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martedì 14 marzo 2017

Per un museo del Sud (ovvero dei Sud del XXI secolo)

Un museo può essere il catalizzatore di un processo di valorizzazione territoriale che coinvolge comunità, istituzioni e imprese? Due studiosi spiegano perché è importante promuovere la costituzione di musei del territorio nel sud d'Italia (m.b.)



«(…) pensiero meridiano non vuol dire apologia del sud, di un’antica terra assolata ed orientale,
non è la riscoperta di una tradizione da ripristinare nella sua integrità. Pensiero meridiano è quel pensiero che si inizia a sentir dentro laddove inizia il mare, quando la riva interrompe gli integralismi della terra (in primis quello dell’economia e dello sviluppo), quando si scopre che il confine non è un luogo dove il mondo finisce, ma quello dove i diversi si toccano e la partita del rapporto con l’altro diventa difficile e vera.» (F. Cassano, 1996)

Può un museo contribuire alla costruzione di un percorso di identità e di senso che si fa costruzione territoriale? L’identità meridiana come fattore di costruzione civica che riconosce i bisogni, le emergenze, le disparità e propone categorie interpretative. Un museo come luogo di conservazione e di produzione della memoria della storia del Mezzogiorno, di ricerca e di educazione, per le scuole, i territori e le comunità. Un museo che parli di resilienza, di fragilità, di Appennino, di agricoltura e di cibo, di montagna e di costa, di innovazione, di migrazioni. I mutamenti in atto cambiano l’idea di Sud, o dei Sud, inteso non come dimensione geografica, ma come condizione analitica che pone al centro le fragilità, le diversità, le disparità. Il Sud come dispositivo ha prodotto nel corso nei secoli sistemi di civiltà complessi e stratificati. Se la storia contemporanea non pare dipanarsi intorno a magnifiche sorti e progressive, i processi storici del Mezzogiorno e dei suoi territori consegnano un insieme plurale di esperienze di civilizzazione – un’unità pluriverso (Purcell e Horden, 2000) che è in primo luogo incontro. In questi territori i sedimenti successivi e i caratteri molteplici delle strutture territoriali possono farsi costruzione di un’unità simbolica. Tale processo implica la costruzione di una memoria comune, precondizione perché il Mezzogiorno riconosca se stesso e immagini il suo avvenire.

Un museo può contribuire alla costruzione di una memoria collettiva, ovvero di un’identità? Come declinare questa ricostruzione attiva, questa invenzione filologicamente rispettosa, critica e consapevole? Quale passato? Come tante storie diventano la “nostra” storia? Come la conoscenza di quella storia contribuisce a scrivere il futuro? Un museo che sappia indagare la dimensione sociale, ambientale, storica e politica, culturale del Mezzogiorno oggi, secondo un modello dove i rapporti tra ricerca, formazione ed educazione siano integrati tra loro, e che, come il tempo presente, sia capace di leggere i mutamenti repentini con la tensione a interpretarli, superando la descrizione, in favore della rappresentazione di fatti che divengono già processi. I ricercatori a volte sono bravi divulgatori, qui si è chiamati a sperimentare, consapevoli che non si classificherà, forse piuttosto si mapperanno i mutamenti con meticolosità e scrupolo per la costruzione dell'atlante dei Sud, declinato al futuro.
Un museo qui si costruisce intorno a una piccola collezione permanente e si apre a mostre temporanee, anche a carattere monografico. Nel quadro di iniziative co-organizzate e co-prodotte con università, enti e istituzioni culturali italiani ed esteri, che esplorano temi, forme e strumenti.
Parafrasando David Thorp potremmo dire di pensare a un’istituzione culturale del XXI secolo che sia flessibile, sincera, democratica, multiculturale, contraddittoria e audace. Splendida quando è ricca, eroica quando non ha denaro. Deve avere la testa fra le nuvole, funzionare in maniera esemplare, avere lo spirito di squadra, i piedi per terra e un cuore grande così. Che ami i territori, si prenda cura del pubblico, tolleri il fumo e rimanga aperta sino a tardi.

Rapporti complessi tra variabili territoriali e processi di mutamento sociali ed economici in atto mostrano una progressiva marginalizzazione dell’economia italiana e del suo tessuto produttivo dalle dinamiche europee e mediterranee: un’inedita geografia della dismissione del nostro ruolo di riferimento culturale e politico prima ancora che economico. In un territorio come quello italiano a carattere marcatamente policentrico, si osserva il consolidamento delle specializzazioni come dei divari territoriali, il conflitto tra regioni e traiettorie di crescita, nel quadro di un modello di sviluppo dissipativo, che ha avuto pesanti effetti sociali, ambientali e paesaggistici. Le determinanti dei mutamenti sono riconducibili a fattori molteplici di natura sociale, economica, ambientale, istituzionale, legati a un quadro sovranazionale e globale. Se sono mutate le tendenze globali e i riferimenti macroeconomici, conseguentemente sono cambiati i paradigmi concettuali e rapporti stessi tra politiche culturali, sociali come di formazione e ricerca. Tali transizioni impongono la rilettura stessa di alcune categorie interpretative dei processi storico sociali, economici ambientali e culturali dei territori.

In questa cornice assume un ruolo chiave la formazione. Solo per citare un tema si consideri il numero degli iscritti all'università che in altri paesi continua a crescere, e in Italia negli ultimi anni si è ridotto di un quinto (Viesti, 2016). Lo scenario della formazione e della ricerca, in particolare nel Mezzogiorno, pone in luce temi connessi - tra gli altri - alla capacità di coinvolgimento dei soggetti, pubblici e privati, preposti o interessati allo sviluppo territoriale. Il quadro delle iniziative a carattere culturale nel Mezzogiorno va componendosi intorno a strutture insulari che in alcuni casi vanno sperimentando percorsi di innovazione sociale che possono trovare una valorizzazione reticolare di incontro e scambio. Lo stesso patrimonio artistico culturale e naturale del Mezzogiorno, potenzialmente in grado di determinare flussi turistici rilevanti, esprime una eterogenea capacità di attrazione. Ulteriore problematica che rende la domanda per i beni culturali modesta è il ruolo giocato dai contesti simbolo che tendono a concentrare flussi turistici in poche realtà.

Un’istituzione museale è chiamata a orientare la propria missione al principio della responsabilità sociale, nei diversi domini che caratterizzano la propria missione di istituzione culturale riconoscendo che si è chiamati a operare all’interno di sistemi caratterizzati da diversi gradi di complessità per la trasmissione della conoscenza, secondo criteri sistematici di confronto con il territorio ai suoi diversi livelli di governo, con gli attori pubblici e privati valorizzando e reinterpretando le diverse competenze e generando figure e percorsi capaci di affrontare le sfide della complessità.

Il carattere innovativo della proposta per l’istituzione di un museo dei Sud del XXI secolo è legato alla sua capacità di integrare educazione, ricerca e formazione. Questa proposta pone al centro il ruolo della territorializzazione degli strumenti e delle proposte per i molti Sud di cui si compone quello che oggi è l’arcipelago Mezzogiorno. Da qui deriva la necessità di sensibilizzare i soggetti attuatori chiamati a progettare un’offerta territoriale rispetto alle forme e alla singolarità di una domanda (anche inespressa) dei territori stessi in misura radicalmente nuova rispetto a quanto è accaduto con le politiche di intervento straordinario, la domanda diventa, in tal modo, il modello concreto dello sviluppo di un Sud che non è solo un non ancora nord (Cassano, 1996).

Le profonde trasformazioni sociali economiche e ambientali che investono la contemporaneità si inseriscono all’interno di processi di mutamento che investono la scena globale e quella locale. Un museo può configurarsi come catalizzatore di un processo di valorizzazione territoriale che coinvolge comunità, istituzioni e imprese. In questo sviluppo è utile riprendere la lezione di Bevilacqua (1998) che ha eletto il valore della bonifica italiana a principio del Novecento: “Se si voleva risanare un’area era vana fatica arginare un fiume, costruire l'anno dopo un ponte, l'altro ancora prosciugare uno stagno. Dopo un po’ il disordine idraulico riprendeva il sopravvento su tutto. Occorreva al contrario simultaneamente prosciugare lo stagno, costruire il ponte, arginare il fiume, edificare gli abitati per richiamare popolazione”. Simultaneamente si riferisce alla necessità di attivare a partire da un solido progetto culturale, economie derivate e derivabili, in un quadro che determini dinamiche sistemiche. La questione meridionale è una questione di raccordi: innescare uno sviluppo autonomo occorre accompagnare i territori e le comunità a collegarsi, a cooperare, a organizzarsi, a fare massa critica: a fare società (Bevilacqua, 1998). La consapevolezza di lavorare in un quadro d’inedita complessità - connessa alla fragilità dei sistemi sociali, economici e ambientali - impone di orientare gli obiettivi di un’istituzione culturale all’interno di un progetto territoriale unitario.

I rapporti tra la complessità delle interazioni tra codici culturali, le opportunità di accesso alle informazioni e l’annullamento della località e della distanza, la dimensione globale dei sistemi produttivi e dei mercati e, dall’altro lato, i temi connessi alle condizioni di rischio legate ai fattori naturali come alle crescenti disuguaglianze e ai divari sociali e urbani, impongono una rinnovata riflessione sul significato e sul ruolo di un’istituzione culturale nelle sue molteplici articolazioni e potenzialità. Il museo oggetto della presente proposta deve caratterizzarsi per un tasso elevato d’innovazione, legato alla possibilità di recuperare una dimensione dinamica e critica dell’educazione e della divulgazione come della ricerca e della formazione. In questa prospettiva la condizione urbana e il territorio sono letti e interpretati nelle loro componenti fisiche, morfologiche nonché socioeconomiche e culturali, lì dove gli stessi ambiti rurali si confrontano con l’urgenza di reinterpretare funzioni, modelli e flussi, in un rapporto dialettico rispetto ai mutamenti in atto nelle aree urbane.

Il percorso scientifico e strategico dentro cui è collocata la presente proposta guarda al bacino del Mediterraneo come riferimento territoriale e cognitivo delle proprie linee di ricerca e di divulgazione, sul piano identitario, culturale e politico. Le dinamiche in atto nel Mediterraneo mostrano numerosi fattori d’instabilità e di frammentazione geopolitica, sociale, urbana e demografica che costituiscono una sfida a un tempo politica, culturale e scientifica per un’istituzione museale contemporanea.
A conclusione di queste riflessioni vale la pena richiamare alcune questioni di metodo, ovvero alcuni caveant. In primo luogo, l’evidenza che il cambiamento sociale guida quello economico, non viceversa. In questo senso proviamo a recuperare un orizzonte di intervento lungo, parliamo di avvenire, per favore. Ancora, proviamo a recuperare una cornice di senso e di ruolo per l’osso d’Italia e per quello mediterraneo in genere. Infine, proviamo a ritrovare lo spessore della visione, che si configuri non come istanza - dentro logiche clientelari o neofeudali - che la comunità locale o parti di classi dirigente o intellettuali e studiosi rivolgono agli attori istituzionali, bensì l’incontro tra tutti coloro che hanno responsabilità.
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