responsive_m


A un secolo dalla dichiarazione di Balfour, con cui il Regno Unito promise la nascita di stato ebraico in Palestina, esautorando i Palestinesi lei loro diritti, la Cisgiordania è “La più grande prigione del mondo” come dice il titolo dell ‘ultimo libro dello storico israeliano Ilan Pappe (da cui è presa la copertina di questa settimana). (a.b)

scritta dai media

DAI MEDIA

lunedì 27 febbraio 2017

Un grande progetto: rimpicciolire gli uomini

«Avanziamo a piccoli passi verso quell’avvenire, in cui il rimpicciolimento dell’uomo raggiungerà la perfezione di un’utopia capovolta».da: Miseria dello sviluppo di Piero Bevilacqua. Officinadeisaperi, 27 febbraio 2017 (c.m.c.)


 Con inappuntabile coerenza i partiti che ormai possiamo chiamare indistintamente liberali, cercano da tempo di adattare le istituzioni formative ai bisogni delle imprese. Più precisamente cercano di piegare la formazione delle nuove generazioni a questa stagione ideologica del capitalismo contemporaneo e ai suoi progetti di dominio. E lo fanno con i più vari strumenti.

Nell’agosto del 2004, l’allora primo ministro britannico Tony Blair, sedicente laburista, conquistò le prime pagine dei giornali con una clamorosa trovata. Fece stanziare dal suo governo mezzo miliardo di sterline per incentivare la competitività nelle scuole inglesi. La logica del disfrenamento competitivo che attraversa l’economia internazionale portata dentro le scuole. Come se già la società non fosse impregnata di violenza agonistica, di individualismo, di lotta. Anche le istituzioni formative devono incorporare principi artificiali, di gara, supremazia, vittoria, sconfitta. Una mimesi della guerra che deve rifondare i valori, rimodellare la formazione culturale, plasmare il comportamento delle nuove generazioni.

Eppure, per secoli il merito culturale, anche dentro scuole e Università, non ha avuto certo bisogno di incentivi alla competizione per emergere. E a cosa porta un arricchimento culturale incentivato dal fine di prevalere sul prossimo?

Perché il medesimo agonismo debba essere replicato più tardi all’interno dell’azienda, dove operai, tecnici, dirigenti, dovrebbero guerreggiare reciprocamente per il bene dell’impresa?

Anche sotto il profilo di questo fine ultimo, noi crediamo che si tratti di un delirio. È sulla cooperazione dei suoi membri che si regge qualunque impresa. Senza dire che oggi nel campo del sapere è la cooperazione e il dialogo fra discipline diverse a far premio alla conoscenza. Così è nel campo della medicina, negli studi ambientali o nelle scienze della terra, per non dire delle migliaia di scienziati dell’Intergovernamental Panel on Climate Change (IPCC) che oggi concertano le loro disparate competenze per studiare il clima che cambia.

Ma oggetto dell’aggressione da parte dei partiti – in questo caso soprattutto della destra – è stata negli ultimi decenni la scuola pubblica. In Europa colpi d’ariete le sono stati lanciati contro, con varia fortuna. In Italia, soprattutto nei primi anni del governo di centro-destra, sono state intraprese vere campagne di diffamazione. Non solo i fogli della destra, ma anche Il «Sole 24 Ore», il giornale della Confindustria, ha ospitato articoli in cui la scuola italiana, accusata di statalismo, veniva trattata alla stregua del Monopolio dei Tabacchi.

Eppure, quella scuola, laica, pluralista e universale nei suoi programmi – i cui insegnanti vengono scelti non per appetenze confessionali o ideologiche, ma in base al merito e con pubblici concorsi – costituisce una delle grandi conquiste della democrazia repubblicana. Quel tanto di mobilità sociale che ha attraversato l’Italia nella seconda metà del Novecento – che ha permesso a figli di contadini e operai di diventare professionisti – lo si deve alla scuola pubblica. Difficilmente un Paese uscito da una guerra rovinosa, povera di materie prime e di fonti energetiche, con danni ingenti all’apparato produttivo, sarebbe diventato un grande Stato industriale senza un scuola capace di produrre tecnici, quadri dirigenti, professionisti dai molteplici saperi.

