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domenica 21 maggio 2017

Milano, 20 maggio. La rivincita dell'umano

La grande manifestazione milanese. Una fiumana unita, ma senza ipocrisie. Articoli di Marco Revelli e Luca Fazio, Piero Colaprico, Daniele Fiori. il manifesto, la Repubblica, il Fatto quotidiano, 21 maggio 2017
il manifesto
20 MAGGIO,
LA RIVINCITA DELL’UMANO
di Marco Revelli
Affermazione perentoria che ritornerà in mille cartelli, magliette, adesivi zizzagando lungo tutto il serpentone del corteo. Intorno tanta, tanta gente di ogni etnia, di ogni età, di ogni paese che s’incrociava, incontrava, mescolava con accenti diversi, vestiti diversi, storie diverse, appartenenze diverse, ma tutti trascinati nel ritmo amico della grande festa tranquilla. E tutti coinvolti nella comune consapevolezza che si stava, insieme, sul versante di uno spartiacque che sta decidendo del futuro del mondo e del mondo del futuro, rispetto al quale non si può più dilazionare il momento della scelta. Se non ora quando?
Si è discusso molto sulle linee di frattura che organizzano oggi il campo del conflitto politico e sociale. Quella che divide Destra e Sinistra, dichiarata da più parti obsoleta e stracca. Quella che contrappone Alto e Basso, emergente e turgida, capace di disegnare lo scenario dei nascenti populismi. Quella tra Conservazione e Innovazione, con tutto il carico di ambiguità che entrambi i termini contengono. La linea di frattura rispetto alla quale si è schierata ieri Milano (e a Milano l’Italia) è la linea che separa e contrappone Umano e Inumano. Linea d’ombra estrema, in qualche modo terminale, che conduce le comunità alle questioni ultime: essere o non essere ancora capaci di riconoscersi l’un l’altro, e il Noi nell’Altro.
Chi ha sfilato ieri ha sentito il bisogno di dire molto semplicemente, che voleva «restare umano». Non girare lo sguardo di fronte all’immagine di un uomo che muore, di un bambino che affoga, di una donna che partorisce su una spiaggia e poi spira. Una scelta potente (con una carica di energia positiva forte), perché quando l’Umano scende in campo con tutta la sua forza, gli argomenti del Disumano svaniscono, come i fantasmi di un romanzo gotico: lo si vedeva bene ieri dove, nella «sua» Milano Matteo Salvini sembrava una misera ombra, irreale e grottesca, evocata solo da qualche cartello irridente (uno recitava + Salvati /- Salvini).
Ma il 20 maggio milanese ha detto anche un’altra cosa. Un calmo, pacato ma fermo No all’ipocrisia politica. Alle finzioni e ai giochi doppi o tripli. I cartelli gialli con su scritto «No Minniti e Orlando» che costellavano il corteo in tutti i suoi segmenti, dalla coda alla testa, non erano espressione di una posizione «di parte». E nemmeno di una vocazione «divisiva».
Nella loro rizomatica pervasività esprimevano un sentimento diffuso e condiviso d’intransigenza su questioni di fondo quali sono quelle dei diritti e del rispetto della vita: non si può ridurre la nuda vita a minaccia del «decoro urbano». Non si possono creare corsie veloci e preferenziali per le espulsioni a scapito dei giusti gradi di giudizio. Non si può trattare con stati canaglia e tribù affinché respingano a crepare nel deserto coloro che non si vuole veder approdare sulle nostre spiagge… Semplicemente non si può. Chi lo fa, magari di nascosto, dietro il paravento dell’ipocrisia diplomatica, si colloca sul versante del disumano.
il manifesto
IN 100 MILA ALLA PARATA PER I MIGRANTI.

