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Giorgio Todde
Nostalgia
2 Maggio 2017
Giorgio Todde
La parola nostalgia ha poco più di tre secoli. Nel 1688 uno studente di medicina di Basilea, Johannes Hofer, osserva che alcuni soldati

di ventura svizzeri (segue)






La parola nostalgia ha poco più di tre secoli. Nel 1688 uno studente di medicina di Basilea, Johannes Hofer,osserva che alcuni soldati di ventura svizzeri lontani dalla loro patriaimmelanconiscono, non mangiano, deperiscono e perdono ogni energia. Ma nota anche laguarigione di quelli che ritornano. E per definire questo stato di sofferenzainventa il termine nostalgia.

Insomma, Hofer dimostra che il rimpianto della patria può manifestarsi come malattia. Il termine si diffonde presto in molte lingue e, siccome nei dizionari medici ci sta stretto, si arricchisce rapidamente di significati. Nella dissertazione di laurea Hofer lega la nostalgia ai luoghi di nascita lontani che quei giovani identificano con se stessi, con la propria anima. Una nostalgia del paesaggio, perfino geologica. Lui sa che la storia dell’uomo è intessuta di lontananza. Conosce grandi racconti di rimpianti della terra dove si nasce, la Bibbia, Omero, Virgilio, Ovidio, Dante, Shakespeare, sino ai tempi suoi. Sa pure che ogni lingua possiede da millenni una propria parola per esprimere il desiderio del ritorno. Una parola giovane, dunque, ma antica. Hofer, comunque, dimostra per primo che di lontananza e di cambiamento dei luoghi ci si può ammalare. E definisce la nostalgia come un “disturbo dell’immaginazione” che si riverbera sul corpo. Precorre, inconsapevolmente, la psicoanalisi che di nostalgia si occuperà. Precorre anche l’antropologia. E alla fine del ‘600 anticipa la definizione moderna di Angoscia territoriale, il fenomeno clinico che Ernesto De Martino, due secoli e mezzo dopo Hofer, descrive in una popolazione rurale lucana quando si stacca dal suo paesaggio.

Lo spaesamento si può produrre in due modi. Perché ci allontanano dalle nostre radici, fatte di paesaggi e persone. Oppure, al contrario, perché mutano o scompaiono i luoghi e le persone dal nostro intorno. Il passaggio attraverso una membrana simbolica dai propri luoghi al mondo esterno è il viaggio. Questo passaggio ha una la forza profonda dell’allegoria. E rappresenta una delle fatiche essenziali dell’esistenza. Il viaggio – che duri anni o giorni non fa differenza – inteso come opposto dell’abitare. Chi viaggia non abita, per questo anche il viaggio è connesso al sentimento della nostalgia. E quei soldati che si ammalano quando oltrepassano la membrana, danno conto dell’importanza dell’abitare e della sua corrispondenza all’essere, all’esistere. Patiscono, insomma, la malattia del non abitare più.

Ma perché, visto che quei guerrieri erano tutti sradicati, se ne ammalava solo una parte? Quelli affetti dalla nostalgia erano più deboli di quelli che non si ammalavano? Forse erano “troppo legati” ai propri luoghi dell’anima? Esiste un “troppo legati”? Certo quei giovani guerrieri sentimentali sono una metafora perfetta dell’identificazione tra uomo e paesaggio. Così, a partire da quell’esperienza e da queste domande, tentiamo di trasferire alla nostra condizione il sentimento della nostalgia in rapporto ai luoghi. Un’operazione naturale e istintiva, visto che ognuno può essere come i soldati di Hofer e provare o non provare il sentimento universale della nostalgia. E questo “gioco della nostalgia” può servire a conoscere meglio noi stessi.

Anche nella nostra città l’insediamento umano è stato una complicata, ininterrotta elaborazione, sino dall’origine. Cagliari – come ogni comunità e luogo – ha subìto cambiamenti grandi nella sua storia di antica fondazione. E un continuo adattamento ha determinato la psicologia della collettività di oggi a partire da un vissuto iniziato millenni fa. D’altronde la stessa fondazione rappresenta un cambiamento. I fondatori, probabilmente, erano spaesati in cerca di radici e noi esistiamo perché alcuni “spaesati” si sono fermati in questo golfo perfetto. Forse la fondazione, in sostanza, non è altro che la riproduzione nostalgica del proprio mondo d’origine. E ogni città inizia dalla nostalgia di un’altra. Ogni città, insomma, racconta una città precedente attraverso un cambiamento.

Il cambiamento genera, a seconda di come avviene, più o meno dolore. La velocità del cambiamento e la sua entità rivestono un’importanza capitale per chi lo vive. E proprio nella sua rapidità e nella sua portata è contenuta una parziale risposta alla domanda sull’essere “troppo legati ai luoghi”.

