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lunedì 29 maggio 2017

Lavoro per i migranti, lavoro per tutti

«“Mettere al lavoro” profughi, richiedenti asilo e migranti non ancora regolarizzati, è il problema centrale intorno a cui si gioca il futuro dell’Europa e del nostro paese». il blog di Guido Viale, 28 maggio 2017 (c.m.c)



Quello di cui intendo parlare qui sono alcune soluzioni di ordine istituzionale per affrontare l’ingresso nel mondo del lavoro di profughi e migranti; non i meccanismi con cui vengono sfruttati tutti coloro che si trovano nel nostro paese in una condizione di irregolarità e che, grazie alla condanna alla clandestinità imposto da chi si oppone alla loro regolarizzazione, è ormai da tempo uno dei pilastri portanti dell’economia italiana in molti settori.

Va comunque rilevato che diverse innovazioni recenti nel campo della legislazione del lavoro rendono sempre più sfumato, sia di fatto che in linea di diritto, i confini che separano il lavoro legale da quello illegale. Basta pensare ai cosiddetti scontrinisti, lavoratori – anzi lavoratrici – pagati dal Ministero dei Beni Culturali fino a un massimo di 400 euro al mese sulla base degli scontrini che riescono a presentare (evidentemente falsi, cioè raccolti da altri) e senza alcuna tutela. Non so in quale altro paese del mondo possa esistere un istituto contrattuale del genere.“Mettere al lavoro” profughi, richiedenti asilo e migranti non ancora regolarizzati o a cui è spirato il permesso di soggiorno, cioè offrir loro la possibilità di avere un lavoro regolare e retribuito, è il problema centrale intorno a cui si gioca il futuro dell’Europa e del nostro paese. Le considerazioni alla base di questo enunciato sono elementari:

- Gli sbarchi e gli arrivi in altre forme, tutte irregolari fino a che non saranno istituiti corridoi di ingresso legali, continueranno e, anzi, aumenteranno nel tempo, a causa dei cambiamenti climatici, della devastazione economica e ambientale delle loro terre, dei conflitti che questi processi innescano e alimentano, degli accordi commerciali che devastano le economie di sussistenza dei paesi da cui si originano quei flussi;

- Nessuna politica di contrasto, per quanto spietata, cioè fondata sull’abbandono di profughi e migranti in viaggio verso l’Europa in mare, nel deserto o tra le mani dei loro aguzzini, né tantomeno i rimpatri, possono permettere un contenimento significativo di questi flussi;

- L’accoglienza, così come è organizzata, non basta. In Italia, con l’eccezione della rete SPRAR – e neanche tutta – essa è per lo più affidata all’apprestamento estemporaneo di contenitori dove le persone che richiedono asilo (praticamente tutti i nuovi arrivati, dato che non esistono altri canali di accesso a una regolarizzazione) vengono mantenuti, a spese dello Stato, in una condizione di inattività forzata che umilia loro, ma che umilia anche le comunità dei territori dove insistono gli edifici in cui sono ospitati, e che li vedono bighellonare mentre loro lavorano.

In ogni caso questo è il destino di tutti coloro che sbarcano in Europa, perché l’Italia è ormai l’unico paese di approdo e le sue frontiere con il resto dell’Unione europea sono chiuse, sia fisicamente che dalla convenzione Dublino III. Questa forma di accoglienza, ma anche quella affidata alla rete SPRAR, rispondono a una logica di emergenza che non ha più alcuna ragion d’essere, dato che il fenomeno degli arrivi è destinato a protrarsi nel tempo.

Una volta ottenuto l’asilo o il diniego definitivo – spesso dopo anni – per le persone ospitate in queste strutture non è previsto alcuna altra forma di accompagnamento e vengono abbandonate per strada, con o senza documenti che ne legittimino la permanenza in Italia, a seconda dell’esito del procedimento. Il presupposto è che chi ha ricevuto il diniego ritorni da dove è venuto come ingiunto dal foglio di via che gli viene consegnato – ma nessuno lo fa – oppure che venga rimpatriato a forza, passando eventualmente attraverso un CPR; ma questi rimpatri sono costosi, per lo più impraticabili e vengono e verranno fatti solo ogni tanto “per dare l’esempio”. Ma anche per chi ha ricevuto la protezione internazionale non è prevista alcuna forma di accompagnamento;

Il risultato è che le persone messe per strada si accumuleranno di qui a poco al ritmo di cento/duecentomila all’anno: il numero degli arrivi da cui si prevede che l’Italia sarà interessata nei prossimi anni e forse per decenni. Si tratta di una situazione insostenibile, che non farà che alimentare e moltiplicare la propaganda di coloro che chiedono misure sempre più feroci di respingimento e di confinamento, anche se sanno benissimo – ma non lo dicono al pubblico a cui si rivolgono – che si tratta di misure inattuabili e inefficaci;

Il lavoro, un lavoro regolare e retribuito, è per tutte le persone in questa condizione il mezzo fondamentale di inclusione sociale e di empowerment: per avere un reddito, per sentirsi indipendenti, per trovarsi e pagare un alloggio, per crearsi una rete di relazioni sociali, per impratichirsi nella lingua, per imparare un mestiere, per risparmiare e contribuire al mantenimento di parenti rimasti in patria.

