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venerdì 7 aprile 2017

La salute va al mercato, il welfare lo vende l’azienda

«Ormai, come sanno bene i cittadini che per curarsi devono mettere mano al portafogli per ben 30 miliardi all’anno, il libero mercato della salute conta di più della salute pubblica».  Lo ammette uno che è stato corresponsabile delle scelte che hanno portato a questo risultato. il manifesto, 7 aprile 2017
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Ivan Cavicchi lancia l’allarme a proposito della possibilità che si verifichino ulteriori arretramenti del carattere universalistico del Servizio Sanitario Nazionale. Non ho dubbi a rispondere che è in effetti ciò che il Pd renziano propone in modo quasi ostentato. Si tratta di una presa in carico dei cittadini affidata ad un generico welfare che si dimentica di individuare nello Stato il garante della responsabilità e della risposta ai bisogni.

Il disegno, per la verità, inizia a formarsi già nei decenni scorsi quando si arena la battaglia della sinistra per definire, dopo la conquista della sanità pubblica, il carattere universalistico dell’intervento dello Stato. Gli anni delle politiche di austerità, cominciate con il governo Berlusconi-Tremonti e con i superticket, seguite poi dai pesanti tagli di Monti alla spesa sanitaria e dal sostanziale azzeramento di quella sociale, hanno finito per dare un colpo al diritto alla salute e all’assistenza nel nostro Paese.

Anche le più recenti politiche di rifinanziamento del welfare sono state caratterizzate da una scarsità di risorse e dall’idea che laddove la tutela dello Stato non può arrivare, sia allora dato spazio all’iniziativa privata, al terzo settore, al volontariato, all’impresa che con i contratti vuole “erogare” servizi ai propri dipendenti.

In questo quadro generale si è poi praticata una politica di detrazione dal costo del lavoro degli oneri per le mutue integrative, incrementando così l’idea che ognuno faccia e si salvi come può. Conta poco riaffermare – come fa Renzi – il carattere di cittadinanza del welfare sganciato dalle categorie e dal lavoro, ciò che conta è che i cittadini hanno capito che per tutelare la propria salute e ottenere un livello adeguato di protezione sociale, svolgono un ruolo sempre più importante le aziende di cui sono dipendenti, il territorio in cui vivono, le assicurazioni private che si pagano.

A completare l’opera – oltre ai ticket, ormai indispensabili per avere accesso alle prestazioni specialistiche in tempi utili – si è aggiunto il grande attacco culturale contro il SSN, che ha portato ingiustamente a identificare le grandi infrastrutture civili quali fonti di ogni male, di sprechi e di corruzione. In questo modo si è convinto molti, anche a sinistra, che solo la strada della privatizzazione fosse quella praticabile.

Colpisce ad esempio che lo Stato italiano non sia ancora in grado di garantire l’erogazione di un farmaco salva-vita come quello contro l’epatite C, capace di eradicare la malattia e quindi fondamentale per la salute pubblica.

È giusto avere consentito di poter acquistare individualmente il farmaco all’estero ma siamo di fonte a un’ulteriore conferma di una sanità fai-da-te: chi non può aspetta e resta ammalato.

Sono decenni che si è lavorato per costruire questa ideologia e trasformarla in senso comune. Renzi finisce per accettare definitivamente questa realtà e nella sua mozione pare volerla incrementare al punto di vedere la salute pubblica e il welfare solo come un bene individuale, come un sostegno alla persona per incentivare “il rischio, la sua voglia di mettersi in gioco”, dimenticando che la salute è un diritto fondamentale e anche interesse della collettività.

In effetti, come denuncia Cavicchi, la defiscalizzazione degli oneri per l’assistenza integrativa può davvero diventare la porta con cui, facendo mancare le risorse al SSN, si costruisce una “gamba” privata per l’assistenza sanitaria che finirà per scaricare le prestazioni più costose sul pubblico, relegandolo a strumento per il soddisfacimento dei livelli minimi di servizio per i più poveri.

Ancora una volta è il paradigma culturale e politico che la sinistra ha il dovere di rovesciare per fermare questa deriva anti-universalistica del welfare. Il pensiero conservatore e di coloro che vogliono trarre profitti dalla salute dei cittadini sono lì a ripetere ancora una volta il vecchio, stucchevole e stupido adagio che con i cambiamenti tecnologici, dei farmaci e delle cure e con l’invecchiamento della popolazione non riusciremo a sostenere finanziariamente il SSN.

Ma ormai, come sanno bene i cittadini che per curarsi devono mettere mano al portafogli per ben 30 miliardi all’anno, il libero mercato della salute conta di più della salute pubblica. Lo hanno imparato anche negli Stati Uniti dove un «giovane» – Bernie Sanders – ha avuto il coraggio di parlare di socialismo e di sanità pubblica. Le due cose evidentemente stanno insieme perché la sanità pubblica è l’unico elemento di socialismo che sia stato finora introdotto. A noi spetta di non farlo cancellare.
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