responsive_m

menu

subheader

ULTIMI AGGIORNAMENTI

venerdì 12 maggio 2017

La strage della vergogna

Fabrizio Gatti intervista Mohanad Jammo è il dottore che nel 2013 lanciò l’allarme. La nave, carica di 480 profughi dalla Siria, stava affondando. Salvare vite umane era l'ultima preoccupazione delle autorità italiane e maltesi che ne avevano la responsabilità. E non intervennero. la Repubblica, 12 maggio 2017

IL dottor Mohanad Jammo non risponde al telefonino. Subito dopo manda un selfie su WhatsApp in cui appare in camice verde, mascherina su naso e bocca, la cuffia da chirurgo in testa. E il messaggio: «Mi scusi, sto per entrare in sala operatoria». La sua voce, nel videoracconto “Il naufragio dei bambini” pubblicato da L’Espresso e Repubblica, ha fatto il giro del mondo: dal Washington Post alla Bbc ad Al Jazeera e molti altri l’hanno rilanciata in tv, alla radio e su Internet.

«La barca sta andando giù, ti giuro, c’è circa mezzo metro d’acqua nella parte bassa. Stiamo morendo, per favore», grida al telefono satellitare il dottor Jammo dal peschereccio su cui lui, sua moglie, i loro tre bambini e altri 480 profughi siriani stanno affondando. E l’ufficiale nella sala operativa della Guardia costiera italiana, impassibile: «Vai, vai, chiama Malta. Loro sono lì, sono vicini». Ma non è vero. La nave più vicina è un pattugliatore militare italiano. Si chiama Libra, è a poche miglia, meno di un’ora e mezzo di navigazione. Malta è a 118 miglia. Lampedusa a 61. Il mare quasi calmo. È il pomeriggio dell’11 ottobre 2013. Il peschereccio si rovescia dopo cinque ore di telefonate e di inutile speranza, con la Libra all’orizzonte in attesa di ordini. Duecentosessantotto morti, sessanta bambini annegati tra i quali Mohamad, 6 anni, e il fratellino Nahel, 9 mesi, due dei tre figli di Mohanad Jammo. Un disastro che ci ricorda quanto sia pericolosa la mancanza di collaborazione tra governi europei, comandi militari e autorità di soccorso nell’affrontare la tragedia del nostro tempo.

«Penso che ci abbiano lasciati affondare e che credessero che così poi nessuno avrebbe raccontato la storia. Non mi so dare altre spiegazioni», dice al telefono Mohanad Jammo, 44 anni, non appena esce dalla sala operatoria dell’ospedale dove oggi lavora. Ad Aleppo dirigeva l’unità di terapia intensiva e il servizio di anestesia e antirigetto del team per i trapianti. Ora vive in Germania, la patria che l’ha accolto con la moglie e l’unica figlia sopravvissuta, gli ha insegnato il tedesco e gli ha dato i mezzi perché tornasse a fare bene quello che sa fare.

Ha visto il video, ha risentito la sua voce?
«Sì, ho visto il film. Ma mi lasci dire, anche se sapevo che c’era stata qualche negligenza nei soccorsi, mi ha scioccato. Non immaginavo che qualcuno potesse sostenere di voler salvare centinaia di persone con la sua sola decisione, semplicemente lasciandole morire».

Nelle sue chiamate lei ripete più volte di essere un medico. Cosa si aspettava di ottenere? «Credibilità. Continuavo a dichiarare che sono un medico, sperando di ottenere credibilità perché sentivo che il destinatario delle mie chiamate non prestava molta attenzione a quello che stavo dicendo».

Sono molti i medici a bordo di quel peschereccio. Partono alle dieci della sera prima da Zuwara in Libia. E vengono presi a mitragliate nella notte da miliziani libici che, su una motovedetta fresca di fabbrica, vogliono fermare il barcone per rapinare o rapire alcuni passeggeri. I proiettili sparati sotto la linea di galleggiamento aprono i buchi nello scafo da cui comincia a entrare l’acqua. Due bambini sono gravemente feriti. È la prima ondata di massa di profughi, le cui case sono finite in mezzo ai combattimenti tra i ribelli e l’esercito di Damasco. Se ne vanno insegnanti, professori universitari, la borghesia di Aleppo. La Svezia ha appena annunciato che ai richiedenti asilo siriani sarà dato un permesso di soggiorno permanente. Mohanad Jammo, che allora ha 40 anni e i suoi amici e colleghi Mazen Dahhan, 36, neurochirurgo, e Ayman Mustafa, 38, chirurgo, si informano. E scoprono che però per arrivare in Svezia, così come in Germania o in Italia, non esistono vie legali. C’è soltanto la rete dei trafficanti libici. Loro sono già tutti in Libia con le famiglie perché, dopo i primi due anni di guerra ad Aleppo, rispondono all’invito della comunità medica libica che vuole riaprire gli ospedali. È un periodo di pace apparente. E infatti la guerra riesplode anche in Libia. I nuovi integralisti infastidiscono le loro mogli. Un capobanda locale vede la famiglia Jammo e pretende che, per il suo primogenito, Mohanad gli prometta in sposa la figlia di cinque anni. La piccola è bionda, la guardano tutti. Non resta che partire.