Ma certo la pressione maggiore è stata esercitata sugli indirizzi della formazione. E qui l’unanimità di posizioni del ceto politico è venuta crescendo di anno in anno. L’imperativo, ormai da tutti invocato, è uno solo: modellare la scuola «secondo le esigenze della società». Una perorazione eterna, com’è noto, che perde il suo antico significato positivo se nel frattempo la società si identifica con l’impresa con il cosiddetto libero mercato. In realtà l’esigenza continua di rimodellare le strutture formative non è che il frustrante tentativo di piegare scuola e Università a un mercato del lavoro sempre più mutevole. L’immaginifica parola d’ordine lanciata dalla destra italiana negli ultimi anni è stata la scuola «delle tre I»: Impresa, Inglese, Internet. Vale a dire la proposta di costruire precocemente soldatini manageriali, cui spalmare addosso qualche approssimativa verniciatura formativa.

Ma non è solo miopia italiana.

A molti, in Europa e nel mondo, questa appare la linea più avanzata dell’innovazione e dunque della modernità. Eppure pochi sanno, o ricordano, che il problema del nesso tra scuola e industria, tra formazione culturale e innovazione tecnologica, è stato affrontato e risolto quasi cinquant’anni fa. È stato Friederich Pollack – uno degli ultimi esponenti della Scuola di Francoforte – nel libro l’Automazione a ricordare i dibattiti dei primi anni ’60 del Novecento. Nel 1962, egli ricorda, a Cachan, in Francia, si svolse un congresso internazionale al quale parteciparono 500 esperti di consulenza professionale di tutti i continenti, con al centro il tema: L’inserimento del giovane in un mondo che sul piano tecnico ed economico si sviluppa ad un ritmo accelerato.

Di fronte alla obsolescenza rapida e continua dei mestieri e delle competenze tecniche, ricorda Pollack, la conclusione del congresso fu che gli esperti di consulenza professionale dovevano consigliare ai giovani «di non specializzarsi». Solo una formazione ricca e universale è il percorso che può salvare un giovane da uno specialismo precoce, che precocemente verrà travolto dall’innovazione tecnologica. Un’acquisizione, dunque, di mezzo secolo fa, completamente rimossa per la rozza furia di «stare dietro allo sviluppo». Una strategia formativa – c’è bisogno di dirlo? – che ha maggior valore strategico oggi, quando un ingegnere meccanico, in una qualunque fabbrica automobilistica, è condannato all’obsolescenza delle sue competenze nel giro di 5-6 anni. Dunque, gli attuali novatori, i riformatori progressisti di tutte le fedi, non fanno in realtà che inseguire un treno partito da un pezzo. Solo che essi continuano a inseguirlo correndo nella direzione opposta.

Tuttavia, non ci sono stati solo questi tentativi e campagne sparse. In realtà una più vasta regìa era già all’opera. Come ormai comincia ad emergere con sempre maggiore consapevolezza e visibilità generale, le riforme (o i loro tentativi) dell’ultimo decennio rientrano nel più ampio disegno di costruzione di nuove e più omogenee istituzioni formative all’interno dell’Unione Europea.

È almeno dalla Dichiarazione di Bologna, sottoscritta il 19 giugno 1999 dai ministri dell’Istruzione dei vari Paesi dell’Unione – seguita dalle Dichiarazioni di Lisbona e Parigi e da varie altre iniziative recenti –, che è emersa in maniera lineare l’intelaiatura progettuale di trasformazione e rimodellamento dell’istruzione superiore proposta per il Vecchio Continente. Secondo tali nuove linee – ricorda C. Lorenz in un saggio apparso su “Passato e presente” nel 2006 – tanto la Scuola che l’Università devono ricadere nella logica del New Public Management (NPM), esse cioè devono abbracciare le finalità di servizi organizzati secondo regole di mercato, obbligati ad accettare e conformarsi alle sfide della competizione, secondo gli imperativi di una visione neoliberista dello sviluppo. Dopo la dichiarazione di Bologna – che pur perseguiva giuste finalità di omologazione europea degli studi e dei criteri valutativi – è apparso sempre più evidente che agli iniziali obiettivi formativi sono subentrati criteri di addestramento culturale all’agone competitivo.

