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Domani è troppo tardi per salvare il pianeta Terra. Lo affermano quindici mila scienziati di 184 paesi che hanno reiterato l'appello "World Scientist' Warning to Humanity"per fermare la distruzione del Pianeta, lanciato per la prima volta 25 anni fa. (l.s.)

scritta dai media

DAI MEDIA

mercoledì 8 marzo 2017

Eddytoriale n.172

Donna e città è l’argomento cui è dedicato anche quest'anno l’Eddytoriale dell’8 marzo. Ancora una volta non è scritto dal direttore di questo sito. Si apre con una poesia (di Luigia Rizzo Pagnin), che i frequentatori di questo sito già conosce, e che comunque ripubblichiamo qui sotto. E stata scritta quarant’anni fa. Abbiamo chiesto a Ella Baffoni (giornalista e scrittrice da sempre attenta commentatrice della condizione urbana) di commentare quel testo per aiutarci a capire come le cose fossero cambiate nei decenni. Baffoni  ha mandato la sua risposta. Vorremmo che il dibattito proseguisse. Scriveteci, non solo se siete donne. L’8 marzo, e la riflessione cui questa data ci sollecita tutti, dura tutto l’anno (e.s.) (segue)



qui il link alla poesia Donna e città di Luigia Rizzo Pagnin

UNA DONNA, LA CiTTÀ E NOI
di Ella Baffoni


 “La città delle donne” è il bel titolo di un mediocre film di Fellini, forse il meno riuscito. La “Repubblica delle donne” è invece il titolo di un bellissimo libro fotografico di Sebastiana Papa, viaggiatrice che ha cercato i luoghi in cui il monachesimo femminile si è costruito una regola e una qualità di vita particolare. Ma i monasteri, con tutto il loro fascino di un mondo a parte, restano alla periferia delle chiese e delle fedi di appartenenza.

Chi alla periferia della vita non intendeva stare è Luigia Rizzo Pagnin, poeta veneziana recentemente scomparsa. Le sue parole parlano di una città che le racchiude tutte, luogo di vita e mutamenti, di incontri e abbandoni. Una donna che ha scelto la sua parte, nella resistenza prima, nella militanza poi, e già negli anni '60 si arrovellava sulla via  da prendere: “All’indomani dei fatti d’Ungheria, / della rabbia dolente e lo stupore, / all’indomani del ventesimo / e del ventiduesimo, / credevo che ci saremo scontrati, / invece ci accarezziamo”. Debole la ricerca delle poche parole chiare che chiedevano i compagni operai. Non ci furono quelle parole, spesso è mancato il coraggio.

Femminista da sempre, a volte in contrasto con l'ondata della “differenza”, del movimento degli anni '70, del separatismo, il femminismo le offre un suo sentiero: “La crisi politica della sinistra, originata dalla tragedia dei paesi dell’est, aveva oscurato valori e convincimenti. Che cosa restava di noi? Qualcosa di indomito nonostante tutto, di radicato: una volontà di vivere, di andare avanti, di cambiare; in altre parole, di fare il Socialismo, ma questa volta partendo da noi, partendo dall’uomo che poi per me sarà la donna, la mia coscienza di donna”.

Così Luigia Rizzo Pagnin guarda la città. C'è una città delle donne? E' giusto ci sia? No, la città è di tutti, ma anche mia. Città è parola femminile, dà rifugio e ostello, è il luogo della relazione, della piazza, dell'incontro, della solidarietà, del bene comune. Il luogo dove si cresce, si cade, ci si rialza. E', o meglio dovrebbe essere.

Ma una città solo femminile? No, non va. Certo, i tempi della città non sono per le donne. Per le bambine, le mamme, le nonne, le operaie, le impiegate. Si corre sempre, si tamponano i bisogni, l'assistenza a una suocera invecchiata troppo, i bambini da accompagnare, i malati da curare. Perché, diciamolo, è alle donne che spesso toccano questi compiti, che abbiano o no lavoro, o l'organizzazione di questi compiti. E la città, aiuta?

Sono questioni periferiche, trattate per una breve stagione da assessorati appositi e prestissimo dimenticate, nonostante studi e riflessioni egregie. Spesso brutte, le periferie sono lontane. Chi ci vive spesso non ci lavora e deve muoversi, bruciare tempo.  La periferia non interessa il cuore del potere, asserragliato al centro. Eppure è in periferia che la maggioranza vive, lotta, lavora. E' qui che c'è la carne viva, il sangue e la merda. E' qui che le donne pregano, imprecano, si sprecano. Ma è qui, anche, che nascono le relazioni e le lotte.

Sì, c'è tanta indifferenza, è vero. Ma a volte, invece, l'empatia produce incontro, aiuto, nuove idee. E allora la periferia non è più al margine dell'impero, ne è il cuore futuro: guardatela, è lì. Dalle relazioni tra donne è nato il femminismo negli anni '70, una scia lunga fino a oggi, che carsicamente ha portato nuovi diritti,  nuovi bisogni, nuove culture. La lotta all'inquinamento, in nome dei bambini e dei vecchi. La lotta al consumo di suolo, in nome del verde, degli alberi e delle stagioni. La lotta per scuole  d'avanguardia e nidi e biblioteche. La lotta per il diritto alla salute, quello vero: consultori, centri antiviolenza, ospedali efficienti, assistenza domiciliare. La lotta per una cultura ampia, che includa e vada a fondo, che attraversi i generi e le categorie, che sappia farsi koiné. Costruendo percorsi, attraversamenti, sogni che diventino pietra e comunismo, asfalto e diritti.

Scrive Luigia: “Perché tu sei nel tempo / destinata a finire / il tuo cemento, / a fiorire la tua maternità, / città di tutti e mia, / città! Che l'architetto / fa di vetro / e noi di sangue”.

Qui c'è verità. Inutile rivendicare primazie sul maschile. Quel che conta è il cambiamento, la crescita, l'aprirsi di possibilità. Non l'8 marzo, enclave dedicato e poi rapidamente dimenticato.  Per mutare il proprio destino di sottomesse/i  bisogna lottare tutti i giorni. Insieme rifondando la politica  del futuro.
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