UN MONDO È GIÀ QUI
di Luca Fazio
«Insieme senza muri. Con la giornata per l'accoglienza, fortemente voluta dall'assessore Piefrancesco Majorino, e sostenuta dal sindaco Beppe Sala, si materializza il corteo antirazzista più imponente che ci sia mai stato in Italia. Un successo clamoroso che ha dato voce a chi con diverse sfumature chiede a questo governo politiche immigratorie inclusive e non discriminatorie come la legge Minniti-Orlando»

Siamo contenti? Contentissimi. Ma consapevoli. Che non ci si può godere in eterno un pomeriggio come questo trascorso in una delle piazze più accoglienti d’Europa. Torneremo nella dura realtà, ma domani. Oggi siamo stati travolti, organizzatori compresi, da una delle più grandi manifestazioni degli ultimi anni. La parata per l’accoglienza è sfuggita di mano, a tutti. Meno male. Passerà alla storia come il corteo antirazzista più imponente che ci sia mai stato in Italia, anche perché si è materializzato come per incanto in uno dei momenti peggiori della storia recente. I numeri contano: sono circa100 mila persone, vere. Chilometri di storie diverse, unite da uno stesso sentimento, magari confuso ma sincero. Milano-Barcellona 1-1. E così Milano – e speriamo che davvero sia sempre in anticipo sui tempi – da ieri potrebbe cominciare a raccontarsi come una città “top player” dell’accoglienza.

Direbbe così il sindaco manager Beppe Sala, uno dei protagonisti assoluti di questo 20 maggio che somiglia a un 25 aprile di quelli meglio riusciti. Sembra l’unico politico, lui che politico non è, consapevole che – sommessamente – “il tema dell’immigrazione riguarderà le nostre vite per i prossimi decenni e io voglio essere un costruttore di ponti non di muri”. E ancora: “Di fronte al tema epocale delle migrazioni non si può girarsi dall’altra parte, vi prometto che non lo farò. Lavoro ogni giorno per costruire una grande Milano, ma questo non avrebbe senso se si perdesse l’anima solidaristica della città, io cercherò di fare Milano grande ma senza dimenticare la solidarietà”. Vedremo nei fatti se saprà onorare questo suo indiscutibile successo. Anche il presidente del Senato, Pietro Grasso – “chi nasce e studia qui è italiano” – si è lasciato andare sul palco in piazza del Cannone che fino a sera ha raccolto i pensieri di chi ha voluto testimoniare la propria presenza (con Radio Popolare che trasmetteva il tutto facendo gli onori di casa). Emma Bonino ha guardato avanti: “Milano oggi esprime quello che sarà il futuro del paese, piaccia o non piaccia”.

Il 20 maggio è anche una liberazione per tutti. Da un incubo che per anni ha paralizzato e continua a demoralizzare la parte migliore della società: è la paura di dichiararsi e fare politica definendosi antirazzisti, anche alzando la voce. Invece, forse, si può fare anche se per essere convincenti bisognerà lavorare duro, aggiornarsi e sporcarsi le mani. Compitino per la sinistra: erano tutti a Milano i leader del nuovo frastagliato corso (Mdp compreso). La voce per esempio l’ha alzata l’assessore Piefrancesco Majorino (giù il cappello, please) quando ha urlato contro Matteo Salvini e le sue “infamie” dette per insultare le persone che hanno raccolto il suo invito ad esserci, ognuno con la sua specificità e non senza qualche asprezza dichiarata.

Sono schegge di un vortice impossibile da mettere a fuoco con un’occhiata. Lasciamo perdere il “variopinto” ed il “colore”. La musica, ça va sans dire, ma non basta per dare l’idea. Ecco: il vero motivo per cui è andata alla grande è la presenza dei cittadini stranieri, mai visti così tanti tutti insieme. Non erano invitati, sono protagonisti a casa loro. Un mondo è già qui. Speriamo che un documentarista abbia raccontato la complessità delle moltitudini che si sono palesate con le loro storie drammatiche o già risolte, in t-shirt pettoruta o in costume tradizionale come all’apertura delle Olimpiadi. C’erano tutti. Ucraini, cinesi (nella loro compostezza marziale), cingalesi, salvadoregni, messicani, senegalesi, e profughi, persone non illegali che stanno aspettando di sapere se l’Italia vorrà farne dei cittadini o nuovi prigionieri da rispedire da qualche parte. Forse a morire. Tanto per tornare sul tema dell’accoglienza, che dopo una giornata come questa sarebbe bene non declinare in maniera approssimativa per lavarsi la coscienza senza tenere conto che le leggi approvate dal governo fanno carta straccia proprio di tutto quanto è stato detto ieri a Milano. Nuove prigioni, legislazione su base razziale, espulsioni di massa e respingimenti in Libia concordati con milizie da addestrare.
Chiedono altro i centomila. La contrarietà alla legge Minniti-Orlando è stata espressa in forme diverse lungo chilometri di percorso. Con cartelli, sventolando lembi di coperte termiche oro e argento, quelle che avvolgono i corpi dei migranti sopravvissuti. Guardarsi attorno e cogliere questo comune sentire non significa voler semplificare il dato politico. Il nodo rimane quello. Ognuno lo ha ribadito a modo suo. Tutte le associazioni cattoliche la pensano così e hanno dato prova di una grande capacità di mobilitazione (un leader credibile loro ce l’hanno). Tutte le associazioni laiche che si occupano di immigrazione hanno voluto esserci e potrebbero tenere seminari sui danni che provocherà la legge del Pd. I ragazzi dei centri sociali, quelli della piattaforma “Nessuna persona è illegale”, lo hanno urlato in faccia ai pochi esponenti del partito che ieri hanno preso coraggio e si sono rintanati nel primo spezzone del corteo. Chi con la guardia del corpo e chi un po’ meno al sicuro protetto da una gabbietta comica costruita dai City Angel per attutire le contestazioni. Sono stati presi a male parole ma niente di che, l’unico striscione del Pd che ha preso aria era un simpatico fake che ha guastato il colpo d’occhio alle prime file ingessate: “Pd, peggior destra” (niente di eversivo, solo centri sociali che citano Saviano…).

