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lunedì 27 marzo 2017

La sinistra secondo Enrico Rossi

Quando Enrico Rossi ha annunciato la sua discesa in campo per contendere a Renzi il ruolo di segretario del Pd siamo stati in molti a chiederci in nome di quali valori e di quali programmi... (segue)


Quando Enrico Rossi ha annunciato la sua discesa in campo per contendere a Renzi il ruolo di segretario del Pd siamo stati in molti a chiederci in nome di quali valori e di quali programmi il Presidente della Regione Toscana entrasse nella competizione. Ma anche dopo la sua uscita dal Partito democratico insieme a Bersani e D’Alema, non abbiamo avuto risposte, salvo le dichiarazioni di volersi collocare più “a sinistra” di quanto finora praticato dal Pd.

Una sinistra che tuttavia non emerge nel dibattito e nelle esternazioni degli scissionisti e dei compagni critici ma rimasti nel partito; si parla infatti di possibili alleanze, di schieramenti, di opzioni sulla legislatura e sulla legge elettorale, di prese di distanza dai vari giudicati e pregiudicati. Con la conseguenza di fare sorgere il dubbio che più che una critica da sinistra della politica del Pd renziano, pesino i posizionamenti, i rapporti di potere e le carriere politiche dei vari protagonisti.

Tutt’al più, a essere benevoli, sembra che Rossi, quando parla di “sinistra” guardi all’Italia del passato, alle lotte operaie degli anni ’60 e 70 e non compia – lui come gli altri – il tentativo di comprendere come siano cambiate le condizioni del pianeta, l’economia mondiale e la società italiana; e quali siano le sfide che la sinistra deve affrontare nel mondo dei Trump e della destra di ritorno, con i suoi carichi di xenofobia e isolazionismo; in un mondo in cui la disoccupazione è diventata un fatto strutturale, ancor più nell’Italia che arranca dietro agli altri paesi europei. 

Basterebbe, invece di avere gli occhi puntati sul palazzo, prestare attenzione ai movimenti, ai comitati, alle associazioni, ai cittadini che hanno detto no nel referendum, per comprendere cosa significhi una politica di sinistra e all’altezza delle sfide.

Due discriminanti: da un punto di vista generale, una sinistra moderna non può che essere ambientalista; anzi “neoambientalista” – come ha più volte sostenuto Alberto Asor Rosa - intendendo con il prefisso “neo” che occorre superare le politiche che mirano alla mera sostenibilità delle risorse. Nell’opzione neoambientalista l’ambiente è non è un qualcosa cui contemperare le politiche di sviluppo, ma è esso stesso al centro di uno sviluppo qualitativamente diverso. In quest’ottica, paesaggio e ambiente non sono soggetti passivi, vincoli da rispettare, ma soggetti attivi di un’economia basata sull’intelligenza, la conoscenza, la ricerca, l’innovazione tecnologica.

Questa opzione comporta (è il secondo punto) che la scelta di sinistra implichi la rottura con il “cartello” delle grandi opere inutili. E’ ormai chiaro come, cambiando i governi - da Berlusconi a Renzi e Gentiloni con vari passaggi di mano - rimanga tuttavia saldo il partito delle grandi opere, l’unico che non teme la fuga degli iscritti; il partito che condizionando le politiche economiche, la distribuzione delle risorse finanziarie, il bilancio dello Stato, costituisce un potente freno allo sviluppo economico, oltre che causa delle crescenti diseguaglianze reddituali. 

Si tratta di un blocco che vede solidali politici, mediatori, lobbisti, grandi imprese di costruzioni e banche erogatrici di crediti garantiti dallo Stato; un cartello che alimenta la corruzione pervasiva del sistema politico e della casta, mentre allo stesso tempo è un macigno che ostacola la crescita, perché destina gran parte degli investimenti pubblici a settori ultra maturi e con una bassissima componente occupazionale, sottraendoli alle componenti innovative dell’economia, quelle che creano ricchezza immateriale e danno possibilità di lavoro qualificato ai giovani ora costretti a cercarlo all’estero - il flusso migratorio che più di ogni altro dovrebbe preoccupare i nostri ministri. 

E’ questa inversione di rotta ciò che chiedono, dal basso, i comitati, le associazioni, i cittadini. Invece, finora Rossi si è mosso esattamente nella stessa direzione del partito che ha abbandonato, sostenendo in Toscana le imprese più inutili, dannose e dispendiose, tra cui spicca il sottoattraversamento di Firenze da parte dell’alta velocità, il nuovo aeroporto, l’autostrada tirrenica, addirittura paragonata alla “strada dell’uomo” e opposta alla “strada dell’asino”, infelice citazione di Le Corbusier. Si obietta che Rossi finora non poteva fare altrimenti, perché condizionato dal partito di Renzi. Ma ora è libero, anzi, si è liberato. Ci attendiamo comportamenti conseguenti se vuole inaugurare una nuova politica di sinistra. A meno che, come non ci auguriamo, non sia tutto una questione di posizionamenti, carriere e rapporti di potere.

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