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PONTE MORANDI UN ANNO DOPO

PONTE MORANDI UN ANNO DOPO
Il 14 agosto di un anno fa, uno degli emblemi della 'modernità' crollava, trascinando con se 43 persone e travolgendo la vita di centinaia di sfollati e di una regione intera. Un episodio che avrebbe dovuto mettere in discussione la logica perversa che sta facendo marcire l'infrastruttura fisica e sociale del nostro paese. A un anno dal dramma nulla è cambiato, prosegue il disprezzo per la manutenzione, la sicurezza e la tutela dell'ambiente: nessuna revoca delle concessioni ai privati (interessati solo ai profitti) e finanziamenti al 'nuovo', dove corruzione, speculazione e interessi particolari possono fare i loro porci comodi. In Italia metà delle concessioni autostradali fanno riferimento a società collegate alla famiglia Benetton, che non sono un modello di imprenditoria ma emblemi di sfruttamento umano e ambientale. (ib & es)

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mercoledì 8 febbraio 2017

Uno stadio salverà Roma

Volete avere, in frammento, un’idea della pochezza culturale e della mediocrità irrimediabile delle nostre classi dirigenti? Osservate le vicende del nuovo stadio della Roma. ... (segue)


Volete avere, in frammento, un’idea della pochezza culturale e della mediocrità irrimediabile delle nostre classi dirigenti? Osservate le vicende del nuovo stadio della Roma. Già un nuovo stadio in una città come la Capitale, resa ormai informe dalla cementificazione dell’ultimo quindicennio, dovrebbe apparire come un delitto urbano. La città è soffocata dal traffico per i troppi poli di espansione costruiti senza collegamenti in ferro. Esistono già due stadi, uno dei quali il Flaminio è in uno stato vergognoso di abbandono. E nessuno si sogna di ristrutturarlo. Le squadre di calcio , in Italia, perdono costantemente spettatori e hanno una media di presenze a partita di circa 21 mila spettatori, che è fra le più basse d’Europa. La Roma, fra l’altro, è fra le squadre italiane quella che subisce, insieme al Napoli, la maggiore contrazione: - 17,8% nell’ultima stagione .

Ebbene, sembra che la costruzione del nuovo stadio debba decidere i destini prossimi venturi della città. «Vogliamo il nostro Colosseo moderno» twitta il capitano Francesco Totti, che spende in questo modo “edificante” - è il caso di dirlo - la propria popolarità ricattatoria contro la Giunta e soprattutto contro l’assessore Berdini, che pretende il rispetto, quanto meno, del Piano regolatore. Questi eroi dello sport, che non vediamo mai spendere la loro popolarità per rivendicare una migliore condizione del vivere civile, per la pulizia delle strade, per la sicurezza delle nostre scuole, si fanno vivi solo quando si tratta di difendere i recinti del loro sopramondo di privilegi. 

A Totti si è poi aggiunto l’allenatore della Roma, Spalletti, che ha dettato le linee-guida della futura programmazione urbanistica della città. La quale - a suo dire- si deve dotare dei «suoi stadi» , come Londra e le altre città europee. Non poteva mancare naturalmente il rafforzo - o l’endorsement, come direbbero gli anglisti - del presidente della Regione Zingaretti, che crede molto nel cemento per lo sviluppo economico di Roma e dintorni. Ma in soccorso della nobilissima causa è arrivato addirittura il cinguettio – la regressione zoologica dell’umano parlare ci conforta molto per l’avvenire - dell’ex presidente del Consiglio: «Se si dice no a tutto, come accade in qualche città, si blocca il futuro. E ci si condanna a vivere di rimpianti». 

Il nostro futuro è il nuovo stadio della Roma? A questo ci siamo ridotti? Vi immaginate che immane perdita e da quali cocenti rimpianti saremmo tormentati se non si dovesse costruire? È questa la visione e l’orizzonte progettuale dell’uomo nuovo osannato da mezza Italia? E nessuno grida che siamo alle solite, che un ceto imprenditoriale rozzo e predone e un’opinione pubblica drogata persistono in una strada fallimentare di sviluppo economico? La vecchia strada che punta non a investimenti innovativi, in tecnologie e servizi, ma all’edificazione e al consumo di suolo quali leve per la cosiddetta crescita? Oggi dovremmo considerare penalmente rilevante il consumo di suolo in un Paese dissestato come l’Italia e a Roma facciamo finta di niente, solo perché l’inverno è stato secco. Ma è questa, ahimé, la memoria civile e territoriale d’Italia. Ne riparleremo alla prossima alluvione.



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