A proposito, sinceri applausi all’assessore extraterrestre del Pd,Pierfrancesco Majorino. Ci ha creduto fin dall’inizio. Adesso? E’ già ora di rimettere i piedi per terra. Ieri sono sbarcati 358 migranti a Trapani, 560 a Vibo Marina e 734 ad Augusta.



la Repubblica
LA MARCIA DEI CENTOMILA
di Piero Colaprico


«A Milano il popolo dell’accoglienza: “Ponti, non muri. ”In piazza anche il presidente del Senato Grasso: “È italiano chi nasce e studia qui” Berlusconi: “Così si delegittimano gli agenti del blitz alla stazione”»

Ma dov’è stata tutta questa gente che è uscita, verrebbe da dire, da chissà quali catacombe? Dov’erano per esempio sino a ieri, con le loro bandiere con il leone giallo in campo rosso, che ricordano quelle dei leghisti veneti, i giovani dello Sri Lanka? Hanno i costumi tradizionali, c’è chi balla e chi sfila con le divise della scuola, a decine mostrano alcuni cartelli vagamente surreali: «Visitate il nostro paese», con le foto del mare. Dai Bastioni di Porta Venezia è talmente tanta la gente, e a occhio uno su due è straniero, che il corteo parte mezz’ora prima, alle 14. All’inizio ci sono 50mila persone, alla fine dal palco si dice che erano centomila, in effetti, siccome i telefonini funzionano come radio militari, si sentivano messaggi di questo genere: «Dove sei esattamente?». E le risposte stupiscono: «Ancora in piazza Repubblica?, ma noi siamo in piazza del Cannone, al Castello, ma com’è possibile?».

Il sindaco Giuseppe Sala ci ha visto giusto, nel voler rilanciare, in una Milano dove crescono gli investimenti immobiliari e la popolazione universitaria, la marcia pro-migranti di Barcellona. Lo descrivono a volte come un gelido manager, ma non ha detto no alla mamma, Stefania: «Sono orgogliosa, gliel’ho chiesto io di venire, ho 86 anni, ma capisco — dice — quando bisogna scendere in piazza». E così, chi sognava il flop, il «meno di diecimila persone », chi pontificava, «Milano non ha bisogno di manifestazioni, tanto si sa che Milano tradizionalmente accoglie», è stato sconfitto. C’è una Milano che non si nasconde e, almeno in parte, sa che può crescere sia con i cinesi che sfilano dietro al dragone giallo e sia con gli africani che portano a spalle un canotto. Marciano a venti metri di distanza gli scout in divisa e i «Sentinelli», il gruppo che sfila in rappresentanza delle famiglie non tradizionali. Arabe con il velo e messicani con il sombrero, borchie e crocifissi, mani di Fatima e cornetti. Ballano i peruviani e le peruviane, con costumi teatrali, rigidamente separati, comandati gli uni da un uomo e le altre da una donna con un fischietto. Si capisce immediatamente che la giornata — vale la pena di sprecare un aggettivo retorico — può essere «epocale», nel senso che questo 20 maggio contrassegna un’epoca, la nostra, ed erano anni che non si vedevano così tante persone, bambini compresi, come quelli della scuola Palmieri, i più allegri con un gigantesco telo arcobaleno, alzare la voce. E manifestare per «un’Europa che accoglie», slogan che allineano le bulgare con i fiori tra i capelli e il ragazzo con la maglietta «Non sono straniero, sono stranero».

