responsive_m

menu

subheader

ULTIMI AGGIORNAMENTI

giovedì 8 giugno 2017

Consumo di suolo: un terribile equivoco

Disattenzione e buona fede in un documento generoso nelle intenzioni, condivisibile in molte sue parti, ma negativo nei potenziali effetti su un punto decisivo. Ecco perché non aderiamo, e preghiamo molti amici di ripensarci (in calce il testo del documento).  8 giugno 2017


Abbiamo letto l'appello dal titolo Decologo per una città ecologica (riportato integralmente in calce) a cui hanno aderito personaggi caratterizzati da una intelligente attenzione alle questioni della città e del territorio, dalla critica costante alle logiche di sfruttamento economico e sociale e di degrado delle qualità culturali, naturali e sociali di ciò che resta del Bel Paese. Citiamo tra gli altri Carlo Cellamare, Paolo Maddalena, Giorgio Nebbia, Marco Revelli, Enzo Scandurra, Guido Viale, tutte persone delle quali abbiamo la massima stima; molte delle quali collaborano sistematicamente con eddyburg.

Evidentemente la fretta e la fiducia nelle persone che hanno incautamente proposto l'appello hanno prevalso sull'attenzione di un aspetto rilevante dell'appello. In esso infatti sostanzialmente si condivide il disegno di legge governativo sul consumo di suolo (ex Catania) già approvato dalla Camera dei Deputati.

Ci permettiamo di ricordare ai nostri amici il giudizio che più volte abbiamo espresso a proposito di quel documento, riproducendo qui di seguito  integralmente il contenuto del nostro Eddytoriale n.168 del 11 dicembre 2015. (e.s.)

EDDYTORIALE N. 168

È ferma in Parlamento la proposta di legge sul consumo di suolo. Non ne siamo affatto dispiaciuti. Prima si mette una pietra su quel documento meglio è. Abbiamo apprezzato a suo tempo l’impegno dell’allora ministro per l’Agricoltura Mario Catania ad affrontare il tema con la volontà di risolverlo, sebbene ne avessimo criticato fin da allora l’impostazione. Abbiamo seguito e criticato via via le modifiche apportate e i cospicui peggioramenti del testo iniziale, e abbiamo assistito infine al suo completo stravolgimento: così evidente che il suo originario promotore ne ha preso recentemente le distanze

Quindici anni dopo 

Come è noto ai frequentatori di eddyburg siamo stati i primi a sollevare, nell’ormai lontano 2005, il problema del carattere, delle dimensioni, della dinamica del consumo di suolo nel nostro paese e a indicare l’urgenza di affrontare energicamente il fenomeno per arrestarlo.

Nella società, e in alcune, pochissime, amministrazioni locali qualcosa si è mosso. “Stop al consumo di suolo” è diventato uno slogan diffuso e ha prodotto la nascita di interessanti e positive iniziative di massa, quali l’associazione e il forum promossi dal sindaco di Cassinetta di Lugagnano, Domenico Finiguerra, di cui siamo stati partecipi. La maggior parte dei comitati e dei gruppi di cittadinanza attiva impegnati nella difesa del territorio, l’ambiente, il paesaggio hanno assunto il contrasto al consumo di suolo tra i propri obiettivi.

Ma sul terreno della politique polticienne e delle istituzioni nulla si è mosso. Nessun provvedimento serio è stato preso a livello nazionale. A livello regionale una sola regione, la Toscana, ha prodotto una legge esemplare, dovuta alla sapiente determinazione dell’assessore Anna Marson e all’appoggio che per un lungo periodo le ha dato il presidente Enrico Rossi. L’espressione “consumo di suolo” ha continuato a girare nelle rotonde parole della politica e della cultura (sebbene si sia passati dallo sbrigativo “stop al consumo di suolo” al più morbido e ragionevole “contenimento del consumo di suolo”). Ma si è subito accompagnato a un’altra espressione, “rigenerazione urbana”. Espressione di per sé non disdicevole ma, come tutte le parole, suscettibile di interpretazioni diverse, e anzi opposte. Oggi, nel contesto dell’attuale discorso sul “contenimento del consumo di suolo”, è diventata la parola il cui significato concreto è “la nuova forma della speculazione immobiliare”. Vogliamo annotare subito il poderoso contributo che a questo rovesciamento di senso hanno dato l’accademia e la cultura urbanistica “ufficiale” rappresentata dall’INU, da tempo diventato il facilitatore delle fortune dei poteri immobiliari.

A che punto stanno le cose oggi? 

Esiste (ancora) la proposta ferma al Parlamento nazionale. Abbiamo già detto che la sua definitiva sepoltura è del tutto auspicabile, poiché è una legge che, ove fosse approvata, non darebbe nessun risultato positivo per quanto riguarda la riduzione del consumo di suolo per le ragioni che sono state puntualmente indicate su queste pagine negli articoli di Vezio De Lucia, di Cristina Gibelli, di Ilaria Agostini. In una parola, essa prevede lo svolgersi di una tale successione di atti e di una tale concatenazione di interventi delle diverse figure istituzionali da richiedere tempi misurabili in anni se non in decenni e, soprattutto, da consentire innumerevoli interruzioni del percorso stabilito. Essa inoltre aprirebbe la strada a quella “rigenerazione urbana” speculativa cui abbiamo accennato, e su cui torneremo. Ci confortano nella nostra posizione le parole che ha recentemente espresso l’on. Mario Catania: «poi è entrata la parte della rigenerazione urbana» ha detto l’ex ministro, «e se fosse approvato sarebbe inefficace» (la Stampa, 5 dicembre2015).

La buona legge 

Esiste, come abbiamo ricordato, una legge della regione Toscana, pienamente vigente. Essa ha superato un passaggio al vaglio della Corte costituzionale, che l’ha ripulita di due discutibili norme inserite nell’iter su richiesta dell’Anci, e per nulla incidenti sulla struttura della legge. È una legge di cui abbiamo ampiamente illustrato la positività, che brevemente riassumiamo.

Sulla base di una precisa definizione dei termini impiegati (in particolare la distinzione tra territori urbanizzati e territori rurali) la legge prescrive che i piani comunali delineino nettamente il confine che separa il territorio oggi urbanizzato da quello rurale. Ogni nuovo intervento di nuova edificazione o di trasformazione urbanistica deve essere collocato all’interno del territorio urbanizzato. Nel territorio rurale non sono mai consentite nuove edificazioni residenziali; sono invece possibili limitate trasformazioni di nuovo impianto per altre destinazioni, solo se autorizzate dalla conferenza di pianificazione di area vasta (alla quale partecipa la Regione, con diritto di veto) cui spetta di verificare che non sussistano (anche nei comuni limitrofi) alternative di riuso o riorganizzazione di insediamenti e infrastrutture esistenti.

Naturalmente la legge definisce con precisione ciò che i comuni possono autorizzare o non autorizzare fino all’approvazione di nuovi piani conformi alle nuove prescrizioni regionali, nonché le regole da seguire nelle trasformazioni delle aree già urbanizzate per evitarne il degrado ambientale o sociale, per rispettare il rapporto tra aree edificate e aree libere, tra volumi e spazi aperti, tra abitanti e spazi pubblici e usi pubblici e così via. Una legge, insomma, che costituisce un piccolo manuale della buona urbanistica; essa dovrebbe costituire un testo da studiare in tutte le sedi universitarie che si occupino di trasformazioni del territorio, e siano davvero orientate alla formazione di tecnici impegnati nella progettazione e realizzazione di un corretto uso del suolo, rurale ed urbanizzato, e non nella corruzione del mestiere di urbanista in quello di facilitatore delle attività immobiliari.