Sempre più – ha ricordato Christophe Charle, docente della Sorbona – «le università sono assimilate a imprese o marche che si dividono un mercato di diplomi, il cui valore sociale è misurato in funzione degli sbocchi lavorativi e degli stipendi ottenuti dai laureati di questo “investimento educativo”». È il mercato che preme sempre più direttamente sugli stessi contenuti formativi delle Università. Tutto questo mentre aumentano ovunque le rette per l’iscrizione, che tengono sempre più ai margini i ragazzi socialmente non abbienti e creano un nuovo «darwinismo educativo». Le conquiste egalitarie realizzate su tale terreno, sia in USA che in Europa, a partire dal dopoguerra, si stanno rapidamente perdendo. L’uguaglianza dei punti di partenza, con scuole e Università alla portata di tutti, oggi si va trasformando in una chimera, che rende completo e definitivo il circolo dell’iniquità in cui le società liberali stanno rinchiudendo il mondo.

Ho avuto la ventura di seguire direttamente, in qualità di docente alla Facoltà di Lettere e Filosofia della Sapienza di Roma, l’applicazione della riforma universitaria introdotta dall’ex comunista Luigi Berlinguer, nel 1998 e proseguita, senza apprezzabili modifiche, nel 2005 da Letizia Moratti, ministro del governo di centro-destra. Mi è stata dunque concessa la possibilità di osservare molto da vicino la grande trasformazione che si è venuta verificando in poco tempo all’interno di una grande e antica Facoltà umanistica europea. Occorre dire che i mutamenti sono stati rapidi: nel linguaggio di docenti e studenti, nel loro comportamento, nell’organizzazione dello studio e degli esami, nel rapporto con i libri di testo, nei criteri di valutazione culturale. Questi ultimi hanno costituito il vero cuneo con cui la logica accumulativa del profitto, l’utilitarismo carrieristico si è fatta strada nel mondo degli studi.

Com’è noto, per poter plasmare la mente dei giovani allievi secondo procedure di economia aziendale è stata introdotta la misurazione del profitto universitario con il sistema dei crediti. Gli studenti possono accumulare crediti, anche fuori dalle Università, da poter spendere nel futuro come moneta sonante. Il linguaggio bancario non è solo una goffa simulazione e una umiliazione storica per le Università d’Europa, nate nel Medioevo, che hanno fatto grande per secoli questo Continente non solo di economie, ma anche e soprattutto di conoscenze e saperi. Quasi che i nostri Atenei venissero ora rivalutati, sottratti alla loro cadente vetustà, grazie all’efficiente linguaggio delle imprese. Non è solo questo.

Sotto tale aspetto la rimodulazione del linguaggio universitario in ossequio ai dettami dell’economicismo corrente non sembra voler arrestarsi di fronte a nulla. Rivelo qui un particolare poco noto. Affinché la svalutazione di tutto ciò che è pubblico, anche nelle Università, potesse spingersi sino al grottesco, al fine di non lasciare inesplorato nessun angolo del regno del ridicolo, nella nuova normativa è previsto che l’iscrizione dei ragazzi al biennio specialistico si configuri sotto forma di un contratto, siglato tra lo studente e un rappresentante della Facoltà, di norma un docente. Basterebbe questo straordinario segnale per avere un’idea della meschinità senza fondo che deve oscurare la mente del riformatore a cui dobbiamo tali trovate.

Anche l’iscrizione universitaria – che di fatto avviene attraverso un regolare pagamento delle tasse allo Stato – deve fingersi come un atto privatistico, deve schiacciarsi su un modello di subordinazione personale, per apparire economicamente efficiente. Quasi che lo studente fosse un prestatore d’opera – un bracciante agricolo o un fornitore di merci – il quale sottoscrive un impegno di lavoro con una controparte privata da onorare secondo uno standard di efficienza.

Naturalmente non sottovalutiamo il potere del linguaggio. Il riformatore delle università lo sa bene, perciò non si cura del ridicolo. Esso deve addestrare a una nuova visione economica della vita universitaria e degli studi le nuove generazioni. Il linguaggio diventa poi obbligante, perché incarna regolamenti. Così i crediti hanno trasformato i ragazzi in procacciatori di punteggi, come i clienti dei supermercati, che li collezionano per poter riscuotere i premi finali.

Eppure non è questo il cuore del problema.

