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domenica 12 febbraio 2017

Sovranismo e razzismo. Che fare?

«La lotta per l’accoglienza e l’inclusione dei profughi che arrivano  in Europa va condotta a livello europeo, perché esige contestualmente un cambio di passo nelle politiche economiche europee». il blog di GuidoViale, 10 febbraio 2017 (c.m.c.)


Si può essere sovranisti in campo economico (no all’euro e all’Unione europea, sì a svalutazioni competitive e protezionismo, ecc.) senza essere anche razzisti in campo politico?

Il razzismo di oggi si manifesta innanzitutto nell’atteggiamento e nelle misure da adottare nei confronti dei profughi: il principale problema politico, oltre che sociale e culturale, che l’Europa, e con essa l’Italia, si trova di fronte; quello che ne mette in crisi la coesione sia tra gli Stati membri che all’interno di ogni paese; e che continuerà a sussistere nei prossimi decenni, perché nasce da processi epocali.

Non è casuale che nei numerosi interventi a favore dell’uscita dall’euro o dall’Unione europea, il tema dei profughi non venga mai toccato; oppure vi si accenni di sfuggita, alla fine del ragionamento, senza rendersi conto che invece è il perno intorno a cui ruota e si qualifica ogni prospettiva politica di cambiamento radicale. Il presupposto tacito di questo approccio è che le questioni dell’euro, dell’austerity, della sovranità monetaria possano essere affrontate isolandole dal contesto sociale e geopolitico in cui sono nate e si sono sviluppate, come se il campo economico fosse dotato di leggi proprie, quelle del mercato, che si insegnano all’università, e che “valgono” sempre: sia in presenza di politiche cosiddette liberiste che di politiche interventiste. Di qui la tesi che esistano due sovranismi: uno di destra e uno di sinistra; e che si distinguano tra loro non tanto per le diverse misure economiche che propongono, ma solo per le opzioni in campo sociale e politico.

Ma la questione dei profughi è una questione europea, che può essere affrontata solo a livello europeo. Sbarcano, se non annegano nel Mediterraneo, in Italia – come sbarcavano e torneranno a sbarcare in Grecia, non appena Erdogan avrà perso interesse ai buoni rapporti con l’Unione – perché sono i loro punti di approdo; ma la loro meta è l’Europa, dove Italia e Grecia sono e restano i paesi meno appetibili: quelli che fino a un anno fa, per la maggior parte di loro, erano solo paesi di transito; poi le frontiere interne dell’Unione, quelle che il trattato di Schengen dovrebbe tenere aperte, si sono chiuse e quell’umanità dolente ha cominciato ad accumularsi nel nostro paese. Accumularsi è il termine giusto, perché le autorità italiane la trattano come “cose”: da stoccare in qualche modo in attesa di potersene liberare. In Grecia, per ora, non ne arrivano quasi più; ma anche lì ne sono rimasti “intrappolati” più di 60mila.

Che fare? L’Europa ha la possibilità e l’interesse ad accoglierli tutti: perde, per calo demografico, tre milioni di abitanti all’anno e ha – e avrà sempre più – bisogno di rimpiazzarli per motivi sia economici che sociali e culturali; per non diventare un continente di vecchi, in declino economico, ripiegato su se stesso, culturalmente sclerotizzato, geo-politicamente isolato. Perché la trasformazione del continente in fortezza è bidirezionale. Respingere profughi e migranti, posto che sia possibile, significa ributtarli tra le braccia dei governi, delle bande armate, del degrado sociale e ambientale da cui sono fuggiti; trasformarli in ostaggi o reclute delle forze in campo. Ma significa anche rendere tutti quei paesi off limits per gli europei: chi potrà più andare di persona a fare investimenti, o cooperazione, o turismo, o “scambi culturali” nelle regioni controllate da uno Stato Islamico?

Poi ci sono più di 40 milioni di cittadini europei o di immigrati residenti in Europa che appartengono a comunità religiose o linguistiche in qualche modo legate ai paesi da cui provengono quei profughi. Trattarli come cose da respingere al mittente significa rinfocolare in quelle comunità sentimenti di estraneità e reazioni di ripulsa e di vendetta di cui le stragi che hanno insanguinato il continente sono solo le prime avvisaglie. Continuare su questa strada significa rendere la convivenza in Europa sempre più difficile, alimentando paure e reazioni difensive che sconfineranno sempre più in aperto razzismo.

Per questo la lotta per l’accoglienza e l’inclusione dei profughi che arrivano o cercano di arrivare in Europa va condotta a livello europeo, unendo tutte le forze che si stanno mobilitando contro i respingimenti – e che non sono poche, anche se non hanno voce sui media – in una prospettiva che è al tempo stesso culturale, sociale, politica ed economica: perché esige un cambio di passo nelle politiche economiche al solo livello, quello europeo, in grado di rendere efficace, in termini di occupazione, di redditi e di welfare, la lotta contro l’austerità.

E’ l’austerità, infatti – quella che ha creato 25 milioni di disoccupati tra i cittadini europei – ad aver reso l’arrivo dei profughi un problema, mentre prima della crisi un numero molto maggiore di cosiddetti “migranti economici” veniva non solo accolto e inserito nella società, ma anche richiesto e apprezzato dai datori di lavoro.

L’alternativa a questo irrinunciabile cambio di passo è respingere, o cercare di respingere, o far credere – per meschine ragioni elettorali – di poter respingere; cioè lavorare per estendere a tutti i paesi del Medioriente e dell’Africa centrosettentrionale da cui provengono i profughi diretti in Europa accordi analoghi a quello con la Turchia. Un disegno feroce che equivale a condannare a morte, o a violenze e soprusi di ogni genere, o all’inedia o, nella migliore delle ipotesi, a riprendere da capo la strada da cui sono stati riportati indietro, tutti i profughi che si sarà riusciti a respingere o a “rimpatriare”.

Se non è razzismo questo, che cosa è mai il razzismo? Ma è anche un disegno, come già si intravvede, troppo complesso e impegnativo, oltre che cinico e criminale, per andare in porto: quei paesi non sono la Turchia; in molti ci sono persino Governi che non governano. Senza contare che anche l’accordo con la Turchia è molto precario. Da un momento all’altro Erdogan potrebbe rovesciare in Europa i “suoi” tre milioni di profughi in un colpo solo…

In ogni caso, una volta fuori dall’euro e dall’Unione europea per tutte le forze che lottano per un mondo diverso sarà impossibile anche solo battersi per una politica comune di accoglienza in Europa. Le frontiere al Brennero, a Ventimiglia, a Como, già oggi chiuse, non si apriranno più e sull’Italia, lasciata sostanzialmente sola, verrà scaricato, ben più di quanto già non succeda ora, tutto il peso e l’orrore delle attività operative e delle responsabilità politiche dei respingimenti. E’ questo che vogliamo?
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