Molte delle persone che arrivano in queste condizioni, soprattutto se profughi di guerra o di qualche conflitto, ma anche se profughi ambientali o cosiddetti migranti economici, desiderano ritornare prima o poi da dove sono venute non appena se ne presentino le condizioni. Per questo il lavoro è anche ciò che può creare le basi per un ritorno: con nuove professionalità acquisite, con un patrimonio di relazioni con il paese di arrivo che può essere messo a frutto nel paese di origine – soprattutto se, come spiegheremo, le attività in cui verrebbero impegnate sono prevalentemente legate al risanamento ambientale sia locale che globale – e in alcuni casi anche con un piccolo capitale che oggi, per mancanza di supporto a impieghi alternativi, viene spesso dilapidato in attività immobiliari senza alcun beneficio.

In queste condizioni, e per tutte queste persone, la ricerca del lavoro non può essere affidata al mercato, cioè all’iniziativa individuale, anche se avvenisse in condizioni di legalità, cioè con un regolare permesso di soggiorno che oggi non viene dato a nessuno. E questo, non solo perché il mercato del lavoro, in Italia come in quasi tutti gli altri paesi europei, non offre in questo periodo, e per molti anni a venire, grandi opportunità nemmeno ai cittadini autoctoni; e neanche solo perché le agenzie di intermediazione non funzionano; ma soprattutto perché persone arrivate in queste condizioni hanno bisogno di un forte accompagnamento personalizzato.

Alcuni amministratori locali, ben consapevoli che è innanzitutto necessario spezzare la gabbia dell’inattività forzata a cui sono condannati i richiedenti asilo, hanno cominciato ad impegnarli, a titolo volontario e gratuito, in attività “socialmente utili”, con l’obiettivo di mostrare alla cittadinanza che quei profughi non sono solo un peso, e meno che mai un pericolo, ma possono essere anche un aiuto. Altri, tra cui alcuni studiosi del fenomeno, hanno proposto di riattivare l’istituto dei “lavori socialmente utili” (LSU): un istituto attivato dalla legislazione italiana del lavoro in un periodo compreso tra il 1984 e i primi anni del 2000), con l’intento dichiarato, ma quasi mai veramente perseguito, di avviare al lavoro un bacino di disoccupati che si era progressivamente andato allargando da alcuni lavoratori in cassa integrazione ad altri in mobilità, fino ad includere giovani inoccupati e disoccupati di lunga durata.

Entrambe queste soluzioni – lavoro gratuito e LSU – sono fattispecie di un approccio alla disoccupazione generale chiamato workfare, tutt’ora in vigore, anche se in disgrazia, in molti paesi, che era nato in contrapposizione, anche da un punto di vista terminologico, al welfare e, segnatamente, alle indennità di disoccupazione, considerate un incentivo all’ozio, o alla rinuncia della ricerca attiva di un lavoro. Al workfare veniva così assegnato sia il compito di tenere il disoccupato “in esercizio”, sia quello di riavviarlo in qualche modo al lavoro. Ma entrambe le soluzioni, più altre che vi possono essere assimilate, sono invece una vera e propria trappola: sia per il lavoratore che per le istituzioni che le promuovono e la società che le adotta.

Intanto ne vanno messe in discussione le finalità: in molti casi il workfare è stato introdotto con intenti punitivi: far pagare al disoccupato, come che sia, il costo del suo mantenimento; in altri casi, con intenti compassionevoli: sottrarlo all’inattività, farlo sentire, per l’appunto, “socialmente utile”. L’approccio prevalente è comunque quello di considerare il workfare una forma di avviamento o riavviamento al lavoro. Tutti e tre questi approcci presentano però più controindicazioni che benefici.

Sul lavoro volontario e gratuito c’è poco da dire: attivato una tantum con persone costrette a un isolamento forzato nelle loro strutture può essere giustificato come modo per allacciare un loro rapporto con la cittadinanza. Trasformato in pratica continuativa è una forma di schiavismo che risponde al principio di compensare con lavoro gratuito il proprio mantenimento, senza che da esso derivi alcuna prospettiva di sbocco occupazionale vero, o di inclusione sociale, allontanando così ancora di più le persone coinvolte da un percorso di integrazione.

