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Domani è troppo tardi per salvare il pianeta Terra. Lo affermano quindici mila scienziati di 184 paesi che hanno reiterato l'appello "World Scientist' Warning to Humanity"per fermare la distruzione del Pianeta, lanciato per la prima volta 25 anni fa. (l.s.)

scritta dai media

DAI MEDIA

martedì 7 marzo 2017

8 marzo, non una di meno

«Se delle nostre vite si può disporre (fino a provocarne la morte) perché ritenute di poco valore, vi sfidiamo a vivere, produrre, organizzare le vostre vite senza di noi».Articoli di Geraldina Colotti, Lea Melandri, Alberto Leiss. il manifesto. 7 marzo 2017 (c.m.c.)





LAVORO SALUTE DIRITTI 
LE MATRIOSKE IN NERO E FUCSIA ALL'ATTACCO. 
di  Geraldina Colotti

Matrioske in nero e fucsia mobilitate in tutta Italia per lo sciopero globale. Ieri, a Roma e nel Lazio, tre le iniziative di avvicinamento all’8 marzo, giornata dell’astensione globale da ogni attività produttiva e riproduttiva indetta dal movimento Non una di meno. Le matrioske si sono fatte sentire davanti all’ospedale Grassi di Ostia, al Policlinico di Tor Vergata e al Policlinico Umberto I. Tre momenti coordinati per evidenziare il nesso tra salute, lavoro, autodeterminazione femminile e formazione di genere. Con l’hashtag #saluteliberatutte.

«Acqualuce deve riaprire. Zingaretti, che aspetti?» hanno gridato le donne davanti al Grassi di Ostia. Un’iniziativa contro la violenza ostetrica. «Questa era l’unica casa di maternità pubblica, è stata unaugurata l’8 marzo del 2009, ma è rimasta chiusa – spiega al manifesto Mirta, di Freedom-Non una di meno -. Nonostante gli impegni presi dai presidenti della Regione Lazio, prima Polverini poi Zingaretti, non sono mai state assunte ostetriche. In tutta evidenza, il diritto alla salute è garantito dal diritto al lavoro. Abbiamo organizzato un piccolo corteo interno, ricevendo l’appoggio degli operatori. Le donne devono poter scegliere il parto in casa maternità, assistito da ostetriche. Le principali evidenze scientifiche dicono sia una scelta sicura che produce migliori risultati di salute per la donna e per la persona che nasce». Tantopiù che la sentenza Ternovsky della Corte europea dei diritti umani, del 2011, «impone agli Stati membri di garantire la libertà di scelta delle donne rispetto al luogo del parto».

Punti rivendicati dal Tavolo Salute e Autodeterminazione, uno degli 8 discussi dal movimento in due grosse assemblee nazionali. Il nesso salute-lavoro è emerso anche dall’iniziativa che si è svolta davanti al Policlinico di Tor Vergata, «con una duplice richiesta – spiega Simona -: l’apertura di un reparto di ginecologia e maternità, e l’assunzione di solo personale laico negli ospedali pubblici. Questo garantisce sia i diritti che il lavoro per tante persone formate che però sono disoccupate o precarizzate dalla sanità nazionale e regionale. La risposta alla violenza è l’autonomia delle donne».

Al policlinico Umberto I, le donne della rete Io decido – lavoratrici e studentesse della Sapienza – hanno distribuito volantini e sono state ricevute dal Direttore generale. «È inconcepibile – spiega Ambra, di Io decido – che in una università come La Sapienza non vi siano sportelli antiviolenza e consultori autogestiti. E che a Roma vi sia una percentuale sempre più alta di obiettori di coscienza nelle strutture pubbliche. Al Policlinico Umberto I, la questione principale è il Repartino che funziona al minimo per mancanza di personale non obiettore. E conserva una parziale attività solo per la protesta degli scorsi anni agita dalla rete Io Decido».

Le studentesse hanno organizzato la settimana «Sui generis», lezioni universitarie autogestite che sono state riprese anche dai ragazzi, presenti ieri all’iniziativa con i cartelli per il pieno accesso alla Ru486 e all’aborto libero, sicuro e gratuito. Lezioni «su concetti base dello sciopero dall’attività riproduttiva, che non significa l’astensione dal sesso, ma dal lavoro di cura, da quello domestico».

