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Domani è troppo tardi per salvare il pianeta Terra. Lo affermano quindici mila scienziati di 184 paesi che hanno reiterato l'appello "World Scientist' Warning to Humanity"per fermare la distruzione del Pianeta, lanciato per la prima volta 25 anni fa. (l.s.)

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martedì 21 febbraio 2017

Uno Stadio dell’altro mondo

«Una città in cui la povertà e le disuguaglianze sono impresse nella superficie sgualcita degli spazi pubblici, nelle periferie come nel centro, ha bisogno di altro».massimocomunemultiplo, 18 febbraio 2017 (c.m.c.)



Il progetto del Nuovo Stadio di Tor di Valle, come già le Olimpiadi Roma2024, in questi giorni monopolizza il dibattito perfino più del gossip sulla Sindaca e delle vicende giudiziarie. Si fronteggiano molti interessi e due passioni: quella per la propria squadra dei romani romanisti e quella di tanti cittadini e comitati che in quei tre grattacieli che irromperebbero nello skyline della Capitale vedono l’ennesima resa della città al potere del cemento. Eppure meriterebbe per un momento cambiare lo sguardo sulla vicenda , come in quei disegni in bianco e nero dove lo sfondo rivela altre figure.

Perchè i rendering dello Stadio e delle torri si sono presi il centro della scena, spingendo nel back stage la città reale, sovrapponendo un luminoso futuro a un irrisolto presente, come nel gioco del “prima e dopo”, cancellando nobili architetture non più desiderate e spazi incolti per sostituirli con un ordine virtuale adatto a visitatori felici e impiegati modello.

Eppure è proprio lo sfondo che ci può dire molto sulla nostra città. Basta scorrere quell’elenco di opere – impianti e strutture per la mobilità e non solo – che la delibera capitolina di Marino e Caudo  hanno messo come condizione per il pubblico interesse all’operazione e che sono pagate con il surplus immobiliare di un Business center (i tre grattacieli di uffici e il centro commerciale), per capire che qualcosa non va.

Perchè molte sono infrastrutture indispensabili per la qualità della vita – ma forse sarebbe più giusto dire per la sopravvivenza – dei cittadini, che in altre metropoli europee sono di ordinaria amministrazione pubblica, mentre nella Capitale d’Italia devono invece essere racimolate nelle maglie delle operazioni del “business privato”, come in questo caso, o di grandi eventi come le Olimpiadi. Faccio tre esempi.

Primo quadro: cosa si vede in questa mappa del rischio idraulico del PAI (Piano Assetto Idrogeologico)  dell’area di Tor di Valle e Torrino/Decima? Qualcuno vi trova i motivi per non realizzare lo Stadio, altri, come l’Autorità di Bacino del Fiume Tevere, i motivi per inserire la messa in sicurezza del Fosso del Vallerano tra le condizioni per realizzare lo Stadio (3). Anche perchè, secondo il PAI l’area di Tor di Valle è a rischio R3 (area azzurra), mentre l’area rossa, quella che secondo le Norme Tecniche di Attuazione del PAI è classificata come R4, cioè a massimo rischio, riguarda una zona densamente abitata . E viene da chiedersi: da quanti anni quella zona è esposta a un rischio così grave? E come mai in questo florilegio pluriennale di Vele di Calatrava, Nuove Fiere di Roma, Nuvole di Fuskas, piscine poi mai finite o finite male per i Mondiali di nuoto, nessuno ha pensato di investire soldi pubblici per mettere al sicuro gli abitanti della zona?

Secondo quadro: da vari anni  ad ogni tornata elettorale i candidati si premurano di ricordarsi dei pendolari della Roma Lido, promettendo di trasformare la linea in Metropolitana leggera, trasferire al Comune la linea (oggi della Regione gestita da ATAC), potenziare i treni, aumentarne la frequenza. L’ha detto Veltroni, l’ha detto Alemanno, l’ha detto Marino. E tutto è rimasto uguale. Un servizio che è più degno di una città del quarto mondo che della Capitale d’Italia. E che (forse) potrebbe essere adeguato se si fa lo Stadio. Ma la domanda è: e se lo Stadio non si fa, ciccia?

Terzo quadro: stesso discorso per l’unificazione della Via Ostiense con la Via del Mare, una delle tratte urbane più trafficate e con più vittime per incidenti stradali. Non sappiamo se i benefici dell’intervento, che interessa il tratto dal Nodo Marconi al raccordo anulare, non rischino di essere annullati dall’aumento del flusso automobilistico per lo Stadio e per il Business center.

Si può scoprire facilmente attraverso i relativi studi trasportistici. Ma possiamo ancora una volta chiederci se nei decenni passati, prima di fare gli investimenti sopra elencati, non sarebbe stato il caso di occuparsi della sicurezza stradale dei cittadini romani. E anche se, nel caso che il progetto dello Stadio fosse cancellato o la sforbiciata alle cubature comportasse anche la sforbiciata di questa come di altre infrastrutture della mobilità, per quanto tempo rimarrebbe ancora questo micidiale status quo.

E se trovo inacettabile l’operazione Tor di Valle soprattutto a causa di quelle torri, che a mio avviso sono l’ennesima riproposizione dello scambio tra servizi pubblici indispensabili e cubature ai privati, che lo Stadio si faccia o non si faccia, sarà sempre una sconfitta o, meglio, una resa. Quella di chi, anche con le migliori intenzioni, per mettere in cantiere opere che il pubblico non può pagare (ma anche questo è tutto da dimostrare) continua a cercare di approfittare di occasioni che – ce lo dice la storia della città – troppo spesso perdono poi per strada ogni utilità collettiva. Anche perchè troppo spesso nessuno fa patti chiari prima, controlli durante e verifiche dopo.

Ma anche se si rispettassero fino in fondo le prescrizioni sulle opere e sui tempi, non mi convince la solita “narrazione” dei posti di lavoro e dello sviluppo economico che la nuova centralità annessa allo Stadio porterebbe alla città. E’ un discorso lungo, ci sono anche studi dell’università, ma quello che voglio dire è che, anche in questo caso, mi sembra che si continui ad inseguire una modernità che non è moderna per niente.

Perchè continua a puntare su un modello che sta implodendo, che continua a mettere avanti il settore edilizio e a proporre nuovi centri direzionali e commerciali in una città in cui gli uffici non trovano affittuari e i negozi di prossimità come le grosse catene chiudono i battenti per mancanza di clienti.E una città in cui la povertà e le disuguaglianze sono impresse nella superficie sgualcita degli spazi pubblici, nelle periferie come nel centro, ha bisogno di altro.

In questi giorni è tornata al centro del dibattito anche Mafia Capitale. Per molti si è trattato di un’esagerazione, o non è mai esistita. Eppure basta cambiare sguardo e se ne possono vedere le tracce in ogni anfratto della nostra città, nelle strade senza manutenzione, nelle aree verdi non curate, negli autobus scalcinati, negli abusi edilizi, nella gente che dorme in macchina , nei tavolini che occupano illegalmente i marciapiedi, nelle liste d’attesa per un esame medico urgente. E anche nel “si salvi chi può” del cittadino arreso, che difende il suo spazio da chiunque, senza solidarietà e sguardo al futuro. Neanche per i suoi figli.

E quelle tre torri svettanti in scenari notturni con ponti e passerelle luminose sembrano un’astronave aliena atterrata provvisoriamente in un pianeta tornato allo stato selvaggio.

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