline-bancomat. Lo fanno anche i consorzi irrigui, tanto per essere chiari. La notizia di una centralina (con cementificazione relativa) nella periferia Nord di Treviso è stata scritta da poco, mentre altri mini impianti, ad esempio sul Meschio, sono noti da tempo. Quelle acque "flebili" con cui facciamo i conti d'estate, potrebbero venire usate ulteriormente e disperse nell'aria e nel terreno, anche se l'assessore regionale Bottacin ci tiene a sottolineare che l'acqua non "può essere mangiata" e quindi - a suo giudizio - rimane in circolazione. Di certo non si vede, sennò i torrenti sarebbero rigogliosi e traboccanti e la Piave non avrebbe il problema della difesa del "minimo flusso vitale", che poi è il quantitativo medio d'acqua (in transito al secondo) necessario per tenere in vita il fiume e il suo habitat. Il risultato è un fiume depauperato, rappresentato visivamente, sempre più spesso, da dune di sassi, ghiaia e sabbia, con poche concessioni al verde e all'azzurro.

Siamo scesi fino al Montello e fino al Ponte della Priula. Qui comincia un'altra storia. La seconda Piave, insomma.
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