Dalla gran Bretagna, Payday/ Refusing to Kill – una «rete internazionale multirazziale di uomini etero e queer, compresi i trans, che lavora con lo Sciopero globale delle donne» – ha invitato gli uomini ad appoggiare lo sciopero dell’8 marzo, le campagne e la resistenza delle donne. Intanto, i paesi che aderiscono, dai cinque continenti, sono già 48. Dalla Colombia, hanno comunicato la propria partecipazione anche le guerrigliere delle Farc, impegnate in un difficile processo di smobilitazione. Insieme in tutto il mondo – dicono – «per costruire alternative all’attuale crisi capitalistica coloniale, che approfondisce le violenze patriarcali evidenziati dagli tassi di femminicidi in America latina e nel mondo, dalle espulsioni forzate, dalle guerre, dalle morti per gli aborti insicuri, dalla subordinazione e discriminazione delle donne nella partecipazione politica».

Anche le donne curde hanno inviato un comunicato di adesione intitolato «Facciamo del Ventunesimo Secolo il Secolo della Liberazione delle Donne» e firmato Jin Jiyan Azadî – Donne Vita Libertà. «Il nostro secolo – scrivono – può diventare il secolo nel quale la liberazione delle donne si realizza. Il sistema mondiale patriarcale e capitalistico attraversa una profonda crisi strutturale. Dobbiamo sfruttare queste storiche opportunità». Scrivono le femministe dal Venezuela: «Di fronte all’attacco patriarcale e neoconservatore nella regione e nel mondo, il movimento delle donne indica un’alternativa globale per tutti i popoli».

Secondo dati del Censis e dell’Ocse, l’Italia è la peggio piazzata in Europa per superare le differenze di genere. Gli uomini italiani dedicano in media solo 100 minuti al giorno per aiutare le donne nei lavori domestici: appena un po’ di più dei turchi, dei portoghesi e dei messicani… Le donne percepiscono salari inferiori agli uomini sia nel settore privato (meno 19,6%) che nel pubblico (meno 3,7%). Nel 2016, l’Italia è risultata all’ultimo posto in Europa per occupazione femminile tra i 15 e i 64 anni (prima la Svezia e ultima la Grecia). Per assolvere ai loro molteplici compiti, le donne accettano più degli uomini il part time involontario (60,3%, Italia terza dopo Grecia e Cipro).

Non una di meno ha come obiettivo quello di stendere un Piano femminista nazionale contro la violenza di genere che abbracci tutti temi che la sottendono ed eviti «ogni intervento di tipo repressivo ed emergenziale». Scioperiamo – dicono – «per un reddito di autodeterminazione, per resistere al ricatto della precarietà, per un salario minimo europeo, perché nessuna donna, spesso migrante, sia messa al lavoro nelle case in cambio di sotto-salari e assenza di tutele». Libere di scegliere, pronte a reagire. È la consegna per l’8 marzo alle 10 presso la Regione Lazio, a Garbatella. In piazza per la Salute, l’Autodeterminazione e il Lavoro. Poi, alle 17, tutte al corteo al Colosseo.


NON UNA DI MENO RINNOVA 
LA NOSTRA RIVOLUZIONE 
di Lea Melandri

«Data la giovane età, della storia del femminismo le nuove generazioni conoscono poco, ma sanno che da quella radice vengono le loro consapevolezze, la libertà e la forza collettiva che le ha fatte incontrare in tante e così inaspettatamente


Nel corso del mio lungo impegno nel movimento delle donne ho visto molte manifestazioni di piazza, le ho attese a lungo, vi ho preso parte con entusiasmo e ho sperato ogni volta che potessero avere continuità. Di quella che sta per invadere le città, da noi come in altri paesi del mondo – Non Una di Meno – dirò che cosa ha di particolare rispetto alle precedenti, e perché la considero una ripresa della rivoluzione culturale, o di quel salto della coscienza storica, che è stato il femminismo degli anni Settanta.

