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Il provocatorio progetto di uno studio messicano per un muro “molto bello” e di colore rosa intenso che piacerebbe a Trump. Gli americani potrebbero contemplare dall’alto il Messico con “gorgeous perversity”. Estudio 3.14 di Guadalajara: Progetto “Prison Wall” (m.c.g.)

scritta dai media

DAI MEDIA

domenica 12 marzo 2017

Orrore umano


Due articoli di Alfredo Marsala sul delitto di Palermo e un commento di Alessandro Dal Lago sulle recenti cronache dall'Italia. il manifesto, 12 marzo 2017



BRUCIATO IN STRADA
PER GELOSIA:
COSÌ È STATO UCCISO MARCELLO

di Alfredo Marsala

«Palermo. La vittima è un senzatetto di 45 anni. L’assassino, un benzinaio, ha confessato. La scena, ripresa da una telecamera ha fatto il giro del web. Proclamato il lutto cittadino»

Stava dormendo nel giaciglio che come ogni sera sistemava sotto il portico della mensa all’interno della missione dei cappuccini; un paio di coperte, qualche roba usata e nulla di più, quel che a Marcello Cimino, 45 anni, rimaneva d’una vita che gli aveva voltato le spalle, finendo a vivere per strada tra stenti, espedienti e sofferenza. È notte. Il cancello della missione di San Francesco, gestito dai frati cappuccini, è semi-aperto per consentire ai volontari di portare cibo e coperte ai senzatetto che si rifugiano in questo luogo di solitudine. La strada, un budello tra due alte mura, è a pochi metri dal cimitero dove si trovano le catacombe, attrazione giornaliera per decine di turisti.

Un uomo con un giubbotto scuro e un passamontagna calato sul volto si avvicina con un secchio bianco in mano al giaciglio, dove dorme Marcello. A meno di un metro, l’uomo nero svuota il secchio pieno di benzina addosso al clochard; da sotto le coperte si scorge un sussulto, Marcello alza il capo; l’uomo nero fa tre passi indietro in modo repentino: dalla tasca estrae un accendino e salta addosso alla sua vittima, dandogli fuoco.

Si sviluppa una fiammata, l’uomo nero indietreggia di botto, fa un gesto per spegnere le fiamme che gli stanno bruciando i pantaloni e fugge.

Il frame del film dell’orrore è ripreso da una telecamera di videosorveglianza. Mentre il corpo carbonizzato del povero Marcello giace ancora tra i resti bruciati delle coperte e le mura annerite del portico, la scena atroce di un delitto efferato fanno il giro del web. Sotto quel passamontagna si cela un movente sconcertate: la gelosia. L’assassino ha ucciso in quel modo, scuotendo le coscienze di quanti hanno avuto un brivido nel guardare quelle immagini impressionanti, per motivi passionali.

A risolvere il giallo è stata la polizia. Proprio grazie a quel video, sul quale la Procura di Palermo ha aperto un’inchiesta per violazione del segreto istruttorio e favoreggiamento, gli investigatori della squadra mobile sono riusciti a risalire a un sospettato che dopo tre ore di interrogatorio è crollato.

«Sì, l’ho ucciso io», ha confessato Giuseppe Pecoraro. L’assassino è un benzinaio, 45 anni. Ha agito accecato dal sospetto che la sua donna avesse una relazione con la sua vittima. «Pensava che Cimino gli insidiasse la moglie», riferisce il capo della squadra mobile Rodolfo Ruperti mentre l’uomo viene portato in carcere con l’accusa di omicidio volontario.

Tra i due c’era stata una lite qualche giorno prima, nella piazza vicina alla missione; lì si trovano una rivendita di frutta e verdura e nelle vicinanze un distributore di carburante. Gli agenti, che erano già sulle tracce dell’omicida dopo avere interrogato alcune persone del luogo, non lo hanno trovato in casa ma per strada, con la barba fatta e con alcune bruciature sulla mano e in altre parti del corpo che cercava di nascondere. L’uomo ha tentato di giustificarsi dicendo di essersi bruciato «con la macchinetta del caffè». Ma poi è crollato.

La confessione arriva dopo una lunga giornata di sgomento cominciata nella notte, quando i vigili del fuoco, allertati per un incendio, hanno scoperto il corpo carbonizzato del senzatetto.