Il 3 ottobre leggono su Internet che un barcone è affondato davanti a Lampedusa e ci sono centinaia di morti. La paura fa cambiare idea. Ma arrivano notizie di combattimenti sempre più vicini. Le famiglie dei medici passano le giornate barricate in casa. E l’amico Ayman Mustafa una mattina in ospedale fa capire che non c’è altra soluzione: «Qual è la percentuale di rischio della traversata?» chiede a un certo punto. La calcolano: 366 morti a Lampedusa, su trentamila persone sbarcate in Italia dall’inizio dell’anno. L’1,2 per cento. «Siamo chirurghi», concludono subito dopo: «E in chirurgia un margine di rischio dell’1,2 per cento è praticamente nullo». Vendono le loro cose. 

Pagano di più per essere imbarcati su un peschereccio sicuro. Il pomeriggio prima di partire i trafficanti li rinchiudono dentro una casa in costruzione. Un solo rubinetto e forse un buco da qualche parte per centinaia di persone. Due giorni senza mangiare e senza poter nemmeno far pipì. Mohanad Jammo ha comunque pensato a tutto. Anche al biberon e al latte in polvere per il piccolo Nahel. In un saccone di cellophane ha messo i giubbotti di salvataggio che ha comprato per tutta la famiglia. Ma nella notte s’addormentano sfiniti e glieli rubano. La scatola di latte in polvere gliela sequestrano all’imbarco: «Non vi serve, tanto tra poche ore sarete in Italia», gli dice un libico.
Come ha spiegato a sua figlia quello che è successo?
«Chiedo scusa, ma non voglio parlare della mia famiglia. Hanno fin troppi ricordi e troppo dolore ».
Come vi trovate ora?
«Qui in Germania ci troviamo bene. Ho cominciato a studiare tedesco fin dal mio arrivo a fine 2013. Ho poi superato un esame e nel novembre 2014 sono tornato a fare il mio lavoro di medico. L’autorità tedesca ha riconosciuto i titoli di studio che avevo in Siria ».
Cosa le è rimasto dentro diquel viaggio?
«Senta, io sono scappato dalla guerra perché non sono un fighter, un combattente. Io non posso combattere contro nessuno. Un essere umano non è un nemico. No, io sono un medico. Lavoro nel mio campo, conosco a fondo la mia specializzazione e questo è tutto ciò che posso fare. Ma vivere nel mezzo dei combattimenti, no, non posso. Non c’è nulla che possa valere la pena tanto da lasciare le nostre famiglie per andare in guerra».

Salirebbe a bordo di un barcone se si trovasse oggi dall’altra parte del Mediterraneo?
«La mia meta era trovare una vita migliore per i miei bambini. Ora, nonostante quello che è successo, la penso allo stesso modo e prenderei le stesse decisioni. Non cambierò i miei principi e non darò mai il mio sostegno a nessuna parte in nessuna guerra. Non credo nella guerra».

Il dottor Dahhan ha perso nel naufragio la moglie e i tre bambini di 9, 4 e un anno. Il dottor Mustafa la moglie e la figlia di 3 anni. È ancora in contatto con loro?
«Mazen e Ayman sono amici che erano con me sulla barca. Siamo in contatto e so che anche loro stanno lavorando duro per riavere la vita che meritano».

In tutta Europa molti pensano che stiano arrivando troppi profughi.
«Mi spiace, ma non credo in queste definizioni, così come non credo nei confini. Chi dà a lei il diritto di vivere e lavorare qui e di respingermi? Chi pensa che i probleminelle altre parti del mondo siano isolati da quello che succede qui si sbaglia. Così come credo che i governi di molte nazioni europee abbiano un ruolo enorme, negativo o positivo, in ciò che sta succedendo là

Il dottor Jammo torna al suo lavoro. I suoi piccoli Nahel e Mohamad sono rimasti per sempre a 61 miglia a Sud di Lampedusa. Come quasi tutti gli altri sessanta bambini annegati, mai più ritrovati. E come Mabruk, significa augurio. È nato pochi minuti prima delle 17.07, l’ora del ribaltamento. Il terrore di quei momenti ha provocato il parto. Quando sentono le grida della madre, la pediatra Ola Mouaffek Shihab Eddin, 32 anni, e la ginecologa Naya Raslan, più o meno la stessa età, lasciano le loro famiglie e scendono sotto coperta per far nascere Mabruk. Sanno come finirà, ma non si tirano indietro. Annegheranno anche loro. Due gesti di eroismo in un mare pieno di vigliacchi.
Show Comments: OR