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sabato 4 febbraio 2017

Sinistra italiana e centro-sinistra

Forse la critica più rilevante che una parte di Sinistra Italiana muove al gruppo dirigente impegnato a svolgere il suo congresso fondativo ... (segue)


Forse la critica più rilevante che una parte di Sinistra Italiana muove al gruppo dirigente impegnato a svolgere il suo congresso fondativo è quella di un rischio di chiusura minoritaria. Una preoccupazione che appare anche ragionevole, visti gli esiti di tanti tentativi falliti nel recente passato. Ma tale preoccupazione è essa stessa miope e minoritaria, assai più di quanto non appaia a prima vista. Essa infatti guarda solo al breve periodo, agli esiti elettorali prossimi, alla frazione di presenze possibili in Parlamento nell’immediato futuro. Esattamente le preoccupazioni, tutte inclinate sull’immediato, nate sotto urgenze elettorali, che hanno fatto fallire, più o meno, tutti i precedenti tentativi di creare un soggetto politico di sinistra.

Non che la consistenza elettorale e la presenza in Parlamento siano elementi che un nascente partito politico debba trascurare. Ma essi non possono costituire gli aspetti condizionanti della sua nascita e del suo progetto generale. Un nuovo soggetto politico non può vincolarsi sin dalla fondazione ai problemi tattici del momento, e deve proiettarsi in una temporalità che scavalca il calendario delle tornate elettorali.

Perché il suo problema e il nostro, quello dell'Italia intera, non è la percentuale di consensi che riuscirà a ottenere alle prossime elezioni. E’ la creazione di un forza capace di rimettere in moto il conflitto anticapitalistico, di ridare protagonismo politico ai lavoratori, ai giovani e al ceto medio impoverito, senza cui il declino del paese sarà irrimediabile.

Certo, non si può ignorare che l’iniziativa di D’Alema e compagni sta creando un nuovo scenario. Ma attenzione: si tratta di una iniziativa a suo modo disperata, resa peraltro necessaria dall’avventurismo del loro segretario. Quel Matteo Renzi che tanti in Italia avevano scambiato per uno statista. Un tentativo che si svolge all’interno di un’area politica moderata su cui occorrerebbe esprimere un giudizio storico-politico. I tanti che oggi invocano la nascita di un nuovo centro-sinistra dovrebbero infatti rammentarsi che per realizzarlo occorrerebbe la presenza di un partito di sinistra. Che non c’è. E’ esattamente quel che sta cercando di fare Sinistra Italiana.

E’ dunque un errore pretendere che una nuova formazione, nata per affrontare un lavoro di lunga lena, si inceppi nelle questioni tattiche delle alleanze prossime venture. Per fare quale politica, con quale prospettiva strategica? E’ un errore che nasce da una inadeguatezza storiografica, teorica e culturale che ancora pesa in tanti settori della sinistra, tradizionale e non, incapaci di un bilancio sereno di quanto è accaduto negli ultimi 30 anni. Oggi un tale bilancio è possibile trarlo molto più agevolmente che non dieci anni fa. Perché quel che è accaduto è facile da interpretare: la sinistra storica, non solo quella italiana, ma anche quella delle socialdemocrazie europee, ha di fatto abbandonato il suo tradizionale insediamento sociale (classe operaia e ceti medi e popolari) e ha salvato se stessa come ceto, mettendosi alla testa del processo della globalizzazione, favorendolo, talora anticipandolo (riforme del mercato del lavoro a partire da Treu e Schroeder, liberalizzazione dei capitali, a partire da Mitterand, ecc). Ancora oggi essa pratica un riformismo caritatevole, direi di riparazione.

Il capitalismo avanza lacerando e frantumando il tessuto sociale e la sinistra cerca di lenire gli esiti di quanto avviene con politiche alla giornata di puro tamponamento. È significativo che nel suo linguaggio non sia più presente la parola capitale, capitalismo e soprattutto lotta anticapitalistica. La globalizzazione ha generato un mondo di vincenti e di perdenti, il ceto politico della sinistra, appunto in quanto ceto, appartiene ai vincenti, malgrado la sconfitta storica dei ceti che un tempo rappresentava, malgrado il fallimento di fatto delle sue politiche. 

 C’è un’ altro aspetto grave di questa storia, segnata da una catastrofe teorico-culturale di vasta portata. Un aspetto che dovrebbe consigliare ogni sincero democratico a guardare con simpatia il tentativo di SI di costituire una forza antagonista ma aperta e non settaria, radicale nella visione e riformatrice nella prassi, un nuovo gruppo dirigente che sappia leggere in profondità i caratteri dirompenti del capitalismo attuale, che si propone di mostrare alle nuove generazioni e ai tanti italiani smarriti che una alternativa è possibile. E che non è quella dei 5S. 

Il PD è il partito che ha firmato tutti i trattati europei, che ha sottoscritto la nascita dell’euro, che ha inserito in Costituzione il vincolo di bilancio, che ha autorizzato il fiscal compact, che ha insomma avuto un ruolo rilevante nel costruire l’architettura giuridica e finanziaria dell’Unione. Tale architettura, con ogni evidenza, oggi appare come un’ipoteca sull’avvenire del nostro Paese. L’euro, riconosciuto da economisti premi Nobel come un errore fondativo dell’Unione, è ormai considerato da un’opinione pubblica maggioritaria una trappola che assicura l’egemonia della Germania e l’inesorabile declino delle economie più deboli. E allora dov’è, non l’autocritica – vecchia parola che sa di rituale espiatorio – ma una rilettura storica degli errori del passato e soprattutto il nuovo orizzonte progettuale per uscirne?

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