Le città, per loro natura mutano. Ovvio. E ognuno di noi coltiva un proprio pensiero sulla trasformazione. Anche i bambini sanno che le città e i luoghi cambiano. Una classe di quinta elementare, in un tema intitolato “descrivi la tua città”, l’ha rappresentata con semplicità meravigliosa, insieme alla casa, come luogo della vita e del suo evolvere permanente. Il cambiamento è la vita stessa della città ed è un’allegoria dell’esistenza. Abbiamo un’idea della Cagliari punica che fiorì per secoli. Poi il passaggio dai punici sconfitti ai romani, un passaggio progressivo come dimostrano l’uso della necropoli di Tuvixeddu con i morti romani accanto a quelli punici o il riuso dell’area sacra del promontorio della Sella. Poi la città bizantina, poi quella medievale, poi quella spagnola, poi i Savoia. Grande è stato anche il mutamento ottocentesco da città murata a città aperta, sostenuto però da un’idea coerente che attraversava molte città bisognose di “uscire” dalle mura e di “respirare”.

Ma è altrettanto ovvio che ogni trasformazione dell’insieme e dei particolari necessita di attenzioni e deve essere pensata, progettata, realizzata con ogni precauzione, come agire su un corpo vivo. E deve essere proporzionata a chi la subisce. Sennò è inevitabile il disagio, sino alla malattia. Lo dimostrano innumerevoli condizioni urbane riconosciute come cause di gravi malesseri sociali e di singoli.

L’intera isola e dunque anche le città - lo racconta in modo emozionante Giulio Angioni - sono più cambiate negli ultimi sessant’anni che in molti secoli. Ed è naturale che un mutare così rapido della condizione collettiva abbia creato disagi comuni e individuali, legati alla forma e alle funzioni della città. Ma nessuno può sfuggire al proprio passato. Il passato è il protagonista del futuro. Solo dalla sua conoscenza possiamo avere cognizione del presente e immaginare il domani. E se una comunità non possiede la capacità di riconoscere le proprie radici accadono disgrazie. Angioni racconta come questa accelerazione abbia indotto uno spaesamento dolente in tutta l’isola, un duro sradicamento di singoli, gruppi e comunità che non si riconoscevano in un ambiente bruscamente mutato. Comprese le comunità forzatamente industrializzate o quelle espropriate dei luoghi per usi diversi da quelli originari. Gli ultimi sessant’anni sono stati a Cagliari un tumulto incontrollato di cemento e mattoni, come in tutta la nazione. I motivi sono noti. La guerra, la ricostruzione, l’inurbamento.

E’ noto anche come si sia concretizzato rapido un potere a sostegno di questa moltiplicazione violenta. E come in molte parti del paese questo sia avvenuto sulla spinta di una malavita ben strutturata. Un potere che a Cagliari – senza un’evidente influenza criminale – ha disegnato in pochi decenni una città nuova. Questa trasformazione non è un bene o un male in sé. Ma lo è, o non lo è, a seconda del tipo di governo e del tipo di cambiamento, della sua velocità, della “forza” o della “debolezza” della comunità che lo subisce. Ed è un danno certo se dentro quel cambiamento non è contenuto un pensiero alto e organizzato. Un’idea, appunto, di città. Non solo un insieme di tetti e rifugi dove mangiare e dormire. Non solo un luogo che risponde ai bisogni materiali più o meno elementari. Quest’idea è mancata anche in gran parte delle comunità isolane. E sarebbe stata un lenitivo per ogni nostalgia.

Una città non cresce da sola, ma è conseguenza di condizioni date. Esistono perfino città “spontanee” belle e piene di fascino, però, come un essere vivente, crescono più o meno bene a seconda dei genitori, dei nonni, dell’intera genealogia. Un abitare cosciente, insomma, riconosce radici lontane. A Cagliari esisteva una concezione radicata dell’abitare e del “fare” la città. Un sapere saldo aveva ispirato il piano regolatore di Cagliari del Cima. Un pensiero articolato aveva orientato la Cagliari vagamente sviluppista ma coerente del sindaco Bacaredda. Un’armonia architettonica e urbana deve essere riconosciuta anche al ventennio fascista. Poi la guerra. La cultura dell’abitare si affievolisce gravemente proprio a partire dalla città della ricostruzione e se ne perde quasi traccia arrivando ai tempi nostri.