“Rigenerazione urbana” alla veneta 

Esiste poi un progetto di legge della regione Veneto, che illustra splendidamente che cosa si intenda in quella regione (e in tutto il mondo politico e culturale che a quell’esempio si ispira) per “rigenerazione urbana” e su cui vogliamo per questo soffermarci. E il progetto di legge n. 390 «Disposizioni per il contenimento del consumo di suolo, la rigenerazione urbana e il miglioramento della qualità insediativa», ed è firmata dal presidente della Regione Zaia e da un plotone di suoi seguaci.

Cominciamo col dire che il contenimento del consumo non c’è (come del resto non c’è il miglioramento della qualità urbana. Si dichiara, è vero, di assumere l’obiettivo di «evitare il consumo di suolo non urbanizzato» e quello di «invertire il processo di urbanizzazione del territorio», ma si esenta da questo “vincolo” una serie di tipologie di aree, pubbliche o private, «finalizzate all’attuazione di opere pubbliche o d’interesse pubblico».

Ne elenchiamo alcune: «edilizia residenziale pubblica o sociale», «aree pubbliche trasferite o da trasferirsi in attuazione del piano di alienazioni del patrimonio immobiliare», «aree individuate da accordi pubblico-privati» già in essere, «aree destinate a interventi di rilievo sovracomunale, previa autorizzazione della giunta regionale».

Non solo, ma nell’attesa di un successivo provvedimento regionale che stabilisca «i limiti del consumo di suolo per finalità urbanistico-edilizio» si consente comunque ai comuni di «individuare nei “piani degli interventi” vigenti fino al 50% delle superfici corrispondenti al carico insediativo aggiuntivo previsto dai “piani di assetto territoriale”», conservandone la capacità edificatoria. Si tenga conto che secondo stime autorevoli, i “piani di assetto territoriale” hanno generalmente convalidato le previsioni contenute nei PRG vigenti, i quali consentirebbero un aumento pari al 40% dell’attuale urbanizzato (vedi: Legambiente Veneto, Osservazioni al progetto di legge della Giuntaregionale del Veneto n. 390. Un parere molto critico lo ha formulato anche il Dipartimento di Progettazione e Pianificazione in Ambienti Complessi.
Nulla, quindi, per il contenimento del consumo di suolo, ma tranquilla prosecuzione del trend che ha fatto del Veneto, come gli stessi presentatori ammettono nell’accattivante relazione, una delle regioni peggiori d’Italia. Ma vediamo in che consiste quello che è il vero obiettivo della legge: la cosiddetta ”rigenerazione urbana” .

Per cominciare si dichiara che «sono da considerarsi d’interesse pubblico anche ai fini dell’eventuale rilascio di permessi da costruire in deroga» una serie di interventi di demolizione (manufatti privi di vincoli di protezione, o ricadenti in aree soggette a rischio idraulico o geologico, manufatti degradati, o che comunque dequalificano il tessuto urbano circostante). Si prosegue dichiarando che «è consentita la riutilizzazione propria dei manufatti demoliti con destinazioni d’uso anche diverse da quelle attuali, in loco o in altra area compresa nel tessuto urbano già consolidato».

Che cosa questo c’entri con una “rigenerazione edilizia” correttamente intesa non si comprende proprio. Basta però andare al comma successivo il quale chiarisce che: «per promuovere la rigenerazione edilizia i comuni possono prevedere «anche in deroga agli strumenti urbanistici vigenti, un incremento premiale della volumetria o della superficie utile fino al 15%», incrementabile fino al 30% se la Giunta regionale è d’accordo.

L’esame, e l’implicita denuncia, potrebbero continuare. Ma limitiamoci a tirar fuori il succo dalle disposizioni. Rigenerazione edilizia “alla veneta” significherebbe aumento indiscriminato dei volumi edificati in ogni parte del territorio già totalmente o parzialmente edificato (comprese le aeree di completamento, cioè d’espansione, previste dai piani vigenti). Significherebbe riduzione del rapporto tra aree edificate e aree libere, tra aree e volumi di proprietà e uso privato e aree e volumi di uso pubblico (e naturalmente nessuna probabilità che all’aumentato numero di abitanti corrisponda un aumento delle dotazioni pubbliche.

Nessuna garanzia di mantenimento in loco degli abitanti già insediati e anzi promozione di un’espulsione delle famiglie e delle attività più povere. Nessuna possibilità di attuare una pianificazione finalizzata ad avere un minimo di razionalità dell’equilibrio tra le diverse funzioni sul territorio) abitazioni, commercio, attività lavorative, servizi pubblici, e quindi mobilità. Il caos primigenio, qualcosa di simile agli slums e alle favelas ma con volumi eccezionalmente maggiori e assoluta irreversibilità della trasformazione

Una proposta di eddyburg 

Esiste infine una proposta di legge nazionale di un gruppo di amici di eddyburg, basata sulla possibilità costituzionalmente legittima di un intervento diretto dello Stato che costituisca un vincolo insuperabile per le regioni che volessero resistere.

Già nel 2006 un gruppo di amici di eddyburg aveva presentato una proposta di legge che fu fatta propria dai gruppi parlamentari della sinistra. La XV legislatura si concluse con un nulla di fatto. Poi le varie vicende che hanno condotto alla proposta Catania e al suo progressivo indebolimento. Ci eravamo via via convinti che era illusorio basarsi su procedure che assegnassero un ruolo determinante alle regioni. Se una sola di loro aveva positivamente reagito e il suo esempio non era stato seguito da nessuna delle altre (e platealmente ignorato o contrastato dalla cultura urbanistica ufficiale) occorreva aggiustare il tiro.

Fino ad allora ci si era riferiti alla materia “governo del territorio” di cui all’art. 117, comma 3, della Costituzione, (una disposizione che affida la potestà legislativa alla Regioni, riservando allo Stato la sola determinazione dei principi fondamentali: un percorso - si afferma - inadatto a raggiungere risultati soddisfacenti in tempi ragionevoli).

Nella nuova proposta di legge di eddyburg si suggerisce invece di riferirsi al comma 2, lettera s) dello stessa articolo, che elenca le materie in cui la potestà legislativa è di competenza esclusiva dello Stato. In effetti, come si afferma nella proposta, la salvaguardia del territorio non urbanizzato, in considerazione della sua valenza ambientale e della sua diretta connessione con la qualità di vita dei singoli e delle collettività, costituisce parte integrante della tutela dell’ambiente e del paesaggio.

Questo cambio di prospettiva, che si traduce in una significativa compressione delle competenze legislative delle regioni, è giustificato dal valore collettivo che tali porzioni di territorio hanno assunto non solo per i singoli e le collettività di oggi ma, in una logica di solidarietà intergenerazionale

Per concludere: due modesti obiettivi 

Non nutriamo nessuna speranza che l’attuale Parlamento, dominato e di fatto sostituito dall’attuale governo, possa esprimere la volontà di affrontare l’argomento nell’unico modo che ci sembra suscettibile di un risultato positivo. E ci rendiamo anche conto che non basta contenere il consumo di suolo per risolvere tutti i problemi che una effettiva riutilizzazione delle aree giù urbanizzate pone per essere diversa da quella oggi dominante. Cosa, quest'ultima, molto facie se si torna ai principi e alle pratiche della buona urbanistica

Ci proponiamo unicamente di raggiungere due obiettivi. 

