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venerdì 31 marzo 2017

Alatri, se un piccolo paese si fa metropoli

«Vite da scarto come chiamava Bauman queste figure invisibili prodotte dalla barbarie neoliberista e dalla sua ideologia della totale libertà senza limiti». il manifesto, 31 marzo 2017 (c.m.c.)

Cosa c’è di così drammaticamente ripugnante nell’assassinio del ragazzo ventenne di Alatri davanti una discoteca? Questa volta non si tratta dell’ennesimo caso di femminicidio cui la cronaca nera ci ha (ahimé!) «abituati».

La vittima è un uomo, anzi un poco più di adolescente che ha avuto il torto (se così si può chiamare) di reagire a qualche strattone, a qualche sopruso davanti (la motivazione originaria non è ancora chiara) il bancone del bar della discoteca, mentre era in compagnia della sua ragazza.

La disputa o l’offesa che sia, sarebbe dovuta concludersi al più con qualche spintonata e invece c’è stato il morto, per di più massacrato da un branco (così si chiama oggi a dimostrazione del deficit di umanità) di altri giovani ragazzi. L’indignazione è scontata, come l’annunciata fiaccolata; lo è meno l’omertà dei cittadini (almeno sul primo momento), o il desiderio di vendetta. È facile indignarsi, chiedere che vengano inflitte pene esemplari ai mascalzoni di turno, ancorché noti teppisti in libera circolazione considerata la precedente condanna di uno di loro.

Più difficile è capire da quale immensa frustrazione è scaturita quella rabbia cieca e assassina. Deve essere stata, per quei ragazzi del branco, una giornata «eroica», l’eroismo dell’indecenza: «gliel’ha abbiamo fatta pagare a quello; adesso il paese sa chi siamo!»
Il branco ha avuto il suo giorno di gloria che ha riscattato serate e serate di «sbatti il muretto», di canne, di alcol, di noia, come capita di vedere, di venerdì e sabato notte, passando veloci in auto per le grandi città: capannelli di ragazzi davanti ai bar, centinaia quasi, col bicchiere in mano a parlare, di che? Ecco il punto! Non ne sappiamo niente (ma non per questo vogliamo assolvere i violenti addossando le colpe alla società). Ma questa violenza diffusa, fattasi molecolare, ci interroga al di là del drammatico episodio di cronaca nera.

Non sappiamo come ragiona una persona giovane che non trova lavoro; non sappiamo cosa passa per la testa di un ragazzo cui è stato rubato il futuro e per quanto si darà da fare, non troverà mai un lavoro decente, avrà difficoltà a formare una famiglia e gli sarà negato anche il desiderare di fare figli.

Noi non lo sappiamo, perché le nostre raffinate analisi politiche non raggiungono questo mondo di disperazione, di totale deprivazione di tutto, perfino dei desideri. E così è caccia all’albanese di turno, o, come in questo caso, allo sventurato bravo ragazzo che ha protestato al bar per quello che riteneva uno sgarbo, e che ancora pensava di far valere le sue ragioni e non mostrarsi codardo davanti alla sua giovane compagna (e almeno questa volta non sarebbe questione di possesso, semmai di antica galanteria maschile).

C’è qualcosa di più profondo che non una semplice manifestazione della «peggio gioventù», che chiama in causa noi adulti. Che cosa passa per la testa di ragazzi che hanno rinunciato a studiare e a trovare lavoro? Il Sig. Poletti ha fatto la sua analisi politica da gran sindacalista che è stato: andassero a giocare a calcetto o a cercare lavoro all’estero. O si massacrassero tra loro questi inutili giovani cui nessuno desta attenzione: vite da scarto come chiamava Bauman queste figure invisibili prodotte dalla barbarie neoliberista e dalla sua ideologia della totale libertà senza limiti. Come quella di massacrare per gioco, o per vincere la noia, o per esibire un trofeo, una giovane vita appena ventenne.

Noi non abbiamo la più pallida idea di come si possa pensare e agire in una simile disperazione fatta ancora più cieca da una mancanza di cultura che possa fornire almeno qualche protezione dallo scatto di ferocia. Perché queste vite precarie sono anche afone, incapaci di esprimere il loro dolore, le loro sofferenze, i loro sentimenti. Ci stiamo abituando a tutto in questa epoca di grande realismo: è reale vedere mogli, amanti e compagne sgozzate da compagni gelosi e invidiosi, è reale contare, ogni giorno – spietata statistica -, le vittime di quei disperati che attraversano il Mediterraneo. E reale vuol dire normale: tutto ciò che accade è reale e tutto ciò che è reale è anche normale.

Sembra che il sindaco di Alatri abbia dichiarato alla televisione di non sapere dell’esistenza di quel locale nel suo paese; un paese di 29.000 abitanti, mica una metropoli. Anche questo è normale: che un sindaco di un piccolo comune ignori l’esistenza di una discoteca nella sua comunità.

Ma è poi una comunità questa? Perché se la tragedia arriva anche in questi piccoli paesi dove pensavamo che lo spirito di vicinato, quello di comunità, li mettesse al riparo dalla violenza della grande città, luoghi dove queste cose non sarebbero potute mai accadere, allora c’è qualcosa che non va nel clima del Paese fattosi incattivito, imbarbarito. E una fiaccolata non basta a dare risposta, tantomeno un desiderio collettivo di vendetta.
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