C’è chi certamente si ostina a vedere l’immigrazione di un unico colore, quello ritenuto più utile nel voto: il colore della paura, il nero della cronaca. Da Ismail Hosni, l’accoltellatore scoppiato della Centrale, che scaricava sì i video dell’Isis, ma pure quelli delle gang latine. Ad Anis Amri, l’attentatore di Berlino, ammazzato a Sesto San Giovanni, non mancherà mai materiale per il leghista Matteo Salvini: «Questa è la marcia degli invasori, siamo ostaggi degli immigrati, ci stanno portando la guerra in casa, farò una marcia degli italiani», grida. E, da destra, anche Silvio Berlusconi prova ad attaccare quella che è la sua Milano, sostenendo che il corteo «delegittima le forze dell’ordine, io non l’avrei fatto».

Sono parole molto lontane dal fiume di colori, che vanno dal giallo argento delle coperte lucide con le quali si coprono i naufraghi al bianco-rosso di Emergency. Dallo striscione della Camera del Lavoro di Brescia a Pax Christi e al bianco della comunità di Sant’Egidio, portato da tre ragazze del liceo Berchet e da un giovane nero che dormiva al «Binario 21», nello stesso luogo dal quale partivano i treni per i campi di sterminio. C’è un gruppone autodefinito «via Padova», i ragazzini di una scuola di teatro con addosso la tuta bianca usata dalla polizia scientifica e ci sono, impresse su un lenzuolo, le mani dei giovani stranieri accolti in una comunità del Giambellino. Molta musica, di ogni genere, si leva lungo le strade e si cammina come spinti da un vento nuovo, quello di chi, come dice il presidente del Senato, Piero Grasso «Non vuole muri e siamo qui a dirlo anche a chi i muri li vuole, io sono qui per difendere la costituzione e chi nasce e studia qui è italiano». Lo stesso spirito viene colto dall’ex segretario Pd Pierluigi Bersani: «Sono qui perché questo 20 maggio è una specie di 25 aprile dei tempi nuovi». Si sono visti don Colmegna, Massimo D’Alema, Giuliano Pisapia, continuamente braccato da chi gli dice di unire sinistra e centrosinistra, Carlo Petrini di Slow Food, Susanna Camusso della Cgil, e da parte del presidente del Consiglio Paolo Gentiloni arriva un tweet, «Grazie Milano,sicura e accogliente».

Contro Grasso, contro Sala, contro gli assessori Carmela Rozza e Giancarlo Majorino la sola contestazione è mossa da una quarantina di persone del centro sociale Cantiere, e fa un po’ impressione che il più esagitato sia Leon Blanchard, figlio di un famoso e ricchissimo gallerista. Per loro il Pd è «la peggior destra» e «Minniti razzista», ma la contestazione dedicata anche al ministro dell’Interno non ha prodotto alcun effetto concreto: «Meglio le contestazioni, che rinunciare alla marcia. C’è tantissima gente — dice il sindaco Sala — e so di vivere in una grande città con tante contraddizioni, ma sono convinto che se avessero chiesto ai militari feriti se fosse giusta la manifestazione avrebbero detto di sì. Hanno sofferto ma sono servitori dello Stato. Come sindaco io voglio essere costruttore di ponti e non di muri».

Molto applaudita anche Emma Bonino, che ha rincarato la dose: «Dobbiamo imparare a rimanere umani. Questa è la Milano dell’integrazione e della legalità e ora fatevi un regalo. Mettete una firma per voi e per il vostro futuro», e cioè contro la legge Bossi-Fini.
Finite le parole della politica e delle persone, è cominciata la musica e la festa in piazza gestita da Radiopopolare: a qualcuno non piacerà, ma è come se, in nome dei diritti sociali, la Milano che non sta a destra avesse ritrovato un po’ se stessa, quello che era, quello che potrebbe essere.