Il primo è denunciare il ruolo della cultura urbanistica ufficiale. Abbiamo sentito pochissime voci opporsi all’ignobile progetto Zaia (soltanto, in sede locale, quelle di Legambiente Veneto e dell’Università IUAV di Venezia). Ne registreremo volentieri altre se ci perverranno.

Ma soprattutto riconosciamo in quel progetto di legge molti dei gravi cedimenti della corretta urbanistica (un’urbanistica al servizio di tutti gli abitanti, a cominciare dai più deboli, e non al servizio degli interessi immobiliari): i premi di cubatura, le deroghe, la perversa invenzione dei “diritti edificatori”, la possibilità di modificare ad libitum le destinazioni d’uso, i crediti edilizi collocabili al di fuori di qualunque contesto pianificatorio, la scomparsa degli standard urbanistici pubblici, la tranquilla liquidazione dei patrimoni immobiliari pubblici. Ma potremmo continuare il nostro elenco.

Il secondo obiettivo è quello di richiamare l’attenzione delle forze sociali e politiche che intendono “cambiare verso” alla distruzione del territorio e alla crescita del disagio urbano, e sollecitarle ad affrontare il tema con maggiore attenzione e maggior rigore di quello finora dimostrato. Abbiamo l’impressione che - vogliamo dirlo schiettamente - la cultura urbanistica, nel senso di una vigile comprensione del modo in cui il sistema normativo si traduce in concrete decisioni incidenti sulla qualità della vita dei cittadini attuali e futuri sia del tutto assente dalla cassetta degli attrezzi dei decisori.

Comprendiamo che i tempi sono cambiati da quelli in cui campeggiavano nell’arengo politico e amministrativo personaggi come Fiorentino Sullo o Camillo Ripamonti o Aldo Natoli o Giacomo Mancini o Piero Bucalossi, ma qualcosa di più di quello che il panorama attuale presenta si potrebbe pretenderlo. Non ci riferiamo tanto alla “destra” (per i cui esponenti il “verso” attuale è più che soddisfacente e le assicurazioni tecniche della cultura urbanistica ufficiale sono largamente sufficienti per affinità ideologica) ma soprattutto a “sinistra” o dove comunque ci si ponga l’obiettivo di rendere città e territorio più idonei a soddisfare le esigenze attuali e future dei loro abitanti.

DECOLOGO
PER UNA SOCIETÀ ECOLOGICA

Le proposte della comunità scientifica e della società civile per un’Italia a zero emissioni e zero veleni.

Nell’ultimo secolo si è imposto e perfezionato un modello di sviluppo mirato unicamente alla crescita economica e all’accumulazione di profitto con una caratterizzazione meramente quantitativa. Ciò che conta è far crescere il Pil il più possibile, controllare il più possibile le risorse naturali, produrre in maniera intensiva abbattendo il più possibile i costi ambientali e del lavoro, consumare il più possibile, smaltire risparmiando il più possibile. Questo sistema ha determinato conseguenze disastrose per la vita del pianeta e delle comunità umane e ha inasprito le diseguaglianze concentrando la ricchezza in un sempre minor numero di mani. Il mondo appare oggi diviso in due: da un lato chi si arricchisce, appropriandosi di risorse e ricchezze senza limiti; dall’altro chi paga il conto, risultando espropriato di ogni diritto.

Alle emergenze sociali prodotte si somma una crisi ambientale globale pervasiva e allarmante: esaurimento progressivo delle risorse, cambiamenti climatici, alti livelli di contaminazione delle matrici ambientali, gravi impatti sanitari sulle comunità esposte. Tale crisi, diretta conseguenza dell’attività predatoria dell’uomo sul pianeta, è la plateale rappresentazione del fallimento delle scelte politiche dei governi a tutti i livelli: non è esternalità casuale, degenerazione di un processo virtuoso, ma diretto prodotto dell’insieme delle scelte messe in campo, del quadro delle priorità inseguite, del modello di produzione scelto.

Le politiche attualmente in campo in termini di sfruttamento delle risorse naturali, di produzione, consumo e smaltimento degli scarti sono del tutto incompatibili con ogni istanza di giustizia ambientale, sociale e democratica.
Il nostro Paese si inserisce perfettamente in questo quadro e ne è attore protagonista: nonostante gli impegni assunti dai governi in sede europea e internazionale, l’intera economia italiana risulta ancora fondata su principi di insostenibilità: il modello energetico è basato in larga parte sullo sfruttamento di fonti fossili; il modello produttivo è fondato su un sistema lineare di sfruttamento dell’uomo e della natura; il modello infrastrutturale è ostinatamente ancorato alla necessità di costruire grandi opere impattanti e dalla dubbia utilità, la cui principale ratio è la distribuzione clientelare di appalti; il modello di gestione dei rifiuti è costruito sull’assunto che l’incenerimento sia parte fondante del processo; il modello sanitario è legato a una visione in virtù della quale si cura (poco e male) chi è malato senza immaginare meccanismi di prevenzione primaria; i processi decisionali risentono di una progressiva tendenza all’accentramento, spogliando le comunità locali e i cittadini di ogni possibilità di consapevole e attiva partecipazione.

Per queste, e per molte altre ragioni, la risposta alla crisi ambientale non può e non deve essere esclusivamente appannaggio della rappresentanza politica e dei soggetti economici privati ma è necessario innescare un meccanismo collettivo di ripensamento della società nella sua integralità: c’è bisogno di un’alleanza tra società civile e comunità scientifica che si ponga l’obiettivo di immaginare un paradigma alternativo di sviluppo e di dotarsi degli strumenti per realizzarlo.

Abbiamo moltissime urgenze sulle quali lavorare, e altrettante proposte per farlo.
La costruzione di una società ecologica non è più soltanto una necessità ma un’urgenza.

I DIECI PUNTI

1) Modello energetico 

La produzione energetica in Italia è ancora primariamente concentrata sullo sfruttamento delle risorse fossili, con un aumento negli ultimi anni di nuovi progetti di ricerca ed estrazione di petrolio e gas in terra e in mare. Il boom delle fonti rinnovabili, spinto dalle discutibili politiche incentivanti 2004-2013, si è arenato sotto il peso di un drastico taglio alle agevolazioni e di un quadro riferimento normativo ostile, opaco e instabile. Di contro, continuano a essere incentivate dai fondi le fonti fossili per 14,7 miliardi di euro l’anno. Inoltre, una transizione energetica orientata al contrasto ai cambiamenti climatici, alla sicurezza di approvvigionamento e alla distribuzione di ricchezza non può ragionare soltanto della fonte energetica ma deve necessariamente investire in via prioritaria il ripensamento del modello di produzione, trasformandolo da modello centralizzato e piramidale a modello “misto”, con una forte prevalenza della generazione distribuita: una reale democrazia energetica.

