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martedì 25 aprile 2017

Le "sinistre" italiane nel confronto con la Deancia


Articoli di Norma Rangeri e Andrea Colombo sui risultati elettorali in Francia. C'è chi si camuffa da Macron e chi non riesce a tentare l'exploit di Mélenchon. il manifesto, 25 aprile 2017
PER LA SINISTRA
LA FRANCIA È LONTANA
di Norma Rangeri
« La Francia è lontana per una sinistra che appare divisa tra un grillismo o un renzismo di complemento»

Per Matteo Renzi la vittoria di Emmanuel Macron, il centrista liberista a capo di un suo personale movimento, è una buona notizia. Il francese rottamatore dei vecchi schieramenti della V Repubblica, il giovane leader che ha fatto della «fiducia» la parola chiave della propaganda elettorale di En Marche!, il figlio dell’establishment, banchiere e ministro di Hollande ma venduto come l’uomo nuovo ben s’accoppia con l’ottimismo del discorso renziano, con il professionista della politica venuto da Rignano a vestire i panni dell’ anticasta.

Ma le similitudini transalpine si fermano qui, perché sugli equilibri europei così come sulla fisionomia del movimento prevalgono le differenze. Macron sull’Europa punta a rinsaldare l’asse con la Germania mentre sul piano interno l’operazione di sganciarsi dal partito socialista gli ha fatto prendere il volo verso il ballottaggio del 7 maggio.

L’ex premier Renzi, pur avendoci provato con tutte le sue forze, non è riuscito a cambiare il sistema istituzionale, è reduce da una sonora sconfitta referendaria, si ritrova impelagato nelle più insignificanti primarie della storia del suo partito. Dove il ruolo del povero Benoît Hamon, socialista del 6%, lo gioca l’ultimo dei socialisti nostrani, il ministro Orlando, rimasto solo a difendere la sinistra riformista nelle inutili primarie del Pd.
Un po’ di invidia invece bisogna confessarla per quel 20% guadagnato da Jean-Luc Mélenchon. Certo, il sistema istituzionale presidenziale lo mette fuori gioco, e «Francia ribelle» è poco più di uno slogan. Tra populismo e antipolitica, la protesta sociale raccolta da Mélenchon è ricca di ambiguità. Come lo è questo cambio d’epoca, come dimostra la difficoltà di schierarsi apertamente nel ballottaggio, e come dicono le preoccupazioni verso una parte dell’elettorato di «Francia ribelle» che potrebbe o ritirarsi nell’astensione o addirittura votare per l’estrema destra xenofoba di Marine Le Pen.

Tuttavia solo l’idea che in Italia la sinistra radicale possa ambire alle prossime elezioni a quel 20% raccolto dal longevo combattente è pura fantasia. La condizione di afonia di quella che nel secolo scorso era la più forte sinistra europea è purtroppo sotto i nostri occhi. La crisi del vecchio partito, il minoritarismo delle sue varie componenti ne descrivono la condizione. Né la nostra disastrosa situazione economica ha prodotto movimenti sociali capaci di rinnovare e rappresentare la sofferenza e il disagio delle nuove povertà.
Abbiamo di fronte la diaspora di un ceto politico che riverbera la sua debolezza nella frantumazione senza fine, e anche nella mancanza di leadership. Nessun Mélenchon all’orizzonte e semmai il suo ologramma, gli accenti sovranisti, il «protezionismo solidale», l’ecologismo ben strutturato lo fanno assomigliare più a un grillismo di sinistra con i piedi saldamente piantati nella trentennale esperienza di dirigente del partito socialista.
La Francia è lontana per una sinistra che appare divisa tra un grillismo o un renzismo di complemento.

IL PALAZZO IN PREDA A UNA
«MACRONIZZAZIONE COLLETTIVA»
di Andrea Colombo
«Le reazioni in Italia al primo turno delle presidenziali francesi. Affannosa corsa sul carro del vincitore Macron. Renzi, a una settimana dalle primarie, prova a incassare: "Avanti insieme!". E anche Berlusconi spera di domare presto il “lepenista” Salvini»

