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Domani è troppo tardi per salvare il pianeta Terra. Lo affermano quindici mila scienziati di 184 paesi che hanno reiterato l'appello "World Scientist' Warning to Humanity"per fermare la distruzione del Pianeta, lanciato per la prima volta 25 anni fa. (l.s.)

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DAI MEDIA

sabato 27 maggio 2017

La fabbrica degli indesiderabili

65milioni di esseri umani vivono oggi in campi di concentramento, privi di libertà, diritti, e spesso del minimo di sussistenza. Poi ci si meraviglia che nasca e si accresca il terrorismo? bisogna essere ciechi, imbecilli o depravati per non comprendere e agire. il manifesto, le Monde diplomatique maggio 2017 



Campi per rifugiati e sfollati, accampamenti di migranti, aree di attesa, campi di transito, centri di detenzione amministrativa, centri di identificazione ed espulsione, punti di passaggio frontalieri, centri di accoglienza per richiedenti asilo, «ghetti», «giungle», hotspots... Dalla fine degli anni 1990 queste parole occupano l’attualità di tutti i paesi.I campi non sono solo luoghi di vita quotidiana per milioni di persone; diventano una delle componenti più rilevanti della «società mondiale», una delle forme di governo del mondo: un modo di gestire l’indesiderabile.

Prodotto della deregulation internazionale seguita alla fine della guerra fredda, queste strutture hanno assunto proporzioni importanti nel XXI secolo, in un contesto di sconvolgimenti politici, ecologici ed economici. Il fenomeno indica il fatto che un’autorità di qualche tipo (locale, nazionale o internazionale), la quale esercita un potere su un territorio, colloca persone in campi di vario tipo, o le costringe a collocarvisi autonomamente, per una durata di tempo variabile .

 Nel 2014, sei milioni di persone, soprattutto popoli in esilio – i karen della Birmania in Tailandia, i sahrawi in Algeria, i palestinesi in Medioriente ... –, vivevano in uno dei 450 campi di rifugiati «ufficiali», gestiti da agenzie internazionali – come l’Alto commissariato delle Nazioni unite per i rifugiati (Hcr) e l’agenzia onusiana per i rifugiati palestinesi – o, più di rado, da amministrazioni nazionali. Spesso allestiti in fase di emergenza, senza che i loro iniziatori ne avessero immaginato e ancor meno pianificato la durata nel tempo, questi campi esistono talvolta da oltre vent’anni (come in Kenya), trent’anni (in Pakistan, Algeria, Zambia, Sudan) o anche sessant’anni (in Medioriente). Con il tempo, alcuni sono arrivati ad assomigliare ad ampie aree periurbane, dense e popolose.

Inoltre, nel 2014, il pianeta contava anche più di 1.000 campi per sfollati interni, che ospitavano circa 6 milioni di individui, oltre a diverse migliaia di piccoli campi auto-organizzati, i più precari e meno visibili, con circa 4 o 5 milioni di occupanti, essenzialmente migranti chiamati «clandestini». Queste strutture provvisorie, talvolta definite «selvagge», si ritrovano in tutto il mondo, nelle periferie delle città o lungo le frontiere, su terreni abbandonati o fra le rovine, in interstizi, in edifici abbandonati. Infine, almeno un milione di migranti è passato via via in uno dei 1.000 centri di detenzione amministrativa sparsi per il mondo (400 nella sola Europa).

In totale, tenendo conto degli iracheni e dei siriani fuggiti dal loro paese in questi ultimi tre anni, si può stimare che da 17 a 20 milioni di persone oggi siano «accampate».

Differenze a parte, i campi presentano tre tratti comuni: l’extra-territorialità, l’eccezione, l’esclusione. Innanzitutto, sono spazi a parte, fisicamente delimitati, non-luoghi che spesso non risultano sulle mappe. È il caso del campo per rifugiati di Dadaab, in Kenya, il quale pure conta una popolazione di due o tre volte più grande rispetto a quella del dipartimento di Garissa, nel quale si trova. I campi hanno un status di eccezionalità: sono gestiti da norme diverse da quelle dello Stato nel quale si trovano. E questo, si tratti di campi chiusi o aperti, consente di accantonare, rinviare o sospendere il riconoscimento di un’uguaglianza politica fra i loro occupanti e i normali cittadini.