Il lavoro socialmente utile (LSU), così come è stato introdotto e sviluppato in Italia, prevedeva una occupazione a mezzo tempo, con una retribuzione ridotta, ma contributi sociali garantiti interamente, in progetti temporalmente definiti – ma di fatto rinnovati di anno in anno alla scadenza – presso amministrazioni pubbliche, società miste pubblico-private, o imprese già esistenti o costituite ad hoc in forma cooperativa, affidatarie di lavori o servizi pubblici esternalizzati. La formula non poteva funzionare, e non ha funzionato, innanzitutto per il fatto che la retribuzione dimezzata era, sì, insufficiente a garantire il mantenimento di una persona e ancor più di una famiglia, ma era anche una buona base per impiegare il resto della giornata in un doppio lavoro “in nero”, anche grazie al fatto che i contributi sociali erano comunque interamente coperti.

Questo metteva di fatto molti lavoratori socialmente utili addirittura in una situazione privilegiata rispetto a chi svolgeva una attività regolare a tempo pieno, rendendoli così particolarmente restii ad abbandonare la loro posizione, anche in presenza di un’offerta di lavoro regolare. Questa renitenza era ulteriormente aggravata dalla speranza, spesso alimentate da forze politiche e sindacali, di utilizzare l’ingaggio nei LSU come corridoio di ingresso nella Pubblica amministrazione, posizione che in Italia gode ancora, nonostante tutto, di una particolare protezione.

Ma, oltre a ciò, sia il lavoro socialmente utile che il lavoro volontario e gratuito non sfuggono a un dilemma radicale: o il lavoro è effettivamente “socialmente utile”, e allora dovrebbe essere svolto in via ordinaria, con contratti di lavoro regolari, perché svolgerlo in forma gratuita, o in ambiti riservati ed esclusivi, significa entrare in concorrenza sia con i lavoratori interessati a svolgerlo dietro il pagamento di un salario regolare, sia con le imprese interessate ad averlo in affidamento a condizioni di mercato. Oppure quei lavori non fanno concorrenza a nessuno perché sono lavori finti o non sono per nulla utili; vanno solo a vantaggio di chi li gestisce e contribuiscono a creare delle sacche di parassitismo tra chi li gestisce.

Che è esattamente quanto successo per molti anni, mano a mano che si dilatava il bacino dei LSU e che venivano riconfermati gli pseudoprogetti in cui quei lavoratori venivano impegnati. Basti pensare alle migliaia di lavoratori ingaggiati in raccolte differenziate dei RSU o in lavori di bonifica senza essere dotati di attrezzature, strumenti e know how per operare; e venendo spesso assegnati ad aree e interventi in cui operavano già altre imprese più o meno regolari. Questo ha fatto sì che sui LSU finissero per ricadere anche le stimmate di persone incapaci o indisposte a lavorare in condizioni ordinarie, pregiudicandone ogni eventuale successiva ricollocazione.

Per di più, quando i lavori sono utili, perché coprono funzioni rimaste scoperte – ed è stato il caso di molti lavoratori applicati a ruoli della Pubblica amministrazione – questa si mette nella condizione di non poterne più fare a meno e, quando il sedicente progetto giunge a scadenza, scopre di non aver più le risorse per coprire alcune funzioni vitali.

Insomma, sia il lavoro volontario gratuito, a prescindere dalla sua inaccettabilità, sia il lavoro socialmente utile attribuito in riserva si rivelano una trappola tanto per il lavoratore che per le amministrazioni che lo impiegano direttamente o attraverso l’affidamento a un’impresa. Lo è per il lavoratore, perché, lungi dal funzionare come strumento di avviamento a un lavoro regolare, lo rinchiude in un recinto da cui nessuno ha più interesse a farlo uscire. Tanto è vero che lo svuotamento del bacino degli LSU italiani ha richiesto un progetto ad hoc (OFF), finanziato dall’Unione europea, costato molte decine di milioni, durato quasi dieci anni e nel quale la maggior parte delle uscite sono state di fatto realizzate per prepensionamento.

Ma è una trappola anche per le amministrazioni, perché le inducono a creare delle finte attività per sostenere lavori di nessuna utilità o efficacia, oppure ad affidare funzioni per essa vitali a interventi a termine, destinati a lasciarle scoperte quando il progetto viene a scadenza.