Per operare un profondo ripensamento del sistema di produzione energetico è fondamentale:
Approvare una moratoria sui nuovi progetti estrattivi riguardanti combustibili fossili
Abbandonare ogni progetto di estrazione non convenzionale
Procedere all’eliminazione dei sussidi pubblici alle fonti fossili (14,7 miliardi di euro annui solo per l’Italia, 5300 miliardi a livello globale)
Introdurre un sistema di fiscalità ambientale con la previsione di una carbon tax a livello nazionale, spingendo affinché sia allargata a livello europeo e globale
Sostenere interventi di efficientamento energetico nell’agricoltura, nell’edilizia, nei trasporti e nel settore manifatturiero, ecc., attraverso risorse pubbliche sottratte al patto di stabilità e un Piano Straordinario da sostenere con un Fondo ad hoc gestito, ad esempio, dalla Cassa Depositi e Prestiti, e incisive politiche di defiscalizzazione
Implementare a tappe serrate l’uscita totale dal carbone come fonte di produzione energetica entro il prossimo decennio
Adottare e implementare una road map adeguata per assicurare la completa decarbonizzazione del modello energetico al 2050
Legare l’utilizzo dell’energia da biomasse nella transizione energetica a rigidi criteri di sostenibilità ambientale e sociale, limitandosi alle sole biomasse di scarto e solo a usi complementari a quelli ottenibili con altre rinnovabili.
Promuovere un modello di produzione distribuito dell’energia, attraverso l’adeguamento e la completa digitalizzazione delle reti di distribuzione dell’energia e politiche di incentivazione ai cittadini (cd prosumer)

2) Modello produttivo 

Il settore industriale italiano è quanto di più lontano ci sia da un sistema produttivo sostenibile. Un’economia basata sul consumo acritico e su un ciclo di vita lineare delle materie (estrazione, produzione, consumo e smaltimento) ha costi ambientali e sociali troppo elevati. Il combinato di crisi economica e ambientale è un segnale chiaro dell’urgenza di una svolta che deve coincidere con una radicale conversione ecologica del tessuto produttivo, del modo in cui produciamo e del modo in cui consumiamo, a favore di un’economia in grado di produrre (meno) beni e (più) servizi con modalità che rispettino l’ambiente e la salute. Gli elementi necessari a questa transizione sono il passaggio dal gigantismo delle strutture proprie dell’economia fossile alla diffusione, differenziazione e interconnessione delle attività produttive e alla diminuzione dell’orario di lavoro. Tale modello ridurrebbe al contempo le disuguaglianze economiche e sarebbe a maggiore densità di lavoro rispetto a quello attuale, creando occupazione degna e di qualità.

Affinché tale cambiamento sia possibile è necessario agire in queste direzioni:
Promuovere il riavvicinamento sia fisico (“Km0”) sia organizzativo tra produzione e consumo grazie ai rapporti diretti fra cittadinanza attiva, imprenditoria locale e governi del territorio che devono avere il controllo congiunto dei servizi pubblici e partecipare alla definizione delle risorse a sostegno della conversione ecologica
 Sottrarre ai vincoli del patto di stabilità gli investimenti destinati al welfare municipale e alle conversioni produttive e ridurre il debito pregresso nell’ambito dei servizi locali in misura sufficiente a non essere di ostacolo a questi processi
Rivedere il Piano Nazionale Industria 4.0 che si limita alla mera digitalizzazione dei processi produttivi prevedendo incentivi all’efficientamento e alla decarbonizzazione e affrontando le ricadute sociali e ambientali del modello produttivo attuale.
Applicare la Direttiva Europea sull’ Economia Circolare promuovendo distretti produttivi simbiotici e rendendo obbligatorio l’uso razionale e il riuso delle materie prime e delle risorse tramite eco-progettazione (a monte), filiere sostenibili e corretto trattamento degli scarti (a valle);
Incentivare la conversione lavorativa attraverso la riqualificazione professionale e la formazione dei lavoratori affinché possano usufruire delle nuove opportunità date dai settori industriale, edile, artistico e dei servizi che usano soluzioni e tecniche di produzione ecosostenibili.
Varare politiche di inclusione sociale, favorendo l’inserimento di categorie vulnerabili e soggetti in condizioni di difficoltà e di svantaggio.
Prevedere azioni di controllo contro politiche di greenwashing, riferibili alle aziende, organizzazioni e istituzioni politiche che costruiscono un’immagine di sé ingannevolmente verde danneggiando consumatori, aziende e ambiente.

3) Modello agricolo e alimentazione 

Il modello di produzione agricolo, in Italia come altrove, è sempre più basato su sistemi di coltivazione intensiva e sull’utilizzo massiccio di agrotossici. Tali pratiche impoveriscono i terreni, rendono insalubri e spesso tossici gli alimenti prodotti e contribuiscono ad alimentare un sistema di sfruttamento intensivo non solo dei campi, ma anche della forza lavoro, attraverso il ricorso al caporalato e con condizioni di lavoro inaccettabili per i braccianti. Si assiste inoltre alla progressiva concentrazione di grandi quantità di terre in poche mani. Stesse considerazioni valgono per i sistemi intensivi di allevamento zootecnico, che si traducono nella produzione di cibo di scarsa qualità, con l’aggravante del trattamento disumano degli animali. Tra le varie attività umane, il settore dell’allevamento è quello che richiede il maggiore utilizzo di terreni, e contribuisce in maniera sensibile al consumo di acqua e alle emissioni di gas climalteranti. Occorre infine considerare che in totale lo spreco alimentare domestico annuo in Italia ha un valore calcolato di 13 miliardi di euro, che corrispondono all’1% del Pil.
Per l’affermazione di un modello agricolo sostenibile dal punto di vista ambientale e sociale sarebbe necessario:
Privilegiare produzioni di piccola scala, sia nelle coltivazioni che nell’allevamento di bestiame
Vietare l’utilizzo di pesticidi e sostanze chimiche e prediligere sistemi organici e biologici
Estendere in maniera capillare le maglie del controllo sullo sfruttamento dei lavoratori agricoli in modo da eradicare la pratica del caporalato
Non limitarsi a vietare l’utilizzo di sementi Ogm ma vietare altresì l’importazione e la vendita in Italia di prodotti provenienti da colture Ogm.
Non implementare colture energetiche dedicate privilegiando la produzione di cibo di qualità
Rendere accessibile il cibo di qualità attualmente proibitivo per le fasce di popolazioni più vulnerabili
Creare sistemi di tracciabilità dei prodotti in etichetta affinché sia possibile per i cittadini risalire alle informazioni relative al luogo di produzione, alle sostanze utilizzate per la produzione, alla distribuzione del valore attraverso la filiera etc.
Tutelare la diversità genetica dei semi a livello locale promuovendo e foraggiando le tecniche tradizionali di cura e rigenerazione delle sementi da parte degli agricoltori
Sottrarre alla Grande Distribuzione il monopolio del mercato del cibo, rafforzando relazioni di prossimità tra produttore e consumatore, ad esempio attraverso i Gruppi di Acquisto Solidale e la messa a sistema delle reti esistenti di distribuzione sostenibile.
Modificare le produzioni agricole per ridurre drasticamente l’impronta idrica e andare verso produzioni agricole carbon neutral incrementando il carbonio organico nei suoli.

