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A volte dimentichiamo che i custodi del paesaggio, pochi e tenaci, sono generosi.  A tutti, anche ai distratti, regalano una scintilla.  L'istante di meraviglia nel quale, rivolti al compagno di viaggio, diciamo: guarda! (m.b.)

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DAI MEDIA

sabato 15 aprile 2017

Italiani sempre più poveri, e in coda in Europa in settori vitali

«Italia fanalino di coda per occupazione e pil pro capite. E per la sanità pubblica investiamo meno di Germania e Francia. Il governo firma un memorandum che lo impegna verso chi ha meno. Camusso: "Servono più risorse"» Articoli di A. Carra e A. Sciotto, il manifesto 15 aprile 2017
OTTO MILIONI DI POVERI,
E LA METÀ NON RIESCE A COMPRARSI IL CIBO
di Antonio Sciotto
Otto milioni di poveri in Italia, di cui più della metà (4,5 milioni) è in uno stato di povertà assoluta (non può permettersi cioè neanche il minimo necessario per vivere): la fotografia di Noi Italia, ultimo rapporto Istat, è raggelante. Una serie di diapositive che ci fanno comparire agli ultimi posti in Europa per livelli di occupazione, pil pro capite e altri indicatori del benessere.
I DATI DELLA POVERTÀ sono relativi al 2015: quella al livello assoluto coinvolgeva il 6,1% delle famiglie residenti (pari a 4 milioni 598 mila individui). Il 10,4% delle famiglie – in tutto 2 milioni e 678 mila – è relativamente povero, mentre le persone in povertà relativa sono 8 milioni 307 mila (pari al 13,7% della popolazione). I valori risultano stabili rispetto al 2014, ma peggiorano soprattutto le condizioni delle famiglie con quattro componenti (passano in un anno dal 6,7% al 9,5%).
MALE ANCHE IL LAVORO: le cifre sull’occupazione ci vedono agli ultimi posti in Europa. In Italia, spiega il rapporto Istat, sono occupate poco più di 6 persone su 10 tra i 20 e i 64 anni, il dato peggiore nella Ue a eccezione della Grecia. Tra i 20 e i 64 anni nel 2016 era occupato il 61,6% della popolazione con un forte squilibrio di genere (71,7% gli uomini occupati, soltanto al 51,6% le donne). Grande anche il divario territoriale tra Centro-Nord e Mezzogiorno (69,4% contro il 47%). Nella graduatoria comunitaria sul 2015 solo la Grecia ha un tasso di occupazione inferiore, mentre la Svezia registra il valore più elevato (80,5%).
Pil pro capite a terra: quello dell’Italia, misurato in standard di potere d’acquisto (per un confronto depurato dai differenti livelli dei prezzi nei vari paesi), risulta inferiore del 4,5% rispetto a quello medio della Ue, più basso di quello di Germania e Francia (rispettivamente del 23,6% e 9,2%). Il valore italiano è però superiore del 5% al pil pro capite spagnolo.
LA PRESSIONE FISCALE risulta essere in calo. Nel 2016 in Italia è scesa al 42,9%, in riduzione di 0,7 punti percentuali dal massimo del biennio 2012-2013. Tuttavia, il nostro Paese rimane fra quelli con i valori più elevati, superato, tra i maggiori partner europei, solo dalla Francia. Per quanto riguarda la spesa pubblica, lo Stato ha speso nel 2015 circa 13,6 mila euro per abitante, un valore sostanzialmente in linea con quello medio della Ue. Tra le grandi economie dell’Unione, Germania, Regno Unito e Francia presentano però livelli più elevati, mentre la Spagna spende meno dell’Italia.
SANITÀ PUBBLICA, si spende meno degli altri. Nel 2014 la spesa sanitaria pubblica italiana si è attestata attesta intorno ai 2.400 dollari pro capite, a fronte degli oltre 3 mila spesi in Francia e dei 4 mila in Germania (fonte Ocse). Le famiglie italiane hanno contribuito alla spesa sanitaria complessiva per il 23,3%, e la quota è in leggero aumento.
IN ITALIA I DECESSI per tumori e malattie del sistema circolatorio sono stati rispettivamente 25,8 e 31 ogni 10 mila abitanti nel 2014. Nel Mezzogiorno la mortalità per tumori si conferma inferiore alla media nazionale, mentre quella per malattie del sistema circolatorio è più elevata. La mortalità per queste cause è in continua diminuzione e inferiore alla media Ue (27,4% e 38,3% nel 2013).
IL TASSO DI mortalità infantile, importante indicatore del livello di sviluppo e benessere di un paese, continua a diminuire: nel 2014 in Italia è di 2,8 per mille nati vivi, tra i valori più bassi in Europa. Spesa per la protezione sociale: nel 2014 nel nostro Paese ha rappresentanto il 30% del Pil e il suo ammontare per abitante ha sfiorato gli 8 mila euro l’anno.
MEMORANDUM: Il presidente del Consiglio, Paolo Gentiloni, ha firmato ieri il Memorandum di intesa con l’Alleanza contro la povertà sull’attuazione della legge delega che istituisce il Rei, il reddito di inclusione, e ha spiegato che i decreti attuativi saranno pronti entro fine mese. «Siamo passati dai circa 200 milioni del Sostegno inclusione attiva a circa 2 miliardi – ha spiegato il premier – un intervento che interesserà circa 2 milioni di persone, tra cui ci sono 7-800 mila minori». Tra i firmatari anche Cgil, Cisl e Uil: «Messa una prima pietra, ma i fondi sono ancora insufficienti – ha commentato la segretaria Cgil Susanna Camusso – E oltre ai sussidi dobbiamo anche attuare politiche per l’inclusione nel lavoro».

