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giovedì 1 giugno 2017

C’è un brutto clima in città

Le città (e nelle città) sempre più alte differenza e disagio per i cambiamenti climatici. Come affrontare il problema: Legambiente propone la green economy, ci sono anche altre strade . il manifesto, 1 giugno 2017, con postilla

Non bisogna scrutare l’orizzonte con l’elmetto in testa per scorgere gli effetti dei cambiamenti climatici. Il clima è già cambiato e lo dicono i danni provocati in Italia dai cosiddetti fenomeni metereologici «estremi». Alluvioni, piogge, nevicate eccezionali, periodi di siccità e ondate di calore che rendono complicata, e in alcuni casi anche letale, la permanenza nelle città.

Si possono già contare i morti: dal 2010 al 2016 in Italia hanno perso la vita 145 persone a causa delle inondazioni. Solo l’ondata di calore del 2015 ha provocato 2.754 decessi tra la popolazione anziana di 21 città (over 65). Nello stesso periodo sono stati 126 i comuni italiani colpiti da 242 fenomeni metereologici che hanno provocato danni al territorio e – direttamente o indirettamente – alla salute dei cittadini. Questo è il quadro fotografato dal dossier Le città alla sfida del clima realizzato da Legambiente e presentato a Roma, insieme a un nuovo osservatorio on-line che dà la possibilità di raccogliere, mappare e informare sugli eventi climatici che mettono a rischio le città italiane (cittaclima.it).

Con lo sguardo rivolto agli ultimi sette anni, il rapporto registra già numeri importanti. 52 casi di allagamenti provocati da piogge intense, 98 episodi di danni provocati alle infrastrutture sempre dalle piogge, come i 56 giorni di stop a metropolitane e treni urbani nelle più grandi città (19 giorni a Roma, 15 a Milano, 10 a Genova, 7 a Napoli, 5 a Torino). Danni anche al patrimonio storico (8 episodi), 44 frane provocate da precipitazioni e trombe d’aria. E ancora: 40 esondazioni, 55 giorni di black-out elettrici (il più importante nel gennaio di quest’anno in Abruzzo, con più di 150mila abitazioni rimaste senza luce in seguito a una nevicata). Tra le regioni più coinvolte da «fenomeni estremi» c’è la Sicilia.

LE ONDATE DI CALORE, sottolinea Legambiente, sono un fenomeno sottovalutato che impatta non solo nei centri urbani (gli effetti nocivi per anziani e malati si verificano quando le temperature non scendono di giorno sotto i 35 gradi e di notte sotto i 25). La parola chiave a questo punto è adattamento ed è un messaggio rivolto alla politica, come sottolinea il vice presidente di Legambiente Edoardo Zanchini: «Questa è la vera grande sfida del tempo che viviamo, per vincerla dobbiamo rendere le nostre città più resilienti e sicure, cogliendo l’opportunità di farle diventare anche più vivibili e belle. L’esatta conoscenza delle zone urbane a maggior rischio sia rispetto alle piogge che alle ondate di calore è fondamentale per salvare vite umane e limitare i danni».

Per Edoardo Zanchini è arrivato il momento di rendersi conto che le città non possono più essere lasciate sole: «Non è più rinviabile l’approvazione del Piano nazionale di adattamento al clima, che deve diventare il riferimento per gli interventi di messa in sicurezza del territorio e dei finanziamenti nei prossimi anni, in modo da riuscire in ogni città a intensificare le attività di prevenzione, individuando le zone a maggior rischio, e a realizzare gli interventi di adattamento al clima e di protezione civile».

Il cambio di prospettiva si rende necessario per ribaltare una politica non più sostenibile e non solo economicamente, lo spiega bene un altro dato significativo: l’apertura di 56 stati di emergenza provocati da frane e alluvioni è servita ad accertare danni stimati per 7,6 miliardi di euro e a verificare che lo stato ha stanziato meno del 10% della cifra necessaria (738 milioni di euro). Oltre 1,1 miliardi di danni in Campania, 800 in Emilia Romagna e Abruzzo, 700 milioni in Toscana, più di 600 in Liguria e Marche, che sarebbero serviti per mettere in sicurezza il territorio e dare ossigeno alle attività produttive colpite.

Legambiente ha anche stilato una sorta di decalogo per avere città più resilienti. Oltre all’approvazione del Piano nazionale di adattamento al clima che deve porsi l’obiettivo di mettere in sicurezza le città più vulnerabili, servirebbe un monitoraggio degli impatti sanitari dei cambiamenti climatici sulle aree urbane. La messa in sicurezza dei fiumi che scorrono nelle vicinanze delle città, l’approvazione di linee guida per l’utilizzo di materiali progettati per ridurre l’impatto dei cambiamenti climatici nei quartieri più a rischio (per restare a Milano sono considerati isole di calore preoccupanti i quartieri Forlanini-Ortica, Corsica, Parco Lambro, Mecenate e Quarto Oggiaro). Poi delocalizzare gli edifici a rischio e tutelare le misure di vincolo per evitare la costruzione di nuove strutture in aree allagabili. Buone pratiche sono già presenti in alcune città – dice Legambiente citando il caso milanese di piazza Gae Aulenti – dunque si tratterebbe solo di replicarle per migliorare la vita dei cittadini. Con quali soldi e con quale governo, sarà l’oggetto del prossimo dossier. Forse.

postilla

Ci sono due modi per contrastare gli effetti negativi dei cambiamenti climatici sull’habitat dell’uomo. L’uno è quello tipico dell’ideologia della “green economy” È quello che mira a ridurre gli effetti adoperando gli stessi strumenti che li hanno causati: nuove tecnologie, nuovi prodotti che sostituiscano sempre di più quelli naturali, regolazione artificiale della temperatura nelle abitazioni, negli uffici, nelle automobili e negli altri luoghi ove vivono i benestanti.

L’altro modo è quello di contrastare le cause dei cambiamenti climatici, a tutte le scale: alla scala planetaria, territoriale, urbana. Affrontando il problema sia nella dimensione globale che in quella locale: a livello sia delle intese interstatali (come quelle che Trump, e non solo lui, energicamente rifiuta), sia nelle politiche locali. In particolare, quelle territoriale e urbanistiche. Su questo piano sarebbe necessario e possibile realizzare un pesante riequilibrio tra suolo libero, verde, prati cespugli alberi acque correnti e ferme da una parte, e cemento, asfalto, ghiaia e ghiaietto, laterizio, lamiere dall’altra parte.

Ma la seconda strada è molto più difficile: impedisce di fare affari, di accrescere privatizzazioni e conseguenti rendite. E potrebbe perfino (udite, utile)  impedire la crescita del PIL. Ecco perché gli imbroglioni e gli sfruttatori si affannano a seguire la prima strada (con il loro largo seguito di ingenui un po’ tonti) e così pochi insistono per seguire la strada giusta. (e.s.)
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