Se continua così, c’è il rischio che al confronto di domani sera su Sky per le primarie del Pd i contendenti si presentino tutti mascherati da Emmanuel Macron. Nel palazzo della politica italiana, dall’altro ieri notte, i Macron non si contano, e mica solo a sinistra: Brunetta, Letta, Parisi, la ministra Fedeli, Gasparri, Renzi.
Onore al ministro Calenda, l’unico a segnalare che questa «macronizzazione» collettiva è un po’ ridicola oltre che tragicamente provinciale. Furoreggia anche una incresciosa sfida a «chi è il più Macron del pollaio».
Domanda retorica: è Renzi naturalmente, che anzi è più Macron dello stesso Macron, tanto da aver fatto da modello all’epigono. Così la pensa Andrea Romano: «Matteo è molto più Macron di Orlando, perché ha uno spirito di riforme più coraggioso. Macron si è ispirato a Renzi».
Va da sé che il primo a suggerire il gemellaggio è proprio Renzi: «Bravo Macron. La sfida inizia adesso e riguarda anche l’Italia. Avanti insieme!». Avanti sì, ma verso dove? Verso una guerra su due fronti che i cugini latini devono combattere spalla a spalla: «Chi ama l’ideale europeista sa che gli avversari sono i populismi. Ma sa anche che l’Europa è un bene troppo grande per essere lasciato ai soli tecnocrati».
Qualche somiglianza tra il francese e l’ex premier italiano c’è davvero, anche se ieri erano in parecchi a scalmanarsi per dimostrare il contrario, a partire da Massimo D’Alema: «Macron si è presentato come nuovo e alternativo al vecchio ordine. Renzi del vecchio ordine è il caposaldo». Velenoso anche se mai come il più laconico Rotondi: «Renzi come Macron? Dovrebbe dimagrire».
Maniglie dell’amore a parte, qualcosa in comune i due ce l’hanno: non è tanto l’essere «né di destra né di sinistra», che quella ormai è merce comune, e nemmeno il presentarsi come alternativi a un establishment di cui fanno parte. È l’aver portato a compimento il processo di sganciamento della politica da qualsiasi ambizione progettuale e visione per derubricarla a faccenda di pura amministrazione.
La sfida è a chi promette di amministrare meglio, e da questo punto di vista i due campioni si equivalgono, avendo uno alle spalle un premierato fallimentare e l’altro due anni di guida dell’economia in un governo altrettanto disastroso.
Poi c’è naturalmente l’effetto tv, e su quel piano è normale che il futuro segretario del Pd miri a sfruttare l’occasione. Tra una settimana uscirà trionfatore dalle primarie, e ci tiene a che sia proprio trionfo: dovendo scegliere tra un afflusso alle urne più massiccio con il rischio di vincere solo di qualche lunghezza e quello di stravincere ma con una platea più esigua ha scelto senza esitazioni la seconda strada. Da domenica prossima si comporterà come se le primarie del suo partito fossero in realtà il primo turno delle elezioni politiche, cercando probabilmente di arrivare al secondo, le vere elezioni, il prima possibile per sfruttare l’onda.

Il problema è che Renzi, a differenza di Macron, non è in grado di mobilitare gli indecisi contro un nemico. Se insiste sulla comune guerra contro «i populisti» è proprio perché sa che a lui manca l’asso nella manica del francese, la chiamata alle armi contro i nemici della République. M5S, per quanto si sforzi, non è il Front National.Però non si sa mai. In Francia, come prima in Austria e Olanda, spira un vento neo-europeista: vedi mai che non si riesca a fare della difesa dell’Europa quello che è in Francia la salvaguardia della Repubblica.

Emiliano, travolto da una così impetuosa identificazione del rivale col vincitore, si ritaglia il ruolo di consigliori e disserta su quel che dovrebbe fare il francese, «allearsi con Mélenchon», e su quello da cui dovrebbe invece guardarsi, «fare gli errori di Renzi abbandonando gli elettori di sinistra».
Anche a destra imperversa la corsa per intestarsi il risultato francese. Toti gioca d’anticipo. Guai a chi «non accetta di cambiare la storia del centrodestra italiano in qualcosa che risponda all’elemento di novità interpretato da Macron». Le repliche dei fedeli di Arcore arrivano a stretto giro. «È un lib-lab come me», giura Brunetta. «Serve un centrodestra che, per quanto moderato, dovrà essere chiaro nei suoi toni», duetta Gasparri. Il più soddisfatto di tutti non si pronuncia. Silvio Berlusconi aspetta la vittoria definitiva del «moderato» contro la «salviniana» Le Pen per passare all’incasso sul tavolo della destra italiana.


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