SE LA POLITICA SI MISURASSE
SULLA FOTOGRAFIA DELL’ITALIA IN EUROPA
di Aldo Carra
Abituati come siamo a rincorrere le statistiche quotidiane ed i commenti politici espressi in Tweet, analizzare il volume Noi Italia prodotto dall’Istat e al nono anno di vita non è semplice. Si tratta infatti di 100 statistiche che inquadrano l’Italia nel panorama europeo. Però una volta tanto vale proprio la pena di uscire dalla guerra quotidiana dei numeri in libertà e, vista anche la attualità del tema Europa, cercare di capire come ci collochiamo nella dimensione europea e soprattutto se miglioriamo o peggioriamo. Se, in sostanza, diventiamo più o meno europei.
Diciamo subito, ricopiando quello che nel rapporto si dice, che nella maggioranza degli indicatori analizzati l’Italia appare ancora sistematicamente collocata al di sotto della media europea. Questo vale soprattutto per la performance del sistema produttivo, con debolezze pesanti nell’ambito dell’economia della conoscenza, della formazione e nel mercato del lavoro. Ma c’è un settore del quale possiamo andare orgogliosi: è quello delle eccellenze agroalimentari, fattore di competitività delle realtà agricole locali dove i prodotti di qualità contribuiscono al mantenimento degli insediamenti umani e dell’attività agricola di tante aree interne altrimenti destinate all’abbandono. Non casualmente, un altro campo nel quale l’Italia si posiziona addirittura meglio rispetto alla media europea è la tutela dell’ambiente, la promozione di una crescita economica sostenibile.
Come pure notizie positive riguardano innanzitutto la salute. Affermazione che cozza contro il senso comune: la spesa sanitaria pubblica italiana è inferiore a quella dei principali partner europei, ma gli indicatori di mortalità ed altri indicatori della salute sono migliori della media europea. Altrimenti detto, la nostra riforma sanitaria ed il sistema di welfare conquistato, riescono ancora a resistere ai colpi di piccone dell’austerità, ai fenomeni corruttivi e di ingerenza della politica.
Pesanti, invece, rimangono ancora i divari con l’Europa in materia di istruzione e mercato del lavoro. Il tasso di abbandono scolastico è ancora superiore alla media europea, la percentuale di laureati ancora molto lontana dal 40% fissato come media europea. Se passiamo al mercato del lavoro ed al tasso di occupazione, per il quale la strategia europea prevedeva un aumento soprattutto nel campo della partecipazione femminile, abbiamo un bel record. Siamo nell’ultima posizione rispetto ai partner europei, anzi penultimi: solo la Grecia ha un tasso di occupazione più basso del nostro.
Questo quadro generale suggerisce considerazioni. In questi anni il sistema economico europeo ha goduto di condizioni favorevoli (prezzo del petrolio diminuito, euro svalutato, Quantitative easing). Mediamente i paesi europei hanno registrato tassi di crescita modesti. L’Italia è cresciuta meno degli altri e quindi il divario tra noi e l’Europa è aumentato. Di chiacchiere e di promesse ne abbiamo sentite molte di più, però. Forse qui, siano primi in Europa.
Seconda considerazione. È  interessante che si cominci a concentrare l’attenzione non più solo sul Pil, ma su altri indicatori che rispecchiano le condizioni non solo economiche ma anche sociali e culturali del nostro paese. Nella nuova legge finanziaria finalmente si cominceranno a prendere in considerazione anche gli indicatori Bes (Benessere Equo Sostenibile). Quando si sarà in grado di sintetizzare questi indicatori in un megaindicatore affiancabile al Pil si potrebbe registrare un paradosso: che il Pil non cresce, ma che il Bes al contrario cresce, oppure che il Bes cresce più del Pil. Ma stiamo parlando di un futuro non vicinissimo. A oggi siamo ancora lontanissimi dai livelli di Pil di prima della crisi e le nostre contraddizioni e disuguaglianze aumentano.
Come attivare una ripresa economica, anche con investimenti pubblici, che possa creare un circolo virtuoso di miglioramento di condizioni economiche e di benessere sociale in una fase di risorse scarse. Come affiancare in sostanza una politica di nuova crescita ad una politica di redistribuzione di redditi, ricchezze, lavoro per avere maggiore uguaglianza. Sarebbe un bel compito per la politica collocarsi a questo livello ed affrontare questi che sono i problemi del futuro. Ma per adesso non se ne parla. Siamo impegnati nelle prove muscolari tra i tre capi del populismo all’italiana.

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