Cimino viveva in strada dopo che tre anni fa si era separato dalla moglie, l’ultima volta le sue due figlie l’avevano visto per i funerali di una parente. Monsignor Corrado Lorefice, arcivescovo di Palermo, esprime con parole nette lo stato d’animo dei tanti che sono rimasti storditi da quelle immagini orribili: «È terribile, perché se un uomo è capace di fare un gesto di questo genere vuol dire che il cuore realmente sta diventando di pietra, un cuore che si indurisce, che perde se stesso, che perde la propria identità: su questo io non posso che esprimere la mia indignazione». Guardando quel video, insiste l’arcivescovo, «è impensabile che un uomo sia capace di fare un gesto così efferato. Noi tutti siamo sempre di più interpellati a ripensare alla nostra vita in altri termini, a ripensarla dai più fragili».

Il sindaco Leoluca Orlando ha fatto esporre le bandiere a mezz’asta sui balconi del Palazzo comunale, invitando i cittadini a partecipare con un gesto di ribellione pacifica e silenziosa. In ricordo di Marcello questa sera si terrà una fiaccolata con il corteo che si muoverà da piazza Cappuccini fino a raggiungere la missione San Francesco, dove è avvenuto l’omicidio.
Cristina Avonto, presidente della federazione italiana organismi per le persone senza dimora (fio.psd) spiega che «nessuno sceglie di vivere per strada, si arriva in questa situazione perché non ci si può più permettere una casa, non ci si riesce più a mantenere, perché si vive un momento di difficoltà e non si trova più una via d’uscita da questa condizione». In Italia, ricorda l’associazione, sono più di 50 mila le persone che vivono per strada; 2.800 a Palermo, circa 4 mila in Sicilia.

MARCELLO, UNA VITA SULLA STRADA
DOPO AVER PERSO TUTTO
di Alfredo Marsala

«Il rogo di Palermo. Il divorzio e la disoccupazione, la scelta di vivere da clochard: la vittima era però ancora molto amata dai suoi familiari che adesso chiedono giustizia»

Aveva perso tutto Marcello Cimino: aveva perso sua moglie dalla quale si era separato tre anni anni fa, aveva perso le sue figlie che comunque continuava a sentire, aveva perso il lavoro, pensava di avere perso la sua dignità di uomo. Il mondo gli era crollato addosso.
Prima di farsi risucchiare dalla strada, aveva provato a lasciarsi alle spalle il fallimento del suo matrimonio, tornando in casa della madre dopo la separazione dalla moglie. Lì era cresciuto con altri sei fratelli, ma ormai si sentiva profondamente sconfitto.
Non riusciva a trovare un lavoro per potersi pagare un affitto, il mestiere di fontaniere apparteneva a un passato per lui doloroso, fatto di estrema fatica e frustrazione per quei lavoretti in nero che non bastavano a sfamare la sua famiglia. Così, come racconta la sorella Patrizia, Marcello aveva deciso di mollare. E farsi travolgere dalla strada.
L’ultima volta le sue figlie l’avevano visto due mesi fa, al funerale di una sorella del padre. I suoi fratelli avevano tentato di convincerlo ad abbandonare la strada, ma Marcello non aveva più sogni né speranza. Viveva di espedienti da un anno e mezzo. Alcuni volontari della Caritas raccontano che per qualche mese aveva scelto come dimora la stazione centrale, in un angolo sistemava le sue coperte e lì trascorreva le sue notti.
Da quando aveva lasciato casa, per guadagnare qualcosa andava il sabato e la domenica al mercato abusivo dell’Albergheria, vicino alla chiesa di San Saverio. Per fare questo trascorreva tutta la settimana a raccogliere oggetti e roba usata nei cassonetti della spazzatura per poi provare a rivenderli. S’era poi trasferito nella missione dei Cappuccini sistemando il suo giaciglio sotto il portico della mensa, dove dormiva ogni sera. «So poco della sua vita, di giorno ognuno andava per la propria strada, è sempre stato un tipo tranquillo che si faceva gli affari suoi», racconta Fabio, 30 anni, anche lui senza fissa dimora.
La rabbia di una delle due figlie di Marcello è incontenibile: «L’assassino deve fare la stessa fine di mio padre», dice mentre con l’altra sorella e la madre porta un mazzo di fiori sul luogo dai muri anneriti dove è stato ucciso il padre. Una frase che ripete anche Patrizia, svegliata dalla polizia. «Chi ha fatto un gesto del genere non è un umano e spero patisca quanto ha sofferto Marcello. Era una persona mite che non faceva del male a nessuno», racconta; mentre Jolanda, l’ex moglie, l’ascolta e aggiunge: «Era un uomo perbene. L’assassino ha tolto un padre alle nostre due figlie».
Una delle clochard che spartisce con tanti altri quei pochi metri di porticato, ricorda con tenerezza Marcello: «Mi salutava sempre, mi dava un bacino. Non da tutti quelli che vengono qui mi faccio dare un bacino, ma Marcello si vedeva che era una brava persona». E commossa aggiunge: «Non si fanno queste cose. Non è umano»