4) Cementificazione e consumo di suolo 

Secondo l’ultimo rapporto sul consumo di suolo elaborato dall’Ispra, tra il 2013 e il 2015 la cementificazione ha invaso 250 km2 di territorio, 35 ettari al giorno. In Italia si perdono circa 4 metri quadrati di suolo ogni secondo. Sebbene nel 2016 sia stato approvato un DDL sul contenimento del consumo di suolo, esso risulta parziale e poco efficace per raggiungere gli obiettivi auspicati: per rendere il provvedimento efficace occorrerebbe anzitutto includere all’interno della definizione di consumo di suolo, tra le altre, le superfici destinate ai servizi di pubblica utilità di livello generale e locale, le aree destinate alle infrastrutture e agli insediamenti prioritari, le aree in cui sono previsti gli interventi connessi in qualsiasi modo alle attività agricole. L’esclusione di tali categorie è il primo ostacolo per il raggiungimento degli obiettivi di contenimento fissati per legge.
Per tali ragioni urge:
Stabilire obiettivi di riduzione del consumo di suolo sempre più stringenti di anno in anno in modo tale da garantire il raggiungimento dell’obiettivo “consumo di suolo zero al 2050”
Promuovere e sostenere il recupero del patrimonio esistente e la rigenerazione urbana, in modo da scoraggiare il nuovo edificato su suolo vergine e mirando tali processi all’inclusione sociale e la riconversione ecologica dell’esistente.
Evitare ulteriore cementificazione degli spazi urbani e industriali da recuperare e aumentare il livello di rinaturalizzazione.
Incentivare il monitoraggio partecipativo del consumo di suolo.
Incentivare il coinvolgimento delle realtà locali nei processi di pianificazione urbana e di rigenerazione.

5) Grandi opere e infrastrutture 

Il solo decreto Sblocca Italia varato nel 2014 ha sbloccato 14 grandi opere per un valore stimato di quasi 29 miliardi di euro, sostenendo uno schema di investimenti pubblici che favorisce la costruzione di infrastrutture impattanti e dalla dubbia utilità a scapito di interventi diffusi di risanamento del dissesto idrogeologico dilagante nel paese. Tale orientamento della spesa pubblica comporta una consistente diminuzione del welfare, cui si sommano, gli impatti ambientali, sociali prodotti dalle opere finanziate. Ulteriore elemento di criticità riguarda il carattere impositivo insito nella definizione e implementazione delle mega infrastrutture, che depauperano sistematicamente le comunità impattate dalla possibilità di partecipare ai processi decisionali.
Cambiare il modello infrastrutturale necessita di un profondo ripensamento, che non può non partire dal:
Ripensare le infrastrutture strategiche per il paese in un’ottica low carbon, come indicato tra gli altri dal Report della Global Commission on Economy and Climate presieduta da Nicholas Stern.
Rinunciare alla costruzione di mega infrastrutture energetiche legate all’utilizzo delle fonti fossili
Rinunciare ai progetti infrastrutturali connessi alla difesa militare, a partire da quelli stranieri e legati a servitù militari, ripristinando la sovranità nazionale sul territorio
Riorientare gli investimenti pubblici per le mega opere impattanti in investimenti per il risanamento idrogeologico del territorio. Il dissesto interessa l’82% dei comuni italiani, circa 30.000 kmq di territorio da nord a sud del paese ed è costato in termini di danni causati da calamità naturali tra il 1944 e il 2011 più di 240 miliardi di euro di fondi pubblici, circa 3,5 miliardi di euro all’anno. (Fonte: Anci-Cresme).

6) Gestione dei rifiuti 

Il modello nazionale di gestione dei rifiuti è caratterizzato da gravi inefficienze e, soprattutto, dall’incapacità di costruire strategie basate sulla corretta gerarchia di gestione dei rifiuti: riduzione a monte, riuso, riciclo, recupero energetico, smaltimento. Nonostante le gravi conseguenze sanitarie e ambientali – provate da una vasta letteratura scientifica – discariche e inceneritori restano infatti i cardini della gestione rifiuti a livello nazionale. Con il decreto Sblocca Italia, il dicastero dell’Ambiente ha elevato gli inceneritori a “infrastrutture strategiche di preminente interesse nazionale” dichiarando di fatto una precisa volontà politica: incentivare e favorire il business dell’incenerimento dei rifiuti. L’attuazione di una gestione sostenibile dei rifiuti passa al contrario e necessariamente per l’applicazione delle direttive comunitarie (come la Direttiva 2008/98/CE), per il rispetto del principio di precauzione e per la messa a sistema di una corresponsabilità tra enti, cittadini e imprenditoria.
Per intraprendere la strada della sostenibilità occorre:
Applicare la corretta gerarchia della gestione in un’ottica Rifiuti Zero.
Dismettere gli impianti di incenerimento, eliminando gli incentivi economici pubblici per qualsiasi forma di combustione dei rifiuti e abbandonando i processi di combustione, prima causa della scadente qualità dell’aria nel nostro paese.
Abrogare l’articolo 35 del decreto Sblocca Italia e rinunciare alla costruzione della nuova impiantistica prevista dal Decreto Inceneritori.
Potenziare la raccolta differenziata porta a porta con il sistema di tariffazione puntuale.
Sviluppare strumenti fiscali per incentivare la raccolta differenziata di qualità
Sviluppare una gestione orientata alla massima efficienza economica dei servizi di raccolta e smaltimento.
Riorganizzare il sistema dei consorzi CONAI con una regolazione pubblica dei contributi per renderli inversamente proporzionale alla riciclabilità dei materiali immessi a consumo.
Promuovere e incentivare la realizzazione di impianti finalizzati al recupero di materia: impianti a freddo per il trattamento di materiali accoppiati (come il tetra-pak) e multimateriali non recuperabili con il porta a porta.
Privilegiare la realizzazione di impianti di compostaggio aerobico eventualmente accompagnato da digestione anaerobica di qualità
Incentivare e promuovere iniziative, incentivi, azioni e progetti che consentano di prevenire a monte la produzione dei rifiuti.
Incentivare buone pratiche di riuso, riciclo, riduzione come il compostaggio domestico e di comunità.
Tenere in considerazione, in fase di progettazione dei prodotti, la scomponibilità e recuperabilità degli oggetti per favorire la re-immissione dei materiali nei cicli produttivi
Disincentivare l’acquisto di prodotti non riciclabili e usa e getta.

7) Mobilità 

Il modello di trasporti può dirsi sostenibile quando risponde efficacemente alle esigenze dei cittadini, riduce il traffico, migliora la qualità dell’aria, taglia i consumi energetici. Il sistema di trasporto pubblico in Italia è invece caratterizzato da gravi inefficienze, dall’insufficienza di offerta di sistemi di mobilità sostenibile (trasporti su rotaie, piste ciclabili, sistemi di car sharing etc.) e dalla netta prevalenza di sistemi di trasporto su gomma, con preminenza dei veicoli privati anche per gli spostamenti quotidiani. Altrove, la direzione verso la mobilità sostenibile ha preso da tempo la via della multimodalità: integrare modelli di trasporto diversi e a basso impatto, una direzione ancora molto lontana dal modello diffuso nel nostro paese.
Per promuovere un modello di trasporti realmente sostenibile occorrerebbe anzitutto:
Rafforzare le reti di trasporto pubblico, con preferenza per i veicoli elettrici e su rotaia in riferimento sia alle reti urbane sia alle reti extraurbane per gli spostamenti pendolari, contribuendo così a ridurre smog, rumore, ingorghi e ritardi.
Investire, dal punto di vista della politica industriale, sull’ampliamento del parco autobus elettrico.
Implementare una vasta rete per la ciclabilità urbana ed extraurbana, come risposta alle esigenze di trasporto urbano e alla domanda di turismo “dolce”
Implementare sistemi di monitoraggio della qualità dell’aria con particolare attenzione a sorgenti significative (autostrade/tangenziali) e agli inquinanti non rivelati come le particelle ultrafini (0.1 micron).
Istituire aree verdi e zone pedonali per disincentivare l’uso di vetture private nei centri urbani.
Investire nella multimodalità, prevedendo l’integrazione e l’interconnessione tra diversi sistemi di mobilità sostenibile.
Implementare e promuovere sistemi di uso condiviso, come bike sharing e car sharing elettrico, agevolandone l’utilizzo massiccio attraverso misure incentivali.
Spostare il traffico merci su ferro ed evitare la costruzione di nuove strade a larga percorrenza.
Come da indicazioni del Parlamento Europeo ridurre le emissioni di ossidi di azoto e di particolato sottile (<2.5 micron) su tutti i territori del 65% e del 50% e nelle aree ad alto inquinamento almeno del 75% (NO2) e del 60% (particolato) per ridurre la mortalità da smog.

