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La Galleria di Milano requisita per una cena benefica. Per non turbare il senso estetico dei lussuosi ospiti, le barriere che bloccano gli ingressi sono state dipinte d'oro. Il nudo cemento va bene solo in periferia. (p.s.)

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venerdì 31 marzo 2017

Monfalcone la città-cantiere, 100 etnie in bilico all'ombra dei colossi da crociera

Le pratiche aziendali di una multinazionale italiana, i metodi tipici dello sfruttamento capitalista, la strardinaria presenza ci culture diverse ha creato una pericolosa polveriera, o un utile laboratorio sociale. La Repubblica online, 30 marzo 2017

MONFALCONE - La Majestic Princess proietta la sua ombra mastodontica sul molo, i capannoni, i mezzi in movimento. Sarà consegnata a fine mese, ma i componenti cinesi dell'equipaggio sono già a bordo per familiarizzare con la nave che imbarcherà quasi seimila persone, tra turisti e marinai. I cinesi li incroci lungo i quattordici ponti, mischiati agli operai al lavoro nell'allestimento delle cabine del transatlantico che viaggerà tra Singapore, Hong Kong e la Corea. "I turisti asiatici non amano il sole, così abbiamo progettato spazi all'aperto ridotti", ci spiega Roberto De Luca, responsabile metodi della Fincantieri, mentre su e giù per le scale cerchiamo il percorso giusto verso la plancia di comando della Majestic. Sull'altro lato della banchina, la Msc Seaside invece è ancora uno scheletro di nave, sovrastato dalle gru.

Tutt'intorno, negli otto ettari dell'arsenale Fincantieri, è un brulicare di operai di quasi cento etnie. Un melting pot che la sera, poi, si trasferirà nelle periferie, nelle strade, nelle case di Monfalcone, la città- cantiere a trenta chilometri da Trieste: 28mila residenti, oltre il 20% stranieri (5817), con Bangladesh (7%) e Romania (4%) in testa. Qualche giorno fa in questa comunità di lavoratori si respirava lutto e rabbia: Sinisa Brankovic, 40 anni, operaio in un'azienda dell'indotto, ha perso la vita precipitando dalla passerella metallica di un capannone. La magistratura indaga sull'incidente, intanto la salma di Sinisa è tornata a Banja Luca, in Bosnia, la sua patria. Sciopero spontaneo nei cantieri, corteo in città.

La tragedia di Brankovic ha riportato in superficie le tensioni che pervadono un luogo a suo modo straordinario, visto che qui a Monfalcone si concentra la miscela di tante emergenze e opportunità italiane: la crisi economica e le chanches di ripresa; gli effetti di globalizzazione e delocalizzazione; i diritti, la sicurezza e la dignità del lavoro; la sfida delle nostre imprese nella competizione mondiale; l'immigrazione, l'integrazione. Attraversando il cantiere e la città, la sensazione è di visitare un laboratorio sociale che potrebbe esplodere da un momento all'altro.

Ma da quello stesso laboratorio, magari, potrebbe scaturire invece un esperimento di successo e di convivenza. Perché a Monfalcone, diversamente da tante altre realtà italiane simili, tutto gira intorno a un lavoro che, dopo i lunghi anni della recessione, torna ad essere disponibile. Un possibile volano di crescita con la sua rappresentazione visiva e acustica nella febbrile attività dei cantieri, rispetto ai silenzi degli altri poli manifatturieri italiani desertificati dal declino industriale.

Il frastuono della fabbrica, che avvolge anche le case di Panzano, quartiere operaio costruito a inizio Novecento da Fincantieri, nasconde però problemi ancora irrisolti. Sinisa lavorava per un azienda dell'appalto, e proprio nell'indotto hanno radici le emergenze di Monfalcone. Tutto ha inizio a fine anni Novanta, quando Fincantieri accetta di non trasferire all'estero la produzione degli scafi, innescando però l'invasione di lavoratori dai Paesi asiatici e dall'est europeo. Insieme a questa delocalizzazione "al contrario", è progressivamente cresciuto negli anni il peso dell'appalto tanto che oggi in Friuli mentre i lavoratori diretti di Fincantieri sono 2500, quelli della filiera dell'indotto sono oltre 14mila.