Infine, questa forma di raggruppamento umano esplica una funzione di esclusione sociale: segnala, e al tempo stesso nasconde, una popolazione in eccesso, in sovrannumero. Il fatto di essere apertamente diversi dagli altri, di non essere integrabili, afferma un’alterità che deriva da questa duplice esclusione,giuridica e territoriale.Ogni tipo di campo sembra accogliere una popolazione particola-re – i migranti senza permesso di soggiorno nei centri di detenzione amministrativa, i rifugiati e gli sfollati nelle strutture umanitarie ecc. –, ma vi si ritrova in un certo senso lo stesso tipo di persone, provenienti da Africa, Asia e Medioriente.

Le categorie istituzionali di identificazione sembrano maschere ufficiali, applicate provvisoriamente sui loro volti. Così, uno sfollato interno liberiano che nel 2002-2003 (nel periodo più acuto della guerra civile) viveva in un campo alla periferia di Monrovia, diventa un rifugiato se l’anno successivo va a registrarsi in un campo dell’Hcr al di là della frontiera settentrionale del suo paese, nella Guinea forestale; e diventa un clandestino se nel 2006 lascia il campo e va a cercare lavoro a Conakry, dove ritrova diversi compatrioti che vivono nel «quartiere dei liberiani» della capitale guineana.

A quel punto, magari tenterà di arrivare in Europa, via mare o attraverso il continente, con le rotte trans-sahariane; se arriverà in Francia, sarà portato in una delle cento zone di attesa per persone con domande in corso (zones d’attente pour personnes en instance, Zapi), che contano anche porti e aeroporti. Verrà ufficialmente considerato un assistito, prima di poter essere registrato come richiedente asilo, con forti probabilità di veder respinta la propria domanda. A quel punto, sarà trattenuto in un centro di detenzione amministrativa (in Francia Centre de rétention administrative, Cra; in Italia Centro di identificazione ed espulsione, Cie, ndt), in attesa che siano compiuti i passi necessari alla sua espulsione (si legga l’articolo a pagina 14). Se legalmente non può essere espulso, sarà «liberato» e si ritroverà, a Calais o nella periferia romana, migrante clandestino in un accampamento o in un edificio occupato da migranti africani.

I campi e gli accampamenti di rifugiati non sono più realtà confinate in lontane contrade dei paesi del Sud, né appartengono al passato. A partire dal 2015, l’arrivo di migranti del Medioriente ha fatto emergere una nuova logica dei campi in Europa. In Italia, in Grecia, alla frontiera fra la Macedonia e la Serbia e fra l’Ungheria e l’Austria, sono nati diversi centri di accoglienza, registrazione e smistamento degli stranieri. Di carattere amministrativo o di polizia, possono essere organizzati dalle autorità nazionali, dall’Unione europea o da soggetti privati.

Queste strutture, allestite in magazzini risistemati o caserme militari riconvertite, su terreni incolti dove sono stati piazzati i container, si saturano ben presto. Tutt’intorno sorgono allora piccoli campi definiti «selvaggi» o «clandestini», approntati da organizzazioni non governative (Ong), da abitanti della zona o dagli stessi migranti. È quanto si è prodotto, ad esempio, intorno al campo di Moria, a Lesbo, il primo hotspot (centro di controllo europeo) creato da Bruxelles ai confini dello spazio Schengen nell’ottobre 2015 per identificare i migranti e prelevarne le impronte digitali. Queste sistemazioni di fortuna, che in genere accolgono alcune decine di persone, possono arrivare a dimensioni considerevoli, al punto di assomigliare a vaste bidonville.

In Grecia, di fianco al porto del Pireo, un accampamento di tende ospita fra 4.000 e 5.000 persone, e fino a 12.000 persone hanno trascorso un periodo a Idomeni, alla frontiera greco-macedone, in una sorta di ampia zona di attesa (2). Negli ultimi anni, anche in Francia sono stati aperti diversi centri di accoglienza per richiedenti asilo (Cada; in Italia Cara, ndt) e centri di accoglienza d’emergenza.