8) Acqua e servizi pubblici essenziali 

Il modello di gestione del servizio idrico e, più in generale, dei servizi pubblici essenziali, è stato oggetto nel 2011 di un referendum abrogativo che ha portato all’affermazione di un’idea di gestione pubblica e ha sancito il carattere dell’acqua quale bene comune e diritto umano universale, prevedendo peraltro che non potesse essere inserita in bolletta alcuna quota di profitto per il gestore. Da allora si è tuttavia assistito a una rinnovata strategia di rilancio dei processi di privatizzazione del servizio idrico e degli altri servizi pubblici locali. Attualmente, attraverso processi di aggregazione e fusione, quattro colossi multiutilities – A2A, Iren, Hera e Acea – già collocati in Borsa, stanno progressivamente inglobando la totalità delle società di gestione dei servizi idrici, ambientali ed energetici.
Per invertire la rotta e restituire alle autorità pubbliche e alle comunità il controllo sui servizi pubblici essenziali occorre:
Ripubblicizzare il servizio idrico favorendo la partecipazione popolare diretta alla pianificazione e gestione del servizio idrico integrato e che consenta l’accesso ai dati e alle informazioni.
Prevedere sistemi di gestione pubblica e partecipata dei servizi pubblici essenziali in generale, rafforzata dallo sviluppo di processi di partecipazione dei cittadini e dei lavoratori.
Promuovere investimenti indirizzati prevalentemente alla ristrutturazione della rete idrica, con l’obiettivo di ridurre strutturalmente le perdite di rete, e verso le nuove opere, in particolare del sistema di depurazione e di fognatura.
Garantire sistemi di controllo della qualità delle acque con accesso ai dati per la popolazione e rapidi interventi di risanamento ove necessario.
Promuovere un nuovo sistema di finanziamento del servizio idrico basato sul ruolo fondamentale, oltre che della leva tariffaria, della finanza pubblica e della fiscalità generale; in altre parole il servizio idrico deve tornare a essere una delle priorità nel bilancio statale.

9) Ambiente e diritto alla salute 

L’emergenza sanitaria legata alla contaminazione ambientale in Italia è grave, conclamata e capillarmente diffusa. Tale situazione di grave violazione del diritto umano alla salute, costituzionalmente garantito, è stato indagato nel rapporto epidemiologico S.E.N.T.I.E.R.I. realizzato dall’ISS in 44 delle aree vaste contaminate identificate come SIN (Siti di Interesse Strategico Nazionale per le bonifiche) dal Ministero dell’Ambiente. I risultati del rapporto mostrano le gravi conseguenze in termini di incidenza di malattie, ricoveri e morti premature sulle popolazioni insediate. L’emergenza tuttavia va ben oltre i perimetri dei SIN ed è elevata in ogni zona che ospita impianti contaminanti, centrali energetiche, poli estrattivi, produttivi, di smaltimento, etc. Alla mancanza di politiche di prevenzione primaria si somma l’insufficienza del sistema sanitario nel garantire accesso alle cure e standard comparabili nelle varie regioni italiane.
Per garantire il diritto alla salute è dunque prioritario:
Garantire il pieno e integrale rispetto del principio di precauzione e dunque di politiche di prevenzione primaria attraverso la chiusura e la conversione in senso ecologico degli impianti gravemente contaminanti.
Garantire programmi di prevenzione e di screening (monitoraggio sanitario e prevenzione secondaria) nei territori ritenuti a rischio o già contaminati
Garantire programmi di ricerca e analisi che aiutino a individuare e prevenire le ricadute sanitarie della contaminazione.
Non soffermarsi alla previsione delle linee guida ma implementare lo strumento della V.I.S. – Valutazione di Impatto Sanitario obbligatoria per tutti i progetti di sviluppo, infrastrutturale, industriale, energetico, ecc.
Provvedere a rapidi ed efficaci processi di bonifica dei territori attraverso il coinvolgimento attivo delle popolazioni.
Garantire massima applicazione al principio “chi inquina paga”, assicurandosi che siano le stesse aziende responsabili della contaminazione a finanziare le bonifiche dei territori inquinati.
Riformare radicalmente il sistema dei monitoraggi ambientali e sanitari, sottraendo le figure apicali degli enti di controllo a procedure di nomina politica e caratterizzandone le attività per trasparenza, indipendenza, efficacia e continuatività. Le risultanze di tali rilievi devono essere recepiti senza esitazione nella formulazione di politiche a tutela della salute pubblica.
Adeguare i livelli essenziali di prestazioni in ambito sanitario alle necessità dei territori cui essi sono applicati, estendendo la gamma degli interventi di prevenzione, monitoraggio e cura delle patologie connesse all’esposizione ambientale.

10) Comunità e democrazia

Elemento dirimente per garantire una corretta e sostenibile gestione dei territori, la salubrità dell’ambiente e la tutela della comunità insediate è l’esistenza di strumenti di partecipazione popolare e di inclusione della cittadinanza nei processi decisionali. Da questo punto di vista, all’insufficienza degli strumenti esistenti si unisce la tendenza a un progressivo accentramento dei processi decisionali e di depotenziamento degli enti di prossimità, erodendo la possibilità di garantire alle comunità reale incidenza nelle scelte che riguardano il proprio destino. Ciò riduce pericolosamente lo spazio democratico favorendo un modello di delega incapace di rispondere alle istanze partecipative. Accanto a ciò, la prassi di governo continua a individuare nel ricorso a stato d’emergenza e a decretazione d’urgenza ulteriori strumenti per imporre dall’alto decisioni spesso invise alla cittadinanza.
Per colmare il gap democratico e rispondere alla richiesta di partecipazione cittadina è necessario:
Provvedere a fornire informazioni adeguate e complete riguardo nuovi progetti di sviluppo, infrastrutturale, industriale, energetico, etc. con impatti potenziali sul territorio.

Garantire in generale pieno accesso alle informazioni in campo ambientale, precondizione per esercitare a pieno le facoltà e i diritti connessi alla cittadinanza

Istituire e implementare strumenti partecipativi, soprattutto a livello locale, in merito alle politiche ambientali, garantendo la capillare partecipazione della cittadinanza e degli stakeholders sociali attraverso la previsione di strumenti deliberativi e non meramente consultivi

Garantire accesso alla giustizia per l’opposizione a progetti invisi, per la riparazione del danno prodotto e per il perseguimento delle responsabilità penali, ove presenti.

