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Il provocatorio progetto di uno studio messicano per un muro “molto bello” e di colore rosa intenso che piacerebbe a Trump. Gli americani potrebbero contemplare dall’alto il Messico con “gorgeous perversity”. Estudio 3.14 di Guadalajara: Progetto “Prison Wall” (m.c.g.)

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sabato 27 maggio 2017

Tar, musei e rispetto delle leggi

Si può arrivare a comprendere che qualcuno, avendo gli occhi bendati, apprezzi Franceschini, come ha fatto Francesco Merlo. Ma che sul giornale fondato da Eugenio Scalfari si critichi la magistratura che fa rispettare la legge  è davvero un segno buio dei tempi. La Repubblica, 27 maggio 2017


A differenza di Francesco Merlo, trovo che la sentenza del Tar del Lazio sul concorso dei supermusei rientri nella perfetta fisiologia democratica: e, anzi, credo che sia salutare che un potere politico troppo spesso arrogante e arbitrario venga richiamato alla necessità di rispettare leggi e regole.

Il giudice amministrativo rileva che una legge vigente (la 165/2001, art. 38) stabilisce che la cittadinanza italiana è richiesta quando il pubblico dipendente esercita, direttamente o indirettamente, pubblici poteri o quando l’ufficio attenga all’interesse nazionale. E Dario Franceschini, nel decreto ministeriale del 27 novembre 2014 che ha messo a bando i posti dei cosiddetti supermusei, ha definito questi ultimi «di rilevante interesse nazionale ». E dunque: la «figuraccia internazionale dell’Italia» si deve al giudice che fa rispettare limpidamente la legge, o al ministro che, pur avendo i numeri parlamentari per farlo, non cambia la legge, preferendo violarla?

Quanto al merito, il problema esiste: e non solo da noi. Il direttore della National Gallery di Londra è un italiano: ma di cittadinanza britannica. E questo è il punto. Il direttore degli Uffizi, tedesco, ha detto che non aveva letto la sentenza perché non è un giurista, e perché non è italiano: ma il punto è che i funzionari dello Stato italiano che fino ad ora avevano diretto i musei erano chiamati anche a conoscere l’ordinamento giuridico. Perché il loro non è un incarico puramente scientifico (per il quale nessun confine nazionale varrebbe), ma è anche una pesante responsabilità amministrativa. Il Tar è poi intervenuto sull’opacità del concorso. Che è un dato reale.

I responsabili dei maggiori musei del mondo sono stati scelti con colloqui inferiori ai 15 minuti, e i verbali permettono di dedurre che ogni curriculum è stato letto e valutato in 9 minuti medi. Gli standard internazionali per la selezione di direttori di musei prevedono ore, e più spesso giorni interi, di reciproca conoscenza. Franceschini, al contrario, volle fare tutto in fretta, con una commissione di 5 membri che doveva decidere su musei tra loro diversissimi: in un evidente deficit di competenze. Non basta. Nella commissione c’erano solo due tecnici, mentre la maggioranza era controllata dal braccio destro del ministro e autore del testo della riforma, da una manager museale che Franceschini nominerà subito dopo nel cda degli Uffizi e dal presidente della Biennale di Venezia che attendeva che il ministro derogasse ad una norma per confermarlo ancora in quel posto. La verità è che la politica ha steso prepotentemente la sua ombra su un concorso che doveva essere tecnico e indipendente. Del resto, è questo lo spirito della “riforma”: i consigli scientifici dei musei sono ora nominati dal ministro, dal sindaco e dal presidente della Regione, con una lottizzazione politica della storia dell’arte e dell’archeologia che non ha eguali al mondo.

I risultati del concorso non furono entusiasmanti: con poche eccezioni, non risultarono vincitori professionisti che avessero già diretto un qualunque museo, ma che al massimo erano stati conservatori di sezioni in musei minori. Abbiamo affidato delle portaerei a chi aveva diretto solo il ponte di una corvetta. Il risultato è stato una indiscussa fedeltà dei miracolati al ministro autore di un simile miracolo. E la comunità scientifica internazionale ha guardato con enorme perplessità a questa inedita operazione di cosmesi.

Le conseguenze sono state pesanti. Qualcuno ricorderà l’esteso danno alle tavole di Brera, le inaugurazioni “politiche” del Museo di Taranto (che poi tornava a chiudere quelle sale per mancanza di personale), la mercificazione spinta della Galleria Palatina di Pitti, le dimissioni dai consigli scientifici della stessa Brera, e della Gnam a Roma: mentre stenta ad emergere in pubblico l’estesissimo, profondo disagio dei lavoratori di questi musei.

Franceschini rivendica la quantità: citando numeri della bigliettazione che non dipendono, tuttavia, dalla sua riforma, ma dalla congiuntura internazionale legata al terrorismo, che vede i turisti in fuga dalla Francia e da molti paesi del Mediterraneo.

Niente gli cale, invece, della qualità: la commissione Bray aveva pensato l’autonomia dei musei come occasione per creare, o rafforzare, comunità di ricercatori residenti che producessero conoscenza, e la redistribuissero ai cittadini. Invece i super musei (a differenza dei loro omologhi inglesi, francesi, tedeschi o olandesi) non fanno più ricerca, e le figure (monocratiche e isolate) di questi generali senza esercito hanno ricevuto un mandato diverso: far marketing, non conoscenza.
Ma mentre su tutto questo si potrebbe discutere a lungo, il fatto che i giudici debbano far rispettare le leggi dovrebbe essere, invece, pacifico.
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