Allora come oggi si è trattato di un movimento internazionale: una generazione giovane che compariva, “soggetto imprevisto” sulla scena pubblica, abbandonando la “questione femminile” – lo svantaggio delle donne, la loro cittadinanza incompiuta, ecc. – per un’analisi del rapporto di potere tra i sessi, le problematiche del corpo, sessualità,maternità, aborto, considerate “non politiche”, per interrogare l’ordine esistente nella sua complessità. Negli slogan “il personale è politico”, “modificazione di sé e del mondo”, c’era la sfida, la protesta estrema di una inedita cultura femminista che – come scrisse Rossana Rossanda – si poneva «come antagonista, negatrice della cultura altra»: «Non la completa, la mette in causa».

Le esigenze radicali, che allora si rivelarono impossibili per ostacoli esterni ed interni al femminismo stesso, ricompaiono oggi, come spesso accade, in una situazione mutata e nel protagonismo di una generazione che, a differenza della nostra, non è “contro” le donne che l’hanno preceduta e in qualche modo fatta crescere.

Nei report usciti dalle affollatissime assemblee bolognesi del 4/5 febbraio, il richiamo al femminismo, alle sue pratiche e all’autonomia con cui ha dato vita ad associazioni, consultori, centri antiviolenza, interventi formativi nelle scuole, è ricorrente. Sia per quanto riguarda i media e la necessità di un «osservatorio indipendente», sia in riferimento ai consultori autogestiti nati nella prima metà degli anni Settanta per iniziativa dei gruppi di Medicina della donne e poi istituzionalizzati nel 1975. Con il timore che la stessa sorte possa toccare ai centri antiviolenza: «…i consultori devono tornare a essere aperti e accoglienti, liberi e gratuiti, diffusi nel territorio….Vogliamo vivere i consultori come luoghi di aggregazione e centri culturali (…) capaci di accogliere e riconoscere le molteplici identità di genere che un individuo può sperimentare …».

Data la giovane età, della storia del femminismo le nuove generazioni conoscono poco, ma sanno che da quella radice vengono le loro consapevolezze, la libertà e la forza collettiva che le ha fatte incontrare in tante e così inaspettatamente.

Benché partito sull’onda di una rivoluzione che avrebbe dovuto investire il patriarcato e il capitalismo, liberare dai modelli interiorizzati del maschile e del femminile, sovvertire la divisione sessuale del lavoro, la politica separata, nel momento della sua diffusione il femminismo si è fatto quasi fatalmente, data l’ampiezza dei suoi temi, frammentario. Le manifestazioni che si sono succedute nel tempo hanno sempre avuto un tema specifico -la legge 194, la violenza domestica, ecc.

Lo Sciopero internazionale delle donne dell’8 marzo 2017 in Italia sembra averne ricomposto tutte le anime, in una visione di insieme che va dall’autodeterminazione sessuale e riproduttiva alla precarietà del lavoro, dal partire da sé come pratica di presa di coscienza ai problemi riguardanti le migrazioni, dal femminicidio alla violenza maschile vista come “fenomeno culturale”, dal sessismo al razzismo, all’omofobia. La ricerca dei nessi tra sessualità e politica, tra patriarcato e capitalismo, che già compariva nei volantini degli anni Settanta, ma che era sembrata a lungo come l’Araba fenice, negli “8 punti” con cui da Bologna è partita la decisione di riscrivere il “Patto straordinario contro la violenza sessuale e di genere”, ha trovato per la prima volta concretezza e radicalità nel tenere insieme obiettivi e lavoro sulle vite singole.

La violenza maschile nelle sue forme più selvagge e criminali si può dire che ha fatto da catalizzatore nel collegare i molteplici aspetti di un dominio che attraversa le vicende più intime così come i poteri e i linguaggi delle istituzioni pubbliche, e che paradossalmente proprio negli interni delle case, dove si intrecciano perversamente amore e violenza, rivela la sua «normalità».

Se le donne sono state per secoli un corpo a disposizione di altri, l’8 marzo – come si legge nel documento Ni Una Menos delle donne argentine, da cui è partito il Paro Internacional De Mujeres, sarà il primo giorno della loro «nuova vita» e il 2017 «il tempo della nostra rivoluzione».