Rinunciare alla riforma nel procedimento di V.I.A. – Valutazione di Impatto Ambientale in discussione, evitandone lo svilimento e rafforzandone al contrario la funzione di garanzia di tutela ambientale e protezione delle comunità insediate.

Rafforzare anziché depotenziare il ruolo degli enti di prossimità nei processi decisionali.
Rafforzare le fattispecie di ecoreati recentemente introdotte nel codice penale per garantire una piena applicazione del principio Chi Inquina Paga.

RE.S.E.T. – Rete Scienza e Territori per una società ecologica


ADESIONI
(in continuo aggiornamento)
COMUNITÀ SCIENTIFICA

Stefania Albonetti – Dipartimento di Chimica Industriale, Università di Bologna
Leonardo Altieri – Dipartimento di Sociologia e Diritto dell’Economia Univ. Bologna
Nicola Armaroli – Direttore di Ricerca, ISOF CNR
Marco Armiero – Environmental Humanities Laboratory, KTH Royal Institute of Technology, Svezia
Lorenza Arnaboldi – Medico chirurgo, specialista in pediatria, ASL RMC Roma
Micaela Azzalli – Medico chirurgo, specialista in pediatria, PLS, Ferrara
Vincenzo Balzani – Chimico, Prof. emerito Università di Bologna
Francesco Luca Basile – Prof. associato, Dip. chimica industriale Univ. Bologna
Andrea Baranes – Presidente Fondazione Finanza Etica
Alberto Bellini – Dipartimento di Ingegneria dell’Energia Univ. Bologna
Mario Berveglieri – Medico chirurgo, specialista in Pediatria e Scienza dell’Alimentazione,
Giacomo Bergamini – Ricercatore chimico Dipartimento di Chimica Univ. Bologna
Elena Bernardi – Ricercatrice, Dip. di chimica industriale, Univ. Bologna
Enrico Bonatti – Senior Scientist, Scienze della Terra, Columbia University
Alessandra Bonoli – Professore Ass. Ingegneria delle Materie Prime, Univ Bologna
Carlo Cacciamani – Fisico, Direttore Servizio IdroMeteoClima, Arpa Emilia-Romagna
Carla Cafaro – Medico chirurgo, specialista in Pediatria PLS, Ferrara
Romano Camassi – Ricercatore INGV Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia
Daniele Caretti – Dip. Chimica Industriale “Toso Montanari”, Univ. Bologna
Thomas Casadei – Docente associato di Filosofia del diritto Univ. Modena e Reggio Emilia
Sergio Castellari – Fisico, INGV Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia e CMCC
Adriano Cattaneo – Epidemiologo IRCSS materno Infantile Burlo Garofolo, Trieste e membro Osservatorio italiano per la salute globale
Daniela Cavalcoli – Prof. associato Fisica della Materia Univ. Bologna
Fabrizio Cattaruzza – Chimico, collaboratore Istituto Struttura della Materia – ISM CNR
Fabrizio Cavani – Dipartimento di Chimica Industriale Università di Bologna
Marco Cilento – Prof. Comunicazione e ricerca sociale, Univ. Sapienza Roma
Carlo Cellamare -Dip. Ingegneria Civile Edile e Ambientale DICEA, Univ. Sapienza Roma
Marco Cervino – Fisico dell’atmosfera e del clima, Ricercatore ISAC-CNR
Andrea Contin – Professore fisica, dip. di Fisica e Astronomia, Univ. Bologna
Federico Demaria – Research & Degrowth, ICTA Universitat Autonoma de Barcelona
Salvatore De Rosa – Ricercatore, Dipartimento Human Geography LundUniversity
Enzo Di Salvatore – Prof. Diritto Costituzionale Università di Teramo
Margherita Eufemi – Prof. biochimica, Dip. Scienze Biochimiche, Univ. Sapienza Roma
Maria Cristina Facchini – Dirigente di Ricerca ISAC – CNR
Antonio Faggioli – Docente d’Igiene, Univ. Bologna
Silvano Falocco – Economista ambientale, Direttore Fondazione Ecosistemi
Cristina Femoni – Prof.ssa associata dip. Chimica industriale, Univ. Bologna
Paolo Figini – Prof. Economia Politica, Univ. Bologna
Lorenzo Fioramonti – Prof. Economia Politica, Università di Pretoria, Sud Africa
Sandro Fuzzi – Dirigente di Ricerca ISAC – CNR
Enrico Gagliano – Docente Scienze dell’Amministrazione Università Teramo
Anna Rosa Garbuglia – Laboratorio Virologia, INMI Lazzaro Spallanzani, Roma
Patrizia Gentilini – Oncologa ed Ematologa, Comit. Scient. ISDE e Medicina Democratica
Antonio Giordano – Oncologo e genetista, direttore Sbarro Health Research Organization USA
Federico Grazzini – Meteorologo, Arpae -SIMC / LMU München
Michele Grandolfo – Già Dirigente di ricerca in epidemiologia e biostatistica, ISS
Luigi Guerra – Direttore Dip. Scienze Educazione, Università di Bologna
Emanuele Leonardi – Ricercatore, Centre for Social Studies, Università di Coimbra
Maria Giulia Loffreda – Public Health, Erasmus Medical Center, Rotterdam
Franco Lupano – Medico di famiglia, CISO – Piemonte
Paolo Maddalena – libero docente Diritto Romano, vicepresid. emerito Corte Costituz.
Monica Malventano – pediatra, Ferrara
Roberto Mamone – Biologo marino
Giulio Marchesini Reggiani – Prof. Dip. Medicina e Chirurgia DIMEC, Univ. Bologna
Vittorio Marletto – Agrometeorologo, Arpa Emilia-Romagna
Federico Martelloni – Prof. Associato di Diritto al Lavoro Università di Bologna
Mariacristina Martini – Medico chirurgo, Internista e Pneumologa, Primario medicina generale Ospedale Villa D’Agri
Franco Medici – Dip. Ingegneria Chimica Materiali Ambiente, Univ. Sapienza Roma
Giorgio Nebbia – Prof. emerito di Merceologia Facoltà di Economia, Univ. di Bari
Alessia Nulli – docente scienze della formazione università Bicocca di Milano
Rosalba Passalacqua – Dip. Scienze chimiche, biologiche, farmac. ed ambientali, Univ. Messina
Siglinda Perathoner – Dip. Scienze chimiche, biologiche, farmaceutiche e ambientali, Univ. Messina
Marco Revelli -storico e sociologo, docente scienza della politica, Univ. Piemonte orientale
Gianpiero Ruani – ricercatore Istituto studio materiali nanostrutturati – ISMN CNR
Gianni Ruocco – Dipartimento di Scienze Politiche, Università Sapienza di Roma
Enrico Sangiorgi – Ingegnere Elettronica, professore di Elettronica, Univ. Bologna
Enzo Scandurra – Docente emerito di Sviluppo sostenibile – Univ. Sapienza Roma
Leonardo Setti – Dipartimento di Chimica Industriale, Università Bologna
Micol Todesco – Geologa l’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia INGV, Bologna
Mauro Valiani – Ex direttore dip. Prev. Empoli
Margherita Venturi – Professore ord. Chimica, Università di Bologna
Guido Viale – Sociologo e saggista
Stefano Zamagni – Economista, prof. Economia e statistica, Università di Bologna
Gabriele Zanini – Fisico, ricercatore ENEA di Bologna