Anch’essi soffrono di una cronica carenza di posti e, intorno, proliferano gli insediamenti selvaggi. Per esempio, i migranti respinti dalla struttura aperta dal comune di Parigi alla porta della Chapelle nell’autunno 2016 sono costretti a dormire in tende, sui marciapiedi o sotto i cavalcavia della metropolitana. Qual è il futuro di questo paesaggio di campi? Le strade possibili sono tre. La prima è la loro sparizione, come è avvenuto con la distruzione degli accampamenti di migranti a Patrasso in Grecia, e a Calais in Francia, nel 2009 e nel 2016, e anche con il reiterato smantellamento dei campi «rom» intorno a Parigi e Lione.

Quanto ai campi per rifugiati di antica data, la loro scomparsa pura e semplice costituisce sempre un problema. Lo testimonia il caso di Maheba, in Zambia. Il campo, aperto nel 1971, avrebbe dovuto grabili, afferma un’alterità che deriva da questa duplice esclusione,chiudere nel 2002. Ma all’epoca aveva 58.000 occupanti, in gran parte rifugiati angolani di seconda o terza generazione. Un’altra strada è la trasformazione, nel lungo periodo, che può arrivare al riconoscimento e a un certo «diritto alla città», come mostrano i campi dei palestinesi in Medioriente, o la progressiva integrazione nella periferia di Khartoum dei campi di profughi dal Sud Sudan. L’ultima possibilità, attualmente la più diffusa, è quella dell’attesa.

Eppure, altri scenari sarebbero possibili. La proliferazione dei campi in Europa e nel mondo non è una fatalità. È vero che i flussi di rifugiati, soprattutto siriani, sono molto aumentati dopo il 2014 e il 2015; ma erano prevedibili, annunciati dal continuo aggravarsi dei conflitti in Medioriente, dall’aumento delle migrazioni negli anni precedenti, da una situazione globale che rivela come la «comunità internazionale» abbia fallito nel compito di mantenere o ristabilire la pace.

Del resto questi flussi erano stati anticipati dalle agenzie delle Nazioni unite e dalle organizzazioni umanitarie che, dal 2012, invano chiedevano una mobilitazione degli Stati per accogliere i nuovi profughi in condizioni sicure e dignitose. Arrivi massicci e apparentemente improvvisi hanno provocato il panico in diversi governi impreparati, governi che hanno poi trasmesso la propria inquietudine ai cittadini.

La strumentalizzazione del disastro umanitario ha permesso di giustificare interventi duri e recitare, con l’espulsione o il confinamento dei migranti, il copione della difesa del territorio nazionale. Sotto molti punti di vista, lo smantellamento della «giungla» di Calais nell’ottobre 2016 ha avuto la stessa funzione simbolica dell’accordo del marzo 2016 fra Unione europea e Turchia (3) o dell’innalzamento di muri alle frontiere di diversi paesi (4): si tratta di mostrare che gli Stati sanno rispondere all’imperativo securitario, proteggere nazioni «fragili»tenendo a distanza gli stranieri indesiderabili. Nel 2016, l’Europa alla fin fine ha visto arrivare tre volte meno migranti che nel 2015. Gli oltre 6.000 morti nel Mediterraneo e nei Balcani (5), l’esternalizzazione della questione migratoria (verso la Turchia o verso paesi dell’Africa del Nord) e la proliferazione di campi nel continente ne sono stati il prezzo.

(1) Cfr. Gérer les indésirables. Des camps de réfugiés au gouvernement humanitaire, Flammarion, coll. «Bibliothèque des savoirs», Parigi, 2008.
(2) Per una più ampia descrizione dei campi in Europa, cfr. Migreurop, Atlas des mi grants en Europe. Géographie critique des politiques migratoires, Armand Colin, Parigi, 2012, e Babels, De Lesbos à Calais. Comment l’Europe fabrique des camps, Le Passager clandestin, coll. «Bibliothèque des frontières», Neuvy-en-Champagne,in uscita nel mese di maggio 2017..
(3) Si legga Hans Kundnani e Astrid Ziebarth, «Fra Germania e Turchia, la questione dei rifugiati», Le Monde diplomatique/il manifesto, gennaio 2017.
(4) Cfr. Wendy Brown, Murs. Les murs de séparation et le déclin de la souveraineté étatique, Les Prairies ordinaires, Parigi, 2009.
(5) Cfr. Babels, La Mort aux frontières de l’Europe. Retrouver, identifier, commémorer, Le Passager clandestin, coll. «Bibliothèque des frontières», 2017.
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