I segni sono chiari ed è facile oggi interpretarli osservando i quartieri nati allora. In questo lungo squarcio di secolo l'edilizia ha finito per vincere sull'architettura che nel frattempo aveva sconfitto l’urbanistica. L’edilizia lasciata a sé è un’espressione feroce dell’uso dei luoghi. L’edilizia senza un filosofia cancella il passato perché l’edilizia è espressione pura del profitto. Non accoglie, sradica, perché non rappresenta chi vive i luoghi ma la volontà avida di chi costruisce per costruire. Un’involuzione. L’opposto della scienza dell’abitare. E i cantieri hanno finito per dirigere le scelte urbane anziché il fisiologico contrario. Sino all’attuale inversione della città stessa, gonfiata in periferia, sempre più vuota al centro e sempre più sparsa nell’hinterland a sua volta stravolto e snaturato. Così nascono le depressive palazzate di viale Sant’Avendrace che nascondono il colle di Tuvixeddu, oppure gli incoerenti palazzoni del quartiere di San Benedetto, Santa Teresa a Pirri, i palazzacci di Sant’Elia, la cosiddetta Fonsarda, la pappa urbana dell’hinterland sfigurato… un elenco interminabile e inquietante che ognuno può completare come preferisce. Perfino il nostro piano regolatore, nato bene per la pianificazione urbana, viene distorto dalla spinta edilizia con un abuso irragionevole di varianti e accordi di programma. Impossibile non provare nostalgia. O almeno immaginare come sarebbe potuto essere.

Certo non è semplice comprendere e dirigere il cambiamento della città, prevederne le conseguenze e l’impatto sociale. Governare richiede capacità, versatilità, conoscenza e perfino doti profetiche che pochi possiedono. Ma richiede innanzitutto indipendenza e una ferma e forte teoria dell’abitare. Indipendenza del governo e della politica non significa, evidentemente, agire da padroni incondizionati. Anzi. Dovremmo aspirare all’inter-dipendenza della politica, a una cooperazione tra forze distinte e autonome. Ci muoviamo in un reticolo di energie diverse. E un governo ideale – se mai esisterà e forse non esisterà mai – dovrebbe armonizzarle. Nulla a che vedere, dunque, con la discussione tra modernisti e passatisti che, invece, sa di muffa.

Il principio immateriale che anima un paesaggio rappresenta un’essenza che ha impiegato decenni, secoli e perfino millenni a costituirsi. E consiste nella comprensione che di quel paesaggio possediamo come individui e come comunità. Questa consapevolezza si costruisce lentamente di generazione in generazione, viene da lontano nel tempo, ha perfino una sua ereditarietà. E’ un carattere dominante. E naturalmente richiede una anche una pedagogia, un’educazione. Essa sostiene il nostro equilibrio che si può rompere anche con fragore quando il carattere e l’anima dei luoghi vengono manipolati senza attenzione.

Abitare è un’azione che inizia con il primo respiro. E noi? Cosa desideriamo e cosa accade intorno a noi? Aspiriamo naturalmente al benessere. Ma il benessere non consiste solo nel soddisfacimento di bisogni materiali. La città deve dispensare anche benessere spirituale. La prima identità, sappiamo, si forma nei luoghi dove nasciamo. E possiamo ritrovarci un guscio che non corrisponde né al nostro interiore né all’esterno. L’identità è un abito in gran parte trasmesso. Se è una crosta si sbriciola facilmente. Se è consolidata nell’intimo può soffrire ma “non viene giù”. Se questa identità è incerta, ed è una patina, per di più senza considerazione del passato, allora viene sostituita inevitabilmente da altre identità d’importazione. Da false identità. Identità inquinate. E alle volte si arriva a possedere identità multiple conformate a modelli facili e rassicuranti perché ricopiati da un altrove percepito come “superiore”. “Quelli dell’identità debole” si cuciono addosso altri abiti, anche uno sopra l’altro, nel grottesco tentativo di travestirsi da quello che non sono. E sentono di esistere solo se rassomigliano a qualcuno visto in qualche altrove.

Oh, tutto questo avviene in gran parte del mondo. Si tratta di meccanismi studiati e spiegati da sociologi e antropologi. Gli stessi meccanismi per i quali si fanno in città i mercatini nordici di Natale a ottanta miglia dalla Tunisia, si vedono da queste parti bambini che festeggiano la ricorrenza estranea di Hallowen oppure si considera bella una passeggiata al mare perché uguale a quella della lontana Rimini. I deboli di identità si sentono “normali”, “non da meno di altri”, perché finalmente hanno una spiaggia rosticceria, navi da crociera che per una mattina vomitano passeggeri in una città di cui non ricordano neppure il nome, una passeggiata a mare che sembra un rendering, luoghi uguali a mille altri luoghi. E queste identità incontinenti si sentono all’altezza, inserite nel mondo, solo se “imitano”. Insomma, indossano un abito tranquillizzante perché lo indossa la moltitudine. Nessuna resistenza. Fusi in un’unica poltiglia anonima che non deve essere spiegata, pensata e tanto meno progettata. E’ roba già masticata da altri e non si deve faticare più. Paesaggi predigeriti. Nessuno sforzo, nessun travaglio per creare un proprio paesaggio. E pazienza se il nuovo abito non ha continuità con il passato ritenuto vecchiume dai deboli di identità. Il problema per loro è di essere se stessi. Meccanismi di infelicità: travestirsi da quello non siamo oppure al contrario produrre una caricatura di sé, indossare la maschera macchietta della propria comunità.

