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A un secolo dalla dichiarazione di Balfour, con cui il Regno Unito promise la nascita di stato ebraico in Palestina, esautorando i Palestinesi lei loro diritti, la Cisgiordania è “La più grande prigione del mondo” come dice il titolo dell ‘ultimo libro dello storico israeliano Ilan Pappe (da cui è presa la copertina di questa settimana). (a.b)

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DAI MEDIA

mercoledì 8 febbraio 2017

Tzvetan Todorov, una vita nella tessitura del pensiero

«Scompare all’età di 77 anni l’infaticabile intellettuale bulgaro. Dagli studi in filologia all’incontro di Roland Barthes, tagliente critico della letteratura attento alla storia delle idee». il manifesto, 8 febbraio 2017 (c.m.c.)

Se è indubbio che con TzvetanTodorov se ne va una delle maggiori personalità intellettuali del XX secolo, è certo meno facile riassumere in poche battute che tipo di pensatore e di scrittore sia stato. Impossibile l’etichettatura, e non solo perché tutti i cavalli di razza difficilmente si lasciano imbrigliare in abiti preconfezionati. La sua biografia intellettuale è irriducibile a uno schema, o a una carriera, e appare evidentemente bipartita.

Da una parte, tra gli anni ’60 e ’80 del XX secolo, lo studioso delle forme letterarie, dello strutturalismo linguistico, l’erede inquieto del formalismo russo; dall’altro la strana, e fascinosa, figura del saggista-testimone che riflette sul male del Novecento, sulla catastrofe dei fascismi e dello stalinismo, dei campi e dei gulag, della violenza etnica e politica portata all’estremo.

Questa conversione può essere situata facilmente alla fine degli anni ’80, guarda caso in corrispondenza della caduta del muro di Berlino e della fine dei sistema sovietico. È allora che – sembra di poter dire – Todorov consente a se stesso di alzare il velo su un passato recente che gli appartiene in pieno, quello del regime oppressivo dal quale era riuscito a sfuggire; lui che poco più che ventenne, all’inizio dei ’60, era emigrato dalla Bulgaria comunista e si era installato in una Parigi oltremodo scintillante, vero centro mondiale delle scena artistica e intellettuale.

Todorov è diventato così uno dei rappresentanti esemplari, e fra i più nobili, di un modo di pensare il Novecento «dall’interno» di un suo nucleo presunto, oscuro e per ciò stesso quasi insondabile (e dal quale appunto si era mantenuto a lungo lontano occupandosi di rarefatte geometrie poetiche), che egli, come molti altri prima di lui, fa coincidere con la pulsione totalitaria, a lungo latente nella società europea moderna e che poi, liberatasi da ogni impedimento, assume il suo volto più autentico nei regimi nazi-fascisti e in quello staliniano. È qui che appare il «secolo delle tenebre» come lui stesso ebbe a definirlo.

Il confronto faticoso con una delle categorie più tormentate, ambigue e controverse del dibattito politico e storiografico da molti decenni a questa parte dovette apparirgli ineludibile. Per non restare incagliato nelle sue aporie, di cui era consapevole, Todorov assunse però una prospettiva diversa da quella dei maggiori indagatori del totalitarismo come sistema (Hannah Arendt in primis).

Egli provò soprattutto a interrogare criticamente il punto di vista di coloro che avevano vissuto in pieno la violenza totalitaria, facendosene testimoni: figure assai diverse, da Margaret Buber-Neumann a David Rousset, da Primo Levi a Vasilij Grossman. L’interrogazione sulla memoria diveniva centrale, ma sulla scia di Ricoeur, Todorov ha mostrato più volte come sapersi districare nei labirinti dei resoconti fondati sul confronto con il passato privato, come distinguere l’eticità del ricordo dai controsensi dei suoi usi, come rivendicare persino il diritto all’oblio.

Nello stesso modo, è vero che la contrapposizione netta di totalitarismo e democrazia ha costituito in continuità lo schema fondamentale di tutte le sue ricognizioni critiche sul Novecento. Ma sbaglierebbe chi vedesse in questa coerenza la fedeltà a un banale modulo interpretativo. L’euforia, se ci fu, «post-89» si volse presto in una dolorosa presa di coscienza. Il totalitarismo europeo – Todorov ha spesso insistito su questo sulla scia di analisi chiaramente francofortesi – ha solide radici «moderne» illuministiche e razionalitiche, ma la dicotomia gli apparve presto un’illusione.

Riflettendo sulle guerre nella ex-Jugoslavia, e in particolare sulla vicenda dell’intervento della Nato in Kosovo, egli ebbe a scrivere «Il totalitarismo può apparirci, a giusto titolo, l’impero del male; ma da ciò non consegue in alcun modo che la democrazia incarni, sempre e dappertutto, il regno del bene».
Un segno, fra i tanti, della lucidità di uno sguardo che si è mantenuto vigile fino all’ultimo.

Scheda. Dai formalisti russi al «male estremo» del Novecento

Nato nel 1939 a Sofia, in Bulgaria, Tzvetan Todorov cominciò a interessarsi di teoria della letteratura nel suo paese, scontrandosi con gli imperativi ideologici. Solo quando arrivò nel 1963 a Parigi i suoi interessi di studioso voltarono pagina definitivamente. In realtà, vi giunse già attrezzato criticamente, sulla scia dei formalisti russi («Conobbi Roman Jacobson in Bulgaria, ne ricevetti una grande impressione. Fui attratto dal suo rigore scientifico, che si combinava felicemente con la passione per la poesia e per l’arte»).

A sua cura, presso Einaudi, nel 1965, uscì il libro I formalisti russi. Teoria della letteratura e metodo critico), mentre fra i numi tutelari della sua ricerca può iscriversi anche Michail Bachtin (al quale dedicò una monografia nel 1981, in Italia tradotta nel 1990): i suoi studi gli indicano la strada verso quella «critica dialogica» che implica nella scrittura un atto di comunicazione. Todorov scelse di perseguire una più libera nozione del testo intenso come un «incontro» polifonico tra diverse voci e autori.

Una direzione questa che lo indusse ad accostarsi al problema dell’«altro» e dei rapporti tra individui e culture (La conquista dell’America, Einaudi, 1984), allargando l’orizzonte verso la storia delle idee (Noi e gli altri, Einaudi, 1991). Passò poi dalla socialità come condizione umana alle ideologie dominanti, indagando quella «banalità del male» presente in istituzioni totali, come i gulag o i campi di sterminio nazisti (Di fronte all’estremo, Garzanti, 1992), non trascurando i cambiamenti fatali dei destini individuali che si producono durante i conflitti (Una tragedia vissuta. Scene di guerra civile, Garzanti, 1995).

Fra le ultime pubblicazioni, un saggio sui totalitarismi, Memoria del male, tentazione del bene (2000), Il nuovo disordine mondiale (2003), La pittura dei lumi. Da Watteau a Goya (2014, in cui l’arte resta strettamente connessa al pensiero che circola nella sua stessa epoca) e, nel 2016, Resistenti, Storie di donne e uomini che hanno lottato per la giustizia.
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