SCIOPERO DELLE DONNE
( E NOI MASCHI?)

di Alberto Leiss

«In una parola. Possiamo aderire in molti modi: incrociando le braccia per pura solidarietà, occupandoci dei bambini e dei nonni poco autosufficienti. Altrimenti impegnamoci almeno in un esperimento mentale: proviamo a identificarci».

Domani è l’8 marzo e quest’anno c’è una novità. Molte donne in tutto il mondo pronunciano una parola che fa parte della storia del movimento operaio: sciopero! In Italia firma la dichiarazione di sciopero generale il movimento Non una di Meno, che – formato da soggetti diversi, dalla rete dei centri antiviolenza Dire, alla storica Unione donne in Italia (Udi) alla galassia romana Io decido – ha già dato vita alla grande manifestazione romana del 26 novembre scorso e a due assemblee nazionali a Roma e a Bologna.

Questo giornale ha già raccontato le caratteristiche e i contenuti di uno sciopero che si propone di coinvolgere sia il lavoro produttivo, sia il lavoro di cura che soprattutto le donne continuano a fare.

La reazione contro la violenza maschile si carica di protesta contro un intero sistema economico e sociale che rende in modo violento precaria la vita soprattutto delle (e dei) giovani, e che non elimina ancora troppi svantaggi per le donne, nonostante la forza e la libertà conquistata e ereditata dalla rivoluzione femminista.

La scelta di rilanciare una forma di lotta che rievoca apertamente le origini dei movimenti antagonisti di un altro tempo – qualche giornale ha ricordato come una enorme e pacifica manifestazione di donne russe avesse aperto le giornate della Rivoluzione sovietica (poi rovinata dai maschi) un secolo fa – secondo me non va confusa con un eccesso di nostalgia o di ideologia. C’è qualcosa di profondamente vero nell’idea che si debba in qualche modo ricominciare da capo per conquistare nuove libertà, per reagire a nuove sopraffazioni, e che un movimento mosso da queste ambizioni, sentimenti, desideri, per vincere debba assumere una dimensione globale.

In un momento in cui sembra prevalere ovunque lo spirito di scissione e di contrapposizione, anche intorno allo sciopero delle donne non sono mancate le polemiche. Ma è davvero possibile – dice una “madre di famiglia” – “astenersi”, sia pure per una sola giornata (ma quanto sono lunghe in certe situazioni 24 ore!) dall’accudire un bambino piccolo o un anziano malato? E che senso ha – dice un altro (sindacalista) – rinunciare a ore di stipendio per obiettivi un po’ vaghi come combattere la violenza maschile? E perché Non una di Meno – scrive su facebook la mia amica Isoke – non ha affrontato con la forza necessaria la violenza della tratta delle straniere costrette a prostituirsi?

Opinioni e dubbi forse fondati. Ma in me prevale l’aspettativa: domani scatterà una scintilla capace di illuminare un’altra scena per quella cosa che chiamiamo politica? E saranno le donne a accendere questa luce?

Lo sciopero – si legge nel blog di Non una di Meno – è “sciopero dei generi” e “sciopero dai generi”. Non solo una “mobilitazione di massa”, ma anche una “mobilitazione” per una trasformazione personale. Un invito a riconoscere e scartare gli stereotipi che una cultura millenaria ci cuce addosso.

Noi maschi possiamo aderire in molti modi. Incrociamo le braccia per pura solidarietà, un sentimento che andrebbe riscoperto. Occupiamoci – per un giorno – dei bambini e dei nonni poco autosufficienti. Se non possiamo fare questo, impegnamoci almeno in un esperimento mentale: proviamo a metterci nei panni di quella ragazza che si è laureata a pieni voti, ha fatto il master, ha già scritto pagine geniali, o prodotto filmati esteticamente perfetti, ma trascorre i suoi giorni obbligata a dare consigli stupidi ai clienti di un call-center. E magari alla sera viene maltrattata dal fidanzato.

Non verrebbe in mente anche a noi di proclamare uno sciopero generale?

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