Non è qui che la riforma neoliberista ha ficcato il suo cuneo devastatore. Non è qui che anche il sapere in generale subisce un colpo micidiale e forse irreparabile. La vera e radicale trasformazione, la rottura programmata di un paradigma culturale secolare – talmente grave e profonda da non essere stata neppure avvertita, probabilmente, dagli stessi programmatori – è che nelle Università, soprattutto nel Facoltà umanistiche, è cambiato il modello storico dello studio, il processo di apprendimento e di formazione, il meccanismo della trasmissione del sapere. Con la moltiplicazione degli esami, ridotti ad esamini, non solo si immeschinisce il quadro della formazione complessiva dello studente, costretto ad imparare poco di tutto, ma si realizza qualcosa di assolutamente nuovo.

La preparazione dell’esame cessa di essere ciò che è stato per tanti secoli fino ai nostri giorni: l’occasione per studiare e approfondire un determinato campo del sapere.

Un campo che diventa nostro e che interiormente ci arricchisce e ci plasma. Con la riforma essa è diventata qualcos’altro. Ciò che prima era studio, lettura di tanti libri su una singola disciplina, riflessione, approfondimento, meditazione, rielaborazione critica, ora, con la moltiplicazione degli esami, si trasforma in una prestazione continua e frammentata, nella rendicontazione di alcune rapide letture a quella specie di verificatore fiscale che è diventato il docente. Gli esami e la loro preparazione così come i crediti vengono misurati secondo un impiego di quantità temporali, contate in ore necessarie richieste, così che il percorso dello studente sia soggetto a un determinata velocità di prestazione come in una qualunque fabbrica tayloristica. La formazione delle nuove generazioni si trasforma così in un percorso a cottimo, piegata a una logica di rendimento temporal-quantitativo, che mette in secondo piano la qualità culturale e spirituale della formazione. Soprattutto abolisce la dimensione stessa della formazione così come l’abbiamo finora conosciuta: intreccio inscindibile di valori spirituali e saperi.

Gli studenti apprendono a concepire lo studio come un lavoro scandito da tempi determinati, soggetto a standard oggettivi di misurazione e si abituano ad essere continuamente monitorati da un’autorità organizzativa posta al di sopra di loro. È la plasmazione aziendale dell’uomo nuovo, così come lo vuole questa recente incarnazione dello sviluppo, un progetto camuffato da via libertaria che rivela un tendenziale volto totalitario, portatore della «tetra visione di una esistenza controllata e aritmetizzata in ogni suo gesto», come dice Claudio Magris.

Il tentativo, dunque, è di creare velocemente nuovi quadri disciplinati da inserire nei vari settori del mercato del lavoro, una sorta di uomo nuovo seriale, con caratteristiche omogenee, flessibile e veloce, adattabile a varie circostanze, interamente modellato dal suo finale scopo produttivo. A essere direttamente minacciata è dunque la figura umana che ci è più familiare, che ha attraversato sinora indenne tutte le civiltà, che è fondamento di ogni civiltà: l’uomo che pensa. Avanziamo, così, a piccoli passi verso quell’avvenire, come dice Emil Cioran, «in cui il rimpicciolimento dell’uomo raggiungerà la perfezione di un’utopia capovolta». Dovrebbe essere evidente, ma non lo è: nella nostra epoca non è il sonno della ragione, ma la ragione, questa ragione calcolante, che genera mostri.

Ancora più stupefacente è oggi il fatto che – a dispetto dello sforzo di piegare il mondo degli studi superiori alle necessità dell’economia al suo vortice distruttivo – esso non sortisce alcun esito concreto sul piano della creazione di nuovo lavoro. Oggi in Europa, e soprattutto in Italia, la disoccupazione intellettuale ha assunto dimensioni forse mai prima conosciute. Un’intera generazione rischia di essere privata del lavoro per il quale si è formata. Non sempre il fenomeno è visibile in tutta la sua ampiezza, statisticamente rilevabile. Spesso è occultato dal fatto che tanti laureati si rassegnano a lavori precari e dequalificati. Ma migliaia di giovani che si sono laureati spesso con il massimo dei voti, che hanno conseguito il Dottorato, che sempre più di frequente hanno nel loro curriculum Master e PhD acquisiti in Italia e all’estero, frequentato stages e simili sono senza lavoro.

