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venerdì 24 marzo 2017

È l’immigrazione a salvare la spesa pubblica degli stati

«Con quale coraggio si celebra l’anniversario di un’Europa ideale proprio quando gli stati membri dell’Unione e le istituzioni comunitarie attuano programmi che contraddicono i più elementari diritti di chi fugge da guerre, conflitti etnici, povertà estrema?». il manifesto, 24 marzo 2017 (c.m.c.)


Da tempo è palese la doppiezza politica dell’Unione europea sull’immigrazione. Da un lato è la stessa Commissione a scrivere nei suoi documenti (ad esempio Population Structure and Ageing, 2016) che a causa dell’invecchiamento della popolazione si sta determinando uno squilibrio sempre più insostenibile tra le persone in età lavorativa e quelle che hanno superato i 65 anni. Dall’altro si occulta il fatto che solo consistenti flussi migratori possono correggere tale squilibrio ed evitare le sue pesanti ricadute sulla spesa pubblica degli stati membri.

I dati evidenziati dalla Commissione sono eloquenti. Se agli anziani, sempre più numerosi, si aggiunge il numero, sia pure in calo, di bambini e ragazzi al disotto di 15 anni, il risultato è che ad oggi nei paesi dell’Unione ci sono solo meno di due persone in età lavorativa che devono supportare le spese d’istruzione, sanità, pensioni, oltre alle altre spese generali dello stato per ogni persona anziana o molto giovane. Nei prossimi anni la situazione è destinata ad aggravarsi giacché la dipendenza dei giovanissimi e soprattutto degli anziani graverà su una persona e mezza in età lavorativa (1,57 nel 2030). E ciò solo in termini fiscali.

Ancor più importante è il deficit in termini di Pil. La sproporzione crescente tra la popolazione complessiva e quella in età lavorativa (anche a non tener conto del tasso di disoccupazione, dei sottoccupati e inattivi) non promette nulla di buono. Infatti le proiezioni economiche e di bilancio della Commissione prevedono una crescita media del Pil dell’1,1% fino al 2020 e dell’1,4% nei decenni successivi (nell’Ue a 28, ora 27). I valori sono ancora più bassi per l’Ue a 15. Il che significa una perdurante stagnazione.

Stando così le cose, la prima conseguenza negativa è che per garantire gli attuali livelli di spese sociali non basta continuare a tagliare in nome di un “rigore” dalle cui strette si vuol uscire solo a parole. Come non bastano i vani e inutili propositi di riduzione della spesa pubblica complessiva.

Per modificare questi squilibri occorrerebbe una rapida crescita della popolazione in età lavorativa dell’ordine di decine di milioni in pochi anni. Il che sarebbe possibile solo mettendo in atto politiche di accoglienza e rapida regolarizzazione di immigrati decine di volte più numerosi di quelli che bussano attualmente alle nostre porte.

Ovviamente, ciò richiederebbe una decisa inversione di tendenza anche in politiche economiche capaci di promuovere un effettivo ampliamento delle basi produttive e del lavoro. Ma pure su questo piano bisognerebbe che gli slogan conclamati non fossero contraddetti dalle pratiche effettivamente adottate.Ed è proprio questa la contraddizione da cui emerge la doppiezza politica dell’Unione europea e dei paesi membri. Non v’è alcuna intenzione di riformare il sistema economico e innovare le politiche sociali.

Si preferisce far credere che sia possibile ed utile fermare i flussi migratori e ignorare la funzione riequilibratrice che essi avrebbero in termini demografici, economici e socio-culturali.

Anche chi pretende di distinguersi dalle politiche di partiti e governi apertamente nazionalisti e xenofobi poi elabora e sottoscrive programmi che pretendono di rispedire i migranti nei paesi dai quali fuggono. E sono disposti a stringere patti con governi spesso corresponsabili delle condizioni di conflitto e di miseria dai quali uomini, donne e bambini cercano scampo a costo di subire sofferenze e violenze d’ogni genere fino al rischio di morire.

Con quale coraggio si celebra l’anniversario di un’Europa ideale proprio quando gli stati membri dell’Unione e le istituzioni comunitarie attuano programmi che contraddicono i più elementari diritti di chi fugge da guerre, conflitti etnici, povertà estrema? Si finge di distinguere tra migranti che avrebbero diritto di accoglienza – salvo poi contingentarne il numero e richiuderli in campi di ritenzione in attesa di pochi permessi e molto probabili rimpatri – e i cosiddetti “irregolari”. Si tenta così di giustificare la negazione di qualsiasi accesso a chi cerca solo di sfuggire alla fame ed invoca l’elementare diritto di costruirsi una vita migliore.

Ma non basta. Non si esita ad alimentare sentimenti di paura ed ostilità nelle popolazioni dei paesi meta dei migranti del tutto strumentalmente, a fini di controllo e disciplinamento sociale o addirittura di mero calcolo elettorale. Tutto ciò non merita alcun sventolio di bandiere.
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