Qual è allora la soluzione? Una soluzione soddisfacente per adesso non c’è, perché il problema è il più complesso che l’Europa, e forse tutte le economie sviluppate, si trovano ad affrontare oggi. Ma per quanto riguarda l’Italia e gli scenari di qui a due o tre anni, valgono comunque le seguenti considerazioni:
Il problema è di assoluta priorità e va riportato come tale a livello europeo: profughi e migranti sbarcano in Italia, ma per raggiungere l’Europa. Il nostro paese non può essere lasciato solo ad affrontare questo flusso, anche se tutti gli altri paesi membri dell’Unione Europea trovano molto comodo lasciare le cose come stanno.

Non si tratta di “pestare i pugni sul tavolo” come hanno promesso di fare sia Renzi che i 5stelle, ma di far capire a tutti, e innanzitutto all’opinione pubblica, che in mancanza di iniziative adeguate è l’intera costruzione europea a rovinare;

Le ricollocazioni previste dalla Commissione europea, anche se venissero effettuate – il che non è – non sono adeguate: innanzitutto riguardano solo la fase dell’accoglienza e non quella della inclusione sociale successiva; poi dovrebbero essere rinnovate ogni anno, perché ogni anno c’è un nuovo flusso di profughi da accogliere e sistemare;

Il problema è creare occasioni di lavoro per tutti in settori che abbiano veramente bisogno di molta manodopera. Questi sono soprattutto i settori legati alla manutenzione del territorio, alle riconversioni energetica, agricola ed edilizia, alla manutenzione e riparazione dell’usato, ai servizi alla persona, compreso il trasporto personalizzato. Luciano Gallino aveva stimato la necessità immediata di almeno un milione di nuovi posti di lavoro aggiuntivi per alleviare la disoccupazione in Italia; cifra che proiettata su scala europea e proporzionata alla consistenza della disoccupazione ufficiale degli altri paesi, significa almeno sei milioni di posti di lavoro su scala continentale. Perché non sembri una esagerazione, bisogna ricordare che fino alla crisi del 2008 i paesi europei di immigrazione assorbivano “normalmente” almeno un milione e mezzo di nuovi migranti all’anno, trovandogli un lavoro. Sono dunque le politiche di austerità che da allora hanno prodotto 25 milioni di disoccupati nell’UE che vanno cambiate;

Non si può aspettare un cambiamento radicale di questo genere, assimilabile a un regime change a livello europeo, per cominciare ad agire. Occorre fin da ora mettere a punto, trovare i finanziamenti e realizzare progetti di inclusione sociale e lavorativa di profughi e migranti a livello locale. Per poi riproporli come modelli di buone prassi da recepire e valorizzare in tutta Europa. E viceversa: conoscere, importare e riprodurre quanto di valido è stato sperimentato in Europa su questo piano;

Ovviamente gli esempi non bastano, ma è solo a partire dalla loro realizzazione e dalla loro valorizzazione che è possibile dare credibilità a un programma generale di riconversione produttiva dell’Europa fondata su un piano generale di lavori inclusivo di tutte le competenze e di tutte le componenti sociali che possono essere impiegate nella sua realizzazione;

Gli inserimenti lavorativi di profughi e migranti arrivati da poco in Europa hanno bisogno di un accompagnamento personalizzato gestito da organismi capaci di svolgerlo, sia che si tratti di assunzioni in imprese esistenti che di creazione di nuove imprese. Le uniche organizzazione in parte attrezzate per questa funzione sono le imprese del terzo settore, a cui spetta un ruolo fondamentale nel farsi promotrici e soggetti attuatori di un programma del genere;

In tutti gli ambiti dove sono in campo nuovi progetti o creazione di nuove imprese una condizione essenziale è che a essere coinvolti siano gruppi misti di disoccupati italiani, soprattutto giovani, e stranieri; e soprattutto che ci sia un transfer di conoscenze e di competenze manageriali da chi le ha potute maturare all’interno di imprese già operanti a chi si trova a dover iniziare quasi da zero.

In tutti i casi è importante mantenere i contatti più stretti possibili con tutti i livelli istituzionali, perché si capisca che questa è l’unica strada percorribile per non lasciar precipitare il nostro paese, e dietro di esso, tutta l’Europa, in un caos senza ritorno. Le cose da fare sono tantissime e gigantesche, ma si può e si deve cominciare a lavorare da quello che si può fare.

Gli esempi positivi di inserimento in attività già in corso o di creazione di nuove imprese non mancano e andrebbero raccolte in un repertorio. Il paradosso e che coinvolgono richiedenti asilo che attraverso questi progetti si inseriscono positivamente nel lavoro e nella società. Poi quando arriva il diniego, devono essere licenziati perché non possono essere regolarizzati, determinando spesso anche il fallimento delle attività che avevano contribuito a far vivere.
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