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martedì 9 maggio 2017

La rivincita della finanza e dei media

«Le vecchie culture politiche appaiono  abbandonate dai loro referenti sociali: sono percepite come omologate alle forme dominanti del capitalismo. La crisi dell’età della globalizzazione spalanca uno spazio per culture capaci di reinventare le forme di allargamento della democrazia, di partecipazione, di potere sociale.». il manifesto, 9 maggio 2017
Il senso del voto francese è anche questo: con la sua marcia (poco) trionfale Macron ha vendicato Hillary Clinton, caduta nel suo sogno di un presidenzialismo a conduzione familiare e a forte egemonia finanziaria.

La destra in America, con Trump, ha giocato la briscola buttando sul tavolo la risposta conservatrice alla grande crisi del 2007. Con il suo immaginario politicamente scorretto, il comandante supremo dai capelli arancioni, ha strapazzato l’alternativa tecnocratica, che i poteri della finanza avevano fabbricato attorno alla candidatura di Clinton.

Una destra populista e protezionista avrebbe sfondato anche in Francia se però non avesse assunto il volto, ancora imbarazzante dopo il secolo breve, di una fascista al potere. Canterà pure la Marsigliese, ma Le Pen figlia evoca, non meno del padre vecchio camerata, un fantasma troppo oscuro per essere ospitato all’Eliseo. Le alchimie delle istituzioni della Quinta Repubblica hanno consentito la rivincita dei poteri forti della finanza e dei media che hanno investito tanto su un loro cavallo di scuderia che con appena il 23% acciuffa il potere.

Quello che la piccola rivoluzione passiva francese dice è che anche oltralpe si svolge il duello tra l’élite del denaro e della politica, che inventa novità cosmetiche per non perire, e le destre che agitano il codice del populismo, con gli immigrati come nemici concreti ma fasulli costruiti per sfondare. Gli stessi conservatori inglesi cavalcano l’euroscetticismo per riassorbire il dissenso dei ceti popolari. Riescono così a sgonfiare le nuove destre protezioniste, ma al caro prezzo dell’uscita dall’Unione europea. Per non parlare dello spettro della disgregazione del regno che si agita sotto le minacce scozzesi di devoluzione.

Con la prima grande contrazione sistemica del capitalismo globale si è aperta una generale crisi di rappresentanza. Cadono nel loro rendimento i regimi presidenziali, si inceppano i meccanismi maggioritari, si sgretolano i pilastri bipartitici, con buona pace dei profeti della democrazia decidente. Le destre, per resistere agli eventi, si convertono da inflessibili apostoli del liberismo della deregulation (l’asse Reagan-Tatcher) in profeti armati del protezionismo a suon di legge e ordine (l’asse Trump-May). Questo miracolo, che a intermittenza si ripete, è il punto di forza della destra. A sinistra i partiti non paiono troppo credibili quando accennano alla capriola che dalla febbre del liberismo (Cinton-Blair-Schroeder) li conduce a cavalcare le domande securitarie (liberi pistoleri di notte, esercizi repressivi con il decreto Minniti di giorno).

Quello che anche la Francia rivela è che la destra non è indebolita dalla crisi. Ad essere travolti dalle macerie del capitalismo in contrazione, sono i partiti riformisti, quelli di destra hanno mille vite. Escono disarcionati in Grecia, in Francia, in Spagna i partiti socialisti. Credevano di aver congelato i comportamenti elettorali arroccandosi come cartelli inamovibili di un’alternanza statica entro un sistema fermo alla venerazione delle divinità del mercato, che si è convertito in un produttore di diseguaglianza crescente. Le vecchie culture politiche appaiono esangui e abbandonate dai loro referenti sociali: sono percepite come omologate alle forme dominanti del capitalismo che ordina precarietà e incertezza. Solo il bistrattato Corbyn sprigiona simboli e sfide che alimentano qualche sogno di rottura.

La grande crisi sistemica dell’età della globalizzazione spalanca uno spazio per culture capaci di reinventare le forme di allargamento della democrazia, di partecipazione, di potere sociale.

Una nuova sinistra deve ricominciare dalla sua capacità più vecchia e perduta: la critica del potere astratto dello Stato rappresentativo e la contestazione delle alienazioni sociali connesse al dominio del capitale. È terminata la stagione della politica riformista subalterna al capitale e disponibile solo a gestire un movimento minore, determinato dai marginali spostamenti al centro, con la cattura del mitico elettore mediano soddisfatto delle promesse di consumo e di mobilità sociale.

Solo una sinistra di classe (nella analisi delle potenze del modo di produzione) e di popolo (nella proposta politica di un immaginario egemonico, aggregante e aperto alle differenze, alle culture) può sparigliare il duello fasullo tra una nuova destra che manda alla casa Bianca un capitalista e il nichilismo del denaro che invia un suo rappresentante all’Eliseo. Non ci sono altre maniere per arrestare il trionfo della post-democrazia ovunque En Marche.
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