SOCIETÀ CIVILE

A Sud
Abitanti Attivi – S.Maria Capua Vetere (CE)
Accademia Kronos
Acqua Alma Onlus
Acqua Bene Comune Venezia
Acqua bene comune Venezia
ACU – Associazione Consumieristica Utenti
Agenda 21 – Carditello
AIEA Onlus
Altro Modo Flegreo – Laboratorio di Cittadinanza attiva Pozzuoli
Amici della terra Lago d’Idro
Amigos MST
AMO Bologna associazione Onlus
ANPI Montirone,
Aqua Alma onlus
Arcadia – Associazione di Volontariato – Gricignano (CE)
ARCI
ARCI Bolzano
Associazione Noimessidaparte
Associazione Abruzzo Beni Comuni – Tortoreto (Te)
Associazione ambientalista e culturale Unione Giovani Indipendenti – Colleferro
Associazione Antigone Oppido Lucano
Associazione Articolo 9
Associazione BBB Spinoza – Empoli
Associazione Briganti d’Italia
Associazione Carte in regola
Associazione culturale CaTaliTe
Associazione culturale Oltre La Crescita
Associazione Il Tempio di Apollo – Arte, cultura e sociale
Associazione Noi genitori di tutti onlus
Associazione Nuovo Senso Civico
Associazione passo dopo passo
Associazione Radicali Lucani
Associazione Roverella Padenghe S G.
Associazione Terra mia – Mondragone (CE)
Associazione Un’altra Storia Varese
Attac Italia
Bici per la Città – Frattamaggiore (NA)
Borgo Solare,
Campi Aperti – Bologna
Campo de’ Fiori – Officina del Libero Pensiero, S.Maria a Vico (CE)
Caritas Parrocchiale Arienzo
Caritas per la Custodia del Creato: Parrocchia di Sant’Andrea di Arienzo (CE)
Caritas per la Custodia del Creato: Parrocchia Maria SS Assunta di S.Maria a Vico (CE)
CDCA – Centro Documentazione Conflitti AmbientaliCEAS – Centro di Educazione Ambientale Eco di Gea
Centro sociale 28 maggio
Carmine Piccolo cittadino reattivo
CETRI TIRES – Club Europeo Terza Rivoluzione Industriale
Circolo ARCI ” Montefortino “93
Città Visibile – Orta di Atella (CE)
Cittadini per il riciclaggio
CittAttivi – Frattamaggiore (NA)
Codisa
Com. Prov. Rifiuti zero
Comitato “La collina dei castagni” Castenedolo
Comitato acqua pubblica Brescia
Comitato Acqua Pubblica di Salerno
Comitato Acqua Pubblica Forlì
Comitato ambiente Brescia sud
Comitato aria pulita di Travagliato
Comitato Campagnoli
Comitato cittadini ambiente e salute Travagliato
Comitato cittadini Calcinato
Comitato carta
Comitato Cittadini Calvisano
Comitato Cittadini per l’Ambiente
Comitato di cittadini contro il collegamento autostradale delle Torricelle
Comitato di quartiere Casazza
Comitato di quartiere Chiesanuova
Comitato di quartiere Lamarmora
Comitato G.A.I.A. Gavardo
Comitato di quartiere Torrino Decima – IX Municipio
Comitato duomo Rovato
Comitato di quartiere centro storico nord
Comitato Fuochi sez. Marcianise
Comitato iolotto – Bologna
Comitato Lamarmora per l’ambiente Comitato Macogna Berlingo
Comitato Montichiari contro Green Hill
Comitato Mamme NO MUOS
Comitato Mamme Volanti di Castenedolo, Brescia
Comitato No Stoccaggio Gas Poggio fiorito
Comitato Pendolari FR8a Carrozza (Roma-Nettuno)
Comitato per la salute rinascita salvaguardia del centro storico
Comitato mamme Travagliato
Comitato porta a porta Botticino
Comitato provinciale Rifiuti Zero Brescia
Comitato Visano respira
Commissione ambiente ACLI Provinciale
Condotta Slow Food Emplese –Valdelsa
Consiglio di quartiere centro storico nord
Cooperativa Sociale ” ‘E Pappeci” – Bottega del Mondo
Coord. Comitati Ambientalisti Lombardia
Coordinamento Comitati Ambientalisti Lombardia
Coordinamento Comitati No Triv Lombardia
Coordinamento Donne per il territorio Gela
Coordinamento Nazionale No TRIV
Coordinamento No elettrodotto Villanova
Coordinamento No TAV Bs-Vr
Coordinamento Nord Sud del Mondo
COSPE Onlus
Cova Contro – Policoro (MT)
CSA Intifada – Empoli
daSud
DES Basso Garda
Donne del 29 agosto – Acerra (NA)
Eco gruppo Chiari
EHPA – Basilicata Oppido Lucano
Energia per l’Italia
Essere Animali
Ethos – Casalnuovo (NA)
Facciamo rivivere Vobarno
Gavardo in movimento
Fairwatch
Fateci Respirare – Lusciano
Fondazione Micheletti
Fondazione UniVerde
For After life foundation
Forum Ambientalista
Forum Ambientalista – Grosseto
Forum italiano movimenti per l’acqua
Forum Pontino Diritti e Beni Comuni
Gruppo empatia Brescia
Gruppo mamme di Castenedolo
Il fauno – cultura e ambiente basso Mella
ISDE – Medici per l’Ambiente
Istituto EcoAmbientale
La nostra terra – Brescia
Laboratoire Triangle-ENS Lyon
Laboratorio per Viggiano
Laboratorio progressista
Legambiente Brescia
Legambiente circolo Ancipa
Legambiente del Vercellese
Legambiente Franciacorta
Legambiente Montichiari
Montichiari SOS Terra
Lello Volpe con i bambini – Orta Di Atella (CE)
Liberacittadinanza
Link – Coordinamento Universitario
Mamme per la Salute e l’Ambiente Onlus, Venafro
Medicina Democratica
Movimento C’at accis a salute – Casalnuovo (NA)
Movimento decrescita felice Brescia
Pianeta VIOLA
Movimento NO al Carbone – Brindisi
Movimento per la Decrescita Felice – Gruppo Di Salerno
Navdanya International
No ai tralicci – Frattamaggiore (NA)
No Coke Alto Lazio
NoGrazie
Noi genitori di tutti – Caivano (NA)
Osservatorio Popolare per la Val D’Agri
Prima le Persone
Pro Loco Lusciano
Rete custodi del creato Brescia
Rete della conoscenza
Rete della Conoscenza – Acerra (NA)
Ridateci le Lucciole – Gricignano d’Aversa (CE)
Rivista Valori
ScanZiamo le Scorie
Si alle fonti Rinnovabili, No al Nucleare
SoloBio
Sottoterra Movimento Antimafie – Frattamaggiore (NA)
STOP MULTINAZIONALI
Stop TTIP Italia
Terra Nuova
Terra! Onlus
Transform! Italia
Travagliato in movimento
UdS – Unione degli Studenti
Un futuro per Ghedi
Rete Antinocività Brescia
V.IN.CI. – Volontari Interforze e Cittadini onlus – Cesa (CE)
Visano per basta veleni
Volontari Antiroghi Acerra (NA)




Show Comments: OR