Il Fatto Quotidiano
PER I MIGRANTI 100 MILA IN CORTEO
(CON FISCHI AL PD)
di Daniele Fiori


«Sinistra divisa - I Democratici contestati per il decreto Minniti»

Una manifestazione parallela, perché le parole sono condivise, ma i fatti vanno in un’altra direzione e i promotori dell’iniziativa “sono gli stessi del decreto Minniti-Orlando”. Così si spiegano le proteste che hanno segnato la marcia “Insieme senza muri”, organizzata dal Partito democratico milanese con l’assessore Pierfrancesco Majorino in testa, sostenuto dal sindaco Beppe Sala. Lo slogan dell’iniziativa ha funzionato e ha portato circa 100mila persone a marciare per le strade da Porta Venezia fino a Parco Sempione, tra associazioni, stranieri di tutte le etnie e cittadini. Allo stesso tempo però ha messo in luce la chiara contraddizione che il Pd ha portato con sé ponendosi alla guida di una manifestazione pro-migranti. Una buona parte di chi era in strada considera infatti lo stesso Pd il responsabile della situazione in cui versa l’accoglienza oggi in Italia. E più che contro la legge Bossi-Fini, ha protestato contro il decreto del governo a firma dei ministri Marco Minniti e Andrea Orlando. Proprio Sala e Giorgio Gori, primo cittadino di Bergamo, sono stati a lungo contestati dai giovani del centro sociale Cantiere. Gridavano: “Minniti razzista” e mostravano lo striscione “Pd peggior destra”.

D’altronde la scritta “No Minniti Orlando”, insieme alle coperte termiche, è stata uno dei simboli della manifestazione. Portata al collo con fierezza da chi, come Roberta, sostiene sia “inutile parlare di Milano senza muri se poi è la stessa sinistra a costruirli”. Effetti collaterali di uno slogan che ha riunito in strada diverse anime della politica e della società civile, ma che è considerato in contraddizione con l’operato del governo. Lo dimostrano la presenza di Pier Luigi Bersani, Massimo D’Alema e Stefano Fassina, fuggiti dal Pd, come anche di Gino Strada, Carlo Petrini e Moni Ovadia, rappresentanti di anime diverse della sinistra. Ma lo dimostrano pure le parole di Emma Bonino, eretta dagli stessi organizzatori a simbolo della marcia, che ha ammesso come il decreto Minniti-Orlando stabilisca “un diritto affievolito per i richiedenti asilo”. E così quando Sala ha cominciato il suo discorso dal palco di Piazza del Cannone, punto finale della marcia, davanti a lui campeggiava lo striscione “No Minniti Orlando”.

Subito dopo ha preso la parola il presidente del Senato Piero Grasso, interrotto a metà del suo discorso ancora dal coro “No Minniti”. La scommessa del sindaco di Milano è stata vinta in termini numerici, nonostante la difficoltà di organizzare una marcia a favore dei migranti nel mezzo delle polemiche sull’operato delle Ong nel Mediterraneo. Ma allo stesso tempo la grande risposta di pubblico ha fatto sì che emergesse in modo netto la contestazione di chi condivide i valori della marcia, ma non quello che il governo Pd ha fatto fino ad oggi. “Abbiamo organizzato e aderito all’iniziativa per fare una manifestazione parallela – spiega Zoe, membro della piattaforma No one is illegal – perché le parole portate oggi in strada dal Pd non corrispondono ai fatti”. Un’iniziativa pacifica, che si è unita al corteo dei migranti, facendo indossare anche a loro i cartelli con la scritta contro il decreto Minniti-Orlando.



“Una legge che aumenta le difficoltà dei disperati che arrivano in Italia”, accusa Santino. Le fa eco Paola: “Quando si costruiscono muri non importa se siano di destra o di sinistra, sempre muri sono”. Non stupisce lo striscione mostrato dall’associazione Clash city workers: “Pd = Lega”. E non sorprende che la maggior parte dei manifestanti siano d’accordo. Questo il pensiero di un’anima della marcia, una parte di elettori che si autodefiniscono “di sinistra”, con cui il Pd dovrà tornare a fare i conti, considerato il successo che l’iniziativa ha avuto. Anche perché in molti dicono di essere contenti dell’assenza di Renzi, “altrimenti la contestazione sarebbe stata dura”.

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