In genere si tratta dei ragazzi che hanno utilizzato le borse Erasmus e Socrates nelle Università europee, che conoscono più lingue, che a 25 anni hanno girato buona parte del mondo. Ci chiediamo come sia possibile, in questa fase incerta di costruzione dell’Europa, dare nuovo impulso all’Unione lasciando nell’insicurezza e nella precarietà il fiore della nostra gioventù studiosa. È uno spreco intollerabile – sia per quello che esso è costato alle famiglie e alle finanze pubbliche – sia per il suo potenziale inutilizzato. Da dove può trovare consenso il progetto europeo se lascia nella precarietà la futura élite intellettuale che esso stesso ha allevato?

In realtà, il modello verso cui tendono tanto l’Europa che gli USA – questi ultimi, per lo meno, con incomparabile generosità di mezzi – è di creare nuove figure di ricercatori che rispecchino, coerentemente, tanto il modello formativo avanzante che le tendenze del mercato del lavoro Ricercatori a tempo determinato, sulla base di contratti a scadenza escogitati al fine di incalzarli a prestazioni sempre più efficienti: è questa la nuova frontiera per le nuove generazioni studiose. In Italia il governo di centro-destra, raccogliendo anche idee che sono di tutto il ceto politico, ci ha provato con un disegno di legge delega sul “Riordino dello stato giuridico e del reclutamento dei professori universitari”. Ma è stato sconfitto. La tendenza generale, comunque, è evidente. Si vogliono, per il futuro, ricercatori e docenti che stanno sempre sulla corda, non sicuri del domani, e perciò pronti a piegare la schiena a compiti sempre più severi. Naturalmente, nella dominante logica del “breve termine” tale modello dovrebbe essere altamente produttivo, privo di sprechi e di parassitismi.

Eppure in pochi riescono a immaginare gli effetti di lungo periodo che una simile condizione degli studiosi verrebbe a produrre. Nei giovani sarebbe mortificato lo spirito critico e di innovazione, vista la subalternità ai molteplici poteri, accademici, politici, aziendali cui sarebbe sottoposta la riconferma del loro lavoro. Ma ciò che appare clamorosamente dimenticato è il valore della ricerca non finalizzata a scopi immediati, che lascia libero lo studioso di perseguire le proprie strategie di indagine, senza vincolarlo a scadenze strette di produttività. Tutto ciò che di grande e straordinario hanno prodotto sinora la cultura e la scienza in tutta la storia passata si deve alla possibilità dell’investimento intellettuale di lungo periodo.

Nessuno si è accorto che la stessa nostra civiltà si fonda su tale modello?

Gli storici della mia generazione, in Italia, agli inizi dei loro studi, hanno sempre guardato con invidia ai loro colleghi e coetanei francesi. Questi ultimi agli inizi della loro carriera, godevano della possibilità di lavorare, anche per 5-6 anni e oltre, e con buon sostegno finanziario, all’elaborazione della Tesi di Dottorato. Dopo la laurea, i giovani più dotati potevano impegnare le proprie energie, senza altre cure, in ricerche di vasto respiro e impegno. Da quelle Tesi nascevano i loro primi grandi studi. Ma proprio quella generosa istituzione ha consentito alla Francia di generare la più affascinante e prestigiosa storiografia del Novecento. Una avventura intellettuale come quella delle “Annales”, non ha confronti con gli altri Paesi e ha dato vita alla fioritura di una galleria interminabile di grandi storici, da Marc Bloch a Lucien Fevbre, da Ferndand Braudel a Jacques Le Goff, solo per citare i nomi più noti. E considerazioni analoghe potremmo svolgere per campi del sapere lontani dai nostri.

Quali scopi produttivi perseguiva Einstein nell’indagare i problemi della relatività? Quale contratto a scadenza doveva onorare?

E non è forse noto che uno dei gioielli della tecnologia contemporanea, il computer, è in fondo il frutto ultimo di lunghi studi astratti e disinteressati di matematica?

Le grandi imprese del pensiero non si realizzano con la frusta di qualche aguzzino. Ma fioriscono nelle società nelle quali la ricerca libera e disinteressata è un valore, fa parte di un progetto che non scade l’anno successivo. L’ossessione della resa economica di tutto il nostro agire è il tarlo che oggi immeschinisce ogni impresa.
Show Comments: OR