Per certi il bisogno di un paesaggio scollegato dalle proprie radici passa anche attraverso un senso di inadeguatezza del paesaggio che hanno ricevuto in eredità. La vergogna del proprio habitat arriva sino al tradimento. E’ un meccanismo che colpisce comunità e individui fragili, nel senso che avvertono se stessi come inferiori rispetto ad un’altra realtà ritenuta superiore. Senza dubbio un sentimento che per semplicità definiamo “vergogna” ha attraversato la considerazione di noi sardi per la nostra condizione e per il nostro habitat che pure sentivamo, sì, come nostro, ma “vergognosamente” arretrato, “vergognosamente” povero. E questa che qui definiamo “vergogna” – ma è una condizione psicologica complessa – ha determinato una fulminante, traumatica scomparsa dei nostri paesi bellissimi (peraltro amorevolmente conservati e allo stesso tempo moderni nella vicina Corsica) e della grande varietà che li distingueva. Una lacerazione.

E’ anche per la “vergogna” che abbiamo attribuito poco valore e svenduto un’infinità di beni, stupiti perfino che qualcuno se ne interessasse. Non concepivamo che avremmo potuto unire modernità e passato restando dentro un solco che avrebbe tutelato l’identità nel suo profondo, che avrebbe conservato la nostra riconoscibilità, che avrebbe conservato perfino la nostra lingua e la nostra “stabilità psicologica”. Allora – senza comprendere i nostri luoghi – abbiamo goffamente copiato paesaggi, copiato abitati, abitanti e abiti lontani, ignorando che copiare è, a sua volta, un artigianato difficile. E che scimmiottando si rischia il grottesco e addirittura la scomparsa. Così, svanito il “vero”, sostituito da un finto moderno, ci siamo riconosciuti in questa impostura e – per un rischioso meccanismo di rimbalzo – abbiamo finito per rispondere al sentimento della vergogna con un orgoglio compensativo altrettanto esagerato, fondato su un’identità posticcia, fatta di orpelli e di simulazione di un’unicità che non esiste più ma che ci illudiamo di rappresentare. Però l’orgoglio è vicino alla superbia e distorce gravemente la percezione di sé e della realtà intorno, come e forse più della vergogna.

Insomma, paesaggi estranei possono intossicare sentimenti e pensieri ma non esiste uno strumento certo per prevedere, riconoscere e misurare la nostalgia che comunque in qualche forma si manifesta. Hofer descrive sintomi e indica la cura nel ritorno ai luoghi che sentiamo dell’anima. Si può perfino nascere lontano da quei luoghi, ma essere legati intensamente al luogo d’origine della nostra genealogia. Perché i luoghi si possono incidere dentro di noi attraverso i nostri geni anche senza averli mai visti. Una conoscenza trasmessa, innata, alle volte silente per anni, che magari viene fuori inaspettata. Poche certezze, dunque. E’ solo certo che ogni cambiamento deve essere prudente e ispirato al principio del “prima di tutto non nuocere”. Per questo il giusto cambiamento deve essere avvalorato come inevitabile e ritagliato addosso a noi, deve rispondere a esigenze reali, deve tendere alla continuità, deve avvenire in armonia con il contesto. Deve possedere una sua fisiologia e non produrre dolore.

Tutto qua il nostro sapere. Quanti significati nella vicenda di quella tribù nomade australiana che segnava i luoghi dove si fermava con un palo identificato come asse del mondo. Quando il palo un giorno si spezzò per un fulmine la tribù perse l’orientamento e per un terrore antico tutti morirono confusi e sbigottiti. Quest’esempio è solo un espediente retorico, è chiaro. Però obbliga a riflettere sul pericolo di un’evoluzione che non guarda al passato e sul rischio dell’autocancellazione che deriva dalla perdita della memoria. E per questa perdita, per questo fondersi in un unico magma potrebbe non essere mai più vero che “la Sardegna si riconosce anche in un frammento di cartolina raccolto tra la polvere”. E potremmo non riconoscerci più in noi stessi. Al nome Sardegna, infine, ognuno può sostituire il proprio luogo dell’anima e immaginare le conseguenze di un’amnesia delle origini. E’ un esercizio salutare che dà un giusto valore alle origini.

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