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Francesca Borri
I nati al posto sbagliato nella palude Belgrado
8 Maggio 2017
2015-EsodoXXI
«Sono la merce di scambio umana tra l’Ue e la Serbia per il suo ingresso nell’Unione: circa 5 mila profughi, bloccati nella capitale dal marzo 2016».

il Fatto Quotidiano, 8 maggio 2017 (p.d.)

Fazal Amin ha 22 anni ed è arrivato dall’Afghanistan. “Da quanto tempo sei qui?”, gli chiedo. “Non molto”, dice. “Un anno”. Ha provato a entrare in Croazia 35 volte. E 7 volte in Ungheria.
Circa 5 mila profughi sono bloccati in Serbia ormai da mesi. Dal 18 marzo 2016, per l’esattezza. Da quando l’Unione Europea ha deciso di rispedire in Turchia chiunque entri illegalmente in Grecia, chiudendo così la cosiddetta via dei Balcani. Ma la frontiera è vicina, è a un paio d’ore da Belgrado: e quindi molti, di notte, provano ad attraversare. Per poi, all’alba, essere di nuovo qui. Ciondolano tutto il giorno nella zona della stazione. Tra un centro dell’Unhcr in cui possono connettersi a Internet, e di fronte, un ambulatorio di Medici Senza Frontiere. Che non è neppure un ambulatorio, in realtà, perché sono tutti ragazzi, tutti in salute: hanno bisogno solo di una doccia. “E dopo un anno, nessuno ci ha ancora pensato”, dice uno dei medici.
Nel 2016, la missione Frontex per il controllo dei confini è costata 254 milioni di euro. L’Ue ha previsto poliziotti, lacrimogeni, fili spinati, sensori a infrarosso: ma non sacchi a pelo. Molti, dopo un anno, dormono ancora per terra. Di giorno, girano per Belgrado come tutti gli altri ragazzi. Con lo zaino e le Nike. Non fosse per la pelle più scura, sembrerebbero studenti. E invece, non possiedono che quello zaino. E si capisce subito quanto sia dura: hanno tutti dei capelli bianchi. A meno di 30 anni.
La Belgrado dei turisti è a pochi passi da qui. E anche quella degli artisti: per molti, Belgrado sarà presto la nuova Berlino. Quest’area, alla confluenza tra il Danubio e la Sava, è uno sconfinato cantiere da 3,5 miliardi di euro: il nuovo lungofiume, tutto acciaio e vetro. Ma per ora, di là dalla strada che finisce alla cattedrale, è ancora la Seconda guerra mondiale: circa mille profughi sono accampati nei vecchi magazzini delle ferrovie, degli edifici lunghi, rettangolari. Senza luce. Tutti mattoni e amianto.
L’interno è così poco interno, con i soffitti squarciati, gli infissi senza vetri, che si sta intorno al fuoco. Un fuoco di pneumatici e bottiglie di plastica: non c’è legna. Solo aria di diossina. E per terra, spazzatura, coperte, e cataste di ragazzi. Hanno in tutto 15 bagni chimici e due docce. E 4 lavandini. Quest’inverno, solo l’intervento di Medici Senza Frontiere ha evitato morti assiderati, facendo salire la temperatura da -16 gradi a -1. Si accede dal retro della stazione. Molti pendolari parcheggiano l’auto proprio qui, davanti al primo dei magazzini. Guardano distratti un ragazzino scalzo nel fango.
“I profughi sono solo in transito, non vogliono fermarsi in Serbia. E quindi non c’è ostilità”, dice Andrea Contenta, di Medici Senza Frontiere. “Ma non è solo questo. I profughi, per esempio, sono liberi di girare in pieno centro: non credo che a Parigi, a Roma sarebbe così”, dice. Oltre ai mille intorno alla stazione, mille sono nel campo di Krnjaca, di là dal Danubio, e altri mille in quello di Obrenovac, fuori città.
Due campi di prefabbricati in cui non manca niente. Eppure la Serbia, con il suo reddito pro capite di 4.716 euro, è uno dei Paesi più poveri d’Europa. Un paese da cui si parte. Nel 2015, l’anno dell’esodo, il 40 percento delle richieste di asilo in Germania è arrivata da qui. Non dalla Siria. Da Serbia e Kosovo.
“Quello che tutti temono, in realtà, è essere rispediti in Bulgaria. Perché sono tutti dublinanti”, spiega Andrea Contenta. Sono tutti profughi, cioè, a cui la polizia ha registrato le impronte in Bulgaria: è dalla Bulgaria che sono entrati in Europa, e quindi, secondo il regolamento di Dublino, è in Bulgaria che sono tenuti a presentare domanda di asilo. E ad aspettare il responso. “Ma in Bulgaria vengono rinchiusi in veri e propri centri di detenzione”, dice. “Mentre alla frontiera con Ungheria e Croazia, intanto, vengono respinti con manganelli, gas e cani. Alla fine, sono trattati meglio qui che in quell’Europa che sognano”.
Per i profughi la Serbia è il crocevia ideale, perché confina con quattro Paesi dell’Unione Europea: la Bulgaria, l’Ungheria, la Croazia, e anche la Romania. Ma oltre alla geografia, in realtà, conta la politica. I profughi sono concentrati sostanzialmente in tre Stati in cui, per motivi diversi, hanno potuto diventare merce di scambio.
Il primo è la Turchia: si è impegnata a tenersi i profughi in cambio di 3 miliardi di euro e l’accesso allo spazio Schengen per i propri cittadini. Il secondo è la Grecia. Che in questo momento, ovviamente, è costretta ad accettare qualsiasi decisione di Bruxelles. Dal 2015, ha ricevuto 780 dollari a profugo, aumentati a 14.088 dopo la chiusura della via dei Balcani: secondo un’inchiesta del Guardian, 70 dollari su 100 sono svaniti. E infine, appunto, la Serbia. Che dal 2014 sta negoziando l’adesione all’Unione Europea: la promessa su cui Aleksander Vucic, riconfermato presidente il 2 aprile, ha costruito tutto il suo consenso. “Ma la democrazia, qui, non è ancora solida.
Per niente. Si registrano attacchi sempre più frequenti alla società civile, alla stampa. Alla magistratura”, spiega Srdjan Cvijic, analista della Open Society. “Ospitando i profughi, Vucic si assicura il sostegno di Bruxelles. Che è pronta ora a sorvolare su tutto il resto. Su un avvicinamento all’Europa che è un avvicinamento solo al suo mercato”, dice. “Non ai suoi valori”.
L’Unione Europea ha delle norme sull’immigrazione, ma non ha una politica dell’immigrazione. Non ha delle norme coerenti. Uguali per tutti. E anche qui a Belgrado, in realtà, tutto è tranquillo, sì: ma il merito, più che dell’Ue, è degli europei. Dei volontari europei. Mentre tanti partono per il califfato, tanti partono per Calais. Per Kos. Per Lampedusa.
Qui alla stazione sono una sessantina, e sono in larga parte di quel genere di ventenni che i governi detestano: piercing, capelli rasta. L’aria da centro sociale. Domandi se studiano, se lavorano, e ti rispondono che per ora sono in viaggio, a cercare il senso della vita. D’istinto, diresti che non sono capaci di badare neppure a se stessi: e invece, sotto la guida di Paul Linger, il solo veterano, cucinano, spazzano, montano generatori. Recuperano legna e vestiti. Risolvono problemi pratici e burocratici di ogni tipo. “Ma soprattutto, parlano con i ragazzi”, dice Paul. Chiacchierano, giocano. Suonano. “Un luogo così, con mille giovani uomini affamati, esausti e sfiduciati, in mezzo a una strada da mesi, potrebbe essere una polveriera. E invece, è diventato un gruppo di amici”.
Tutto è organizzato autonomamente, qui. Con donazioni private. E perfettamente. “Con le mille procedure, i mille formalismi delle Ong, o delle agenzie dell’Onu, tutto questo non sarebbe mai possibile. Abbiamo un’unica regola: ognuno fa quello che può”, dice Paul. “Anzi, due regole ”, dice. “Perché per stare qui, ognuno paga di tasca sua”. E non dice altro, ma non solo perché è molto impegnato. “Tanto ormai sui profughi è già stato detto tutto: è solo questione di volontà politica”, taglia corto. Ho tempo solo di domandargli perché è qui. Mi guarda come se dovessi domandare piuttosto a tutti gli altri perché non sono qui, poi mi dice: Perché questi profughi sono in Europa. E io sono europeo.
Anche se tecnicamente, non lo è: è inglese. In realtà, però, non è affatto facile. Leonor viene dal Portogallo, ed è un’assistente sociale. “Ma in Portogallo mi occupo di barboni e tossici. Mentre qui ho davanti dei ragazzi identici a me. Come posso aiutarli davvero?” dice. “Sono normalissimi. Sono solo nati nel posto sbagliato”. “Possiamo solo cucinargli una zuppa. Trovargli una felpa. E per questo, siamo degli eroi”, dice Mateo, spagnolo. “Ma il loro problema non è certo questo”.
“Quest’inverno, quando erano nella neve fino al collo, sono arrivati centinaia di fotografi. Ma ora non interessano più a nessuno. Perché ormai abbiamo visto di tutto. E qui, in fondo, è passabile, no?”, dice l’italiano Roberto. “Ascolti le loro storie, e ti viene da chiedergli: sei stato torturato? Ti hanno stuprato davanti a tua madre? Sei stato ucciso? No? E allora, perché sei andato via? Anche se io per primo - conclude - vivo a Londra. Io per primo sono un migrante economico”.
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