UN GESTO DI ORRORE QUOTIDIANO
di Alessandro Dal Lago

«Dalle Rom imprigionate a Follonica alle aggressioni sempre più frequenti contro i clochard c'è un unico filo rosso: ci stiamo lentamente abituando agli atti di violenza contro chi è diverso da noi»

Non sappiamo se il senzatetto di Palermo sia stato bruciato per una ritorsione dopo un alterco o per una vendetta privata o puro e semplice odio verso i marginali. Ma sta di fatto che episodi simili non sono infrequenti. Basta fare una rapida ricerca in rete e balzano agli occhi i delitti contro gli ultimi, senzatetto, immigrati o entrambi, fatti che suscitano un’indignazione di maniera di qualche giorno e poi finiscono nell’oblio.

È successo qualche tempo fa a Conegliano e ancora prima a Nettuno. Nove anni fa, a Rimini, quattro adolescenti bruciarono una panchina in cui dormiva un senzatetto, il quale si salvò per miracolo. Presi, furono condannati a pochi anni di prigione e a risarcire la vittima con alcune decine di migliaia di Euro. Poi, si è saputo che l’avvocatessa del senzatetto, nominata amministratrice delle sue sostanze, gliele ha sottratte per soddisfare il proprio bisogno di lusso, poverina. Ai domiciliari, ha patteggiato due anni con la condizionale. Se si va in rete, si possono leggere i post e i commenti dei suoi amici avvocati. Ma perché arrestarla, è una brava madre, ha due figli piccoli…

Cercare di bruciare un senzatetto o pestarlo a sangue, gettare molotov contro un campo Rom o un dormitorio di migranti, aggredire insomma chi non è considerato uno normale, ma un insetto o un disturbo da eliminare, è tipico di un certo neo-nazismo. Talvolta è una bravata di ragazzi che poi, inevitabilmente, si pentono e piagnucolano sui pochi mesi di prigione che li attendono. Gesti pre-politici, li si potrebbe definire, se non fossero anche effetto di un coro generalizzato contro Rom, profughi, rovistatori di cassonetti, vagabondi, poveracci di ogni provenienza. Se una parte consistente dell’opinione pubblica trasforma queste vittime in responsabili del «degrado», e cioè colpevoli, non c’è da meravigliarsi se i più scalmanati tentino di trasformare le parole in fatti.

Prendete il caso delle donne Rom di Follonica, rinchiuse da due addetti di un supermercato nella gabbia dei rifiuti. Salvini offre solidarietà e sostegno legale ai due responsabili. Era solo uno scherzo, come no. E ora lo scherzo finisce in un corteo di Carnevale. Una donna si maschera da «Rom in gabbia» e un uomo da dipendente del supermercato, dicono le cronache. Commento della sindaca leghista di Cecina: «Maschera di carnevale ieri a Cascina! A me fa ridere!!! A carnevale ogni scherzo vale! Se siete tristi e di sinistra, peggio per voi!».

Ma non è la sola ad avere un singolare senso dell’umorismo. Salta fuori l’avvocato dei due mattacchioni di Follonica e sostiene che nel video non c’è una sola parola di razzismo e che comunque dovrebbe essere ritirato dalla rete perché era destinato a un gruppo chiuso. I due hanno rinchiuso le Rom tra i rifiuti e poi le hanno filmate per far divertire gli amici. Dove sarà mai il reato, dove sarà mai lo scandalo?

L’assassino di Palermo, quali che siano state le sue motivazioni, non si è curato della telecamera di sorveglianza del sito. Può essere stupidità, certo. Ma può anche essere la convinzione che il suo gesto non sia così impopolare. Un paio d’anni fa, ci fu un attentato contro un campo Rom a Padova. Ed ecco uno dei commenti online: «Dopo tante brutte notizie finalmente una notizia che trova il consenso dei lettori».

E così, di scherzo in scherzo, di aggressione in aggressione, di rogo in rogo, l’orrore diventa quotidiano, abituale e quindi accettabile. Significa che una linea è stata tracciata tra il mondo del "noi" e quegli altri che non esistono, non sono esseri umani e quindi si possono esseri umani e quindi si possono irridere, sequestrare e al limite cospargere di benzina.
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