Negli anni Settanta, per dire, i diretti erano 11mila. "Ormai l'80% di una nave lo fa l'appalto - racconta Thomas Casotto, segretario della Cgil di Gorizia -. Fincantieri ha smesso di investire su se stessa, ed il risultato è un depauperamento del ruolo tecnologico dell'azienda. Ma nell'indotto prolifera di tutto. A parte le aziende affidabili e serie, per il resto c'è evasione contributiva, scarsa sicurezza, sfruttamento dei lavoratori con paghe di appena 4 euro all'ora, società esterovestite... Gli imperativi sono la velocità delle consegne e il massimo ribasso. Inps e Inail facciano più ispezioni ". Gianpiero Turus, della Fim-Cisl di Monfalcone, rivela la reticenza dei lavoratori stranieri nel denunciare le irregolarità: "Non vengono al sindacato perché hanno paura di perdere il posto". L'accordo aziendale firmato la scorsa estate ha segnato passi in avanti sulla sicurezza del lavoro, e alla Fincantieri oltre a ricordare di non essere mai stati coinvolti in procedimenti giudiziari sul sistema degli appalti e di aver sottoscritto protocolli di legalità con ministero degli Interni e Prefetture, assicurano di "dedicare particolare attenzione al rispetto delle norme sul rapporto di lavoro nelle ditte terze". Certo, non deve essere agevole verificare nel minimo dettaglio l'attività di quasi 500 aziende dell'appalto e del sub-appalto: "Ma Fincantieri può e deve fare di più in questo senso", dice Casotto. Anche la sindaca di Monfalcone, la leghista Anna Cisint, figlia e nipote di "cantierini" di Panzano, va in pressing sull'azienda pubblica: "Chiedo responsabilità sociale a Fincantieri che dovrebbe ricorrere di meno all'appalto. Fino al 2006 i cantieri erano l'orgoglio del territorio, la sua grande risorsa economica. E' ora che l'azienda riapra le porte al mercato del lavoro locale, che torni a investire sulla professionalità. E anche la Regione faccia la sua parte, magari ridistribuendo le tasse che incassa per le navi prodotte qui: quei soldi potrei utilizzarli nell'istruzione e nella sanità, emergenze a Monfalcone anche per la presenza di tanti immigrati".

L'integrazione, appunto, che la Cisint, primo sindaco di centrodestra in questa storica roccaforte della sinistra, sta provando a governare stringendo il bullone del rispetto delle regole, ma senza estremismi e populismi. A Piazza della Repubblica, la sera, il vento trasporta il profumo delle spezie asiatiche che esce dalle cucine dei "bangla", come i monfalconesi chiamano le famiglie di immigrati dal Bangladesh. Al campetto dell'oratorio di San Michele giocano a calcio bambini e ragazzi asiatici, anche se quasi tutti parlano italiano. "Raccontano che Monfalcone ormai è una città straniera - ci dice il tassista - ma non è così. All'inizio era difficile, perché i 'banglà erano chiusi, non parlavano la nostra lingua...ma ora c'è più integrazione, soprattutto da parte dei giovani. Hanno cambiato anche il modo di vestire. E non è vero che noi monfalconesi ci siamo ritirati dalla città. A capodanno, alla festa di piazza, c'era tantissima gente. Di tutte le razze ".

Forse il tassista è un inguaribile ottimista, perché in realtà i problemi dell'integrazione ci sono e pesano. "Soprattutto i vecchi 'cantierinì si sentono espropriati - spiega Turus -. Erano orgogliosi del loro posto di lavoro, della casa a Panzano, dei circoli, del teatro, dello stadio costruito da Fincantieri...Ora c'è una grande lacerazione sociale. Ma è anche vero che molti giovani di qui preferiscono lavorare in un supermarket piuttosto che fare il saldatore in cantiere".



Eccolo, dunque, il laboratorio sociale di Monfalcone. L'esperimento di melting pot che la sinistra non ha saputo governare, perdendo al voto amministrativo senza colpo ferire e facendosi sfilare dall'opposizione anche la bandiera nella battaglia sulle morti da amianto: "Qui è il monfalconese a doversi integrare - dice la Cisint ironicamente -. Per questo mi batto contro le classi di soli scolari stranieri o per il rispetto delle regole sul decoro della città. Per me i residenti sono tutti uguali, da dovunque arrivino. L'importante è che ognuno rispetti la legge". Proprio sotto le finestre del sindaco, un negozio vende kebab. Due pensionati passeggiano, parlando con accento meridionale, forse sono immigrati degli anni Settanta. Di fronte, sopra il vano di una delle porte della chiesa di Sant'Ambrogio, un'epigrafe onora i "Gloriosi caduti della invitta armata" nella Grande Guerra. Il tempo e la storia, come sempre, metteranno ogni cosa al suo posto.
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