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mercoledì 5 aprile 2017

Utopie di ogni giorno

«Quando l’instabilità della vita è strutturale, la fermezza dello spirito raggiunge vette impensate». Postfazione di Utopie della vita quotidiana  di Luigi Zoja Conversazione con Lucilio Santoni. comune-info, 3 aprile 2017 (c.m.c.)





Cosa vuol dire possedere una vita improntata alle utopie quotidiane, quelle che ogni giorno impediscono la catastrofe e, goccia dopo goccia, scavano la pietra dell’indifferenza e della meschinità? Quelle utopie permettono, altresì, di vergognarsi piuttosto che di indignarsi. Spingono ad ammirare più che a voler essere ammirati.Credo che alla base di tutto ci sia una passione per la fragilità, cioè per la poesia delle cose. Un’aderenza alle esperienze più autentiche, come l’avventura, il corpo, l’amore, lo sguardo.

Una ricerca spinta nei luoghi più nascosti e assorti, dove c’è senso di provvisorietà, di passaggio, pieni di gente che cammina e arriva ben oltre la meta che si era prefissata. Con la pace nel cuore e l’inquietudine nella mente. La gioia di avere un porto verso cui navigare e la tristezza di non raggiungerlo mai. Fare piazza pulita delle certezze da quattro soldi, dell’arroganza e dell’altruismo a buon mercato. E arrivare, invece, a quel pozzo profondissimo dove il denaro, il potere, la forza, la moda, la retorica, si liquefanno per lasciare spazio a un fiume di domande che, solo, può rendere la terra un luogo ospitale e il vicino un essere attraente del quale si desidera l’amicizia. Abbandonare la frenesia del fare per concedere terreno alla cortesia, alla gentilezza, alle parole dolci e agli sguardi scrupolosi.

Non c’è bisogno di capipopolo, di opinionisti, di dirigenti, di burocrati, di presidenti. C’è bisogno di chi ama la vita, di chi si fa cambiare la pur amata vita da un libro, di chi guarda i gatti negli occhi e vi si riconosce, di chi contempla il creato e nulla gli chiede. C’è bisogno di riconoscere che quel che conta davvero è avere un domani ricco di una teoria lunghissima e dolcissima di strette di mano. Il vero peccato mortale non è quello di commettere il male: è quello di non riconoscere il bene, cioè non riconoscere il valore delle donne e degli uomini che valgono, che sono più avanti di noi sulla strada della vita buona.

L’evanescenza della quotidianità ansiogena può essere riscattata, l’angustia del miserabile muoversi solo per interesse privato può essere dimenticata, osando confrontarsi con i grandi temi della vita, affondando la ricerca nell’intensità spirituale, lasciando che il cuore s’immerga nel mare dell’infinito. Allora le giornate potranno riempirsi di quelle utopie che Luigi Zoja chiamerebbe minimaliste. I piccoli gesti quotidiani non saranno più destituiti di senso, anzi, si configureranno come aperture verso frontiere di libertà. Le parole, poche e misurate, ci condurranno all’ultimo respiro, col senso della pace, della terra e dell’armonia. Ci chiuderemo in casa e scoperchieremo il tetto per guardare il cielo.

Sottrarsi all’opinione comune, tacere quando gli altri parlano e gridare quando gli altri tacciono; incamminarsi su sentieri impervi e solitari, schivando l’abusivismo della modernità, arrivando all’unica patria possibile: quella di chi sa di essere gettato sulla terra, con radici deboli e spesso marce, eppure desideroso di dare frutti commestibili per tutti. Tali frutti nascono solo su piante consapevoli di avere come padri una stirpe di nomadi, stranieri, spaesati, esiliati, maestri dell’interrogazione, dello stupore dell’ospitalità, del distacco dalla normalità.

Ed essi crescono tra gli anfratti, le crepe, i terreni sconnessi, tra lingue minoritarie, dai suoni rudi, tra dialetti incomprensibili, parlati da viandanti, da furibondi e da contemplativi, che abitano case dalle finestre rotte e con porte fuori dai gangheri. Quando l’instabilità della vita è strutturale, la fermezza dello spirito raggiunge vette impensate. E allora non importa se intorno ci sarà poca gente, ci saranno erbacce e tuguri, animali randagi e negozi chiusi, scuole cadenti e spiagge deserte. In quei luoghi potremo comunque frugare per cercare la vita: nella disperazione la speranza, nella solitudine una promessa.

Luigi Zoja ama l’America Latina. Un suo grande figlio, Leonardo Boff, ama parlare di “intelligenza spirituale”, unica facoltà che possa sposare il Cielo con la Terra. Vale a dire: agire nel quotidiano come se ci si stesse misurando con l’assoluto. Camminare nelle strade di tutti i giorni cercando di riconoscere le farfalle che mettono le ali ai piedi. Scrutare bagliori di umanità mescolati a scintille di desiderio; sporcarsi con il fango mentre si è intenti a lanciare pensieri nello stagno del futuro. In definitiva: amare incessantemente, perché la vita è l’incessante.

Dal bar degli utopisti ognuno può guardare il cielo, la patria fatta di nuvole, che si disperdono e ricompongono, cancellano le forme eppure rimandano all’azzurro. Chi in quel bar decide di passare un minuto o una vita per costruire un bel sogno, decide di impegnarsi nelle cose di ogni giorno, fra gli amici e gli stranieri, per andare verso il futuro, quel futuro per il quale prova nostalgia.



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