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martedì 7 febbraio 2017

Si prepara, per la prima volta, un 8 marzo di lotta

Fra un mese. Le donne di 22 paesi unite in un 8 marzo di lotta «Da marea a oceano. Siamo tempesta. E nessuno scoglio ci potrà fermare». Articoli di Geraldina Colotti e Bia Sarasini, il manifesto, 7 febbraio 2017

NON UNA DI MENO:
«SIAMO PRONTE A BLOCCARE IL PAESE»
di Geraldina Colotti


Sul pullman che da Roma ci porta a Bologna, l’età media non supera i 25 anni, con qualche punta verso il basso o verso l’alto: si va dai piccolissimi che impongono a tutte di rispettarne il sonnellino, a qualcuna più avanti con gli anni. Sui piccoli schermi compaiono le immagini di Zootropolis, il nuovo cartone animato targato Disney che ha per protagonista una coniglietta-poliziotta. «Ma è ’na guardia», esclamano in molte, e parte un coro di «buuh». Sul pullman stracolmo, tutte realtà autogestite, centri sociali, sindacaliste di base o centri anti-violenza che lavorano con le migranti. Marta prende il microfono e dispensa le informazioni di viaggio e gli appuntamenti che ci attendono…

All’università di Bologna, la partecipazione ai tavoli è maggiore di quella di Roma, il giorno dopo la grande manifestazione del 26 novembre, che ha portato in piazza oltre 200.000 persone. Allora, si era più di 1200, in questo fine settimana, circa 2000. Gli 8 tavoli tematici sono gli stessi stabiliti a Roma: Piano Legislativo e Giuridico; Lavoro e Welfare; Educazione alle differenze, all’affettività e alla sessualità: la formazione come strumento di prevenzione e di contrasto alla violenza di genere; Femminismo migrante; Sessismo nei movimenti; Diritto alla salute sessuale e riproduttiva; Narrazione della violenza attraverso i media; Percorsi di fuoriuscita dalla violenza. La discussione – a volte animata ma inclusiva – si protrae anche oltre «l’allarme» di chiusura, annunciato ossessivamente dagli altoparlanti dell’istituto alle 18.

Alla plenaria – aula magna stracolma e diretta streeming per chi si trova sopra in un’altra sala – si presentano le sintesi dei tavoli, temi e proposte per lo sciopero globale dell’8 marzo: astensione da ogni attività produttiva e riproduttiva e anche dal consumo. Uno sciopero generale di 24 ore, «dentro e fuori i luoghi di lavoro; per le precarie, le occupate, le disoccupate e le pensionate; le donne senza salario e quelle che prendono un sussidio; le donne con o senza il passaporto italiano; le lavoratrici in proprio e le studentesse; nelle case, per le strade, nelle scuole, nei mercati, nei quartieri».

La sfida politica del «nuovo sciopero femminista» è stata lanciata anche ai sindacati. Quelli di base, come Cobas e Usb, hanno aderito, ma è in corso la discussione per far convergere sull’8 marzo, come vorrebbero le donne, anche la seconda data di astensione dal lavoro nel comparto scuola, stabilita per il 17, di cui si condividono i contenuti. Molte, infatti, le proposte provenienti dal tavolo su Educazione e formazione. L’educazione di genere, necessaria a tutti i livelli del percorso scolastico, «non è una materia, ma una postura politica e culturale per prevenire la violenza maschile». Per l’8 marzo, si porteranno «le lezioni in piazza», per denunciare la violenza sistemica del patriarcato, quella del capitalismo e del neocolonialismo, per «costruire ponti e non frontiere».

Impossibile dar conto della pluralità di percorsi e di voci che cercano tonalità comuni, ri-nominando antichi nodi e nuovi problemi in un’ottica femminista. Radicale la critica al cosiddetto sistema dell’accoglienza, basato su logiche securitarie e sulle deportazioni. L’orizzonte è quello di un mondo senza permessi o respingimenti, la barra viene posta in alto ma gli obiettivi sono concreti: cittadinanza, permesso senza condizioni e condizionamenti familiari per le migranti, adempimento degli obblighi stabiliti dalla Convenzione Oil per le lavoratrici domestiche, abolizione dell’«obiezione di coscienza» in ospedali e strutture pubbliche, rilancio politico dei consultori…

«Con o senza sindacati, bloccheremo il paese. Non un’ora di meno», si è detto nelle conclusioni, comunque in divenire: perché il percorso non si ferma all’8 marzo. L’appuntamento sarà per il 22 e 23 aprile a Roma. L’obiettivo è quello di far convergere pratiche e riflessioni nella stesura di un Piano femminista antiviolenza da presentare alle istituzioni. Un nuovo movimento connesso a livello internazionale. Allo sciopero, che ha preso avvio dalla proposta delle donne argentine, a ottobre dell’anno scorso, hanno già aderito oltre 30 paesi. Nel solco delle polacche, che hanno innescato il movimento, le argentine hanno scelto il nero per riconoscersi. In Italia, per lo sciopero e per i percorsi che lo prepareranno nei territori, i colori saranno due: il nero e il fucsia. «Da marea a oceano. Siamo tempesta. E nessuno scoglio ci potrà fermare»


DONNE IN SCIOPERO,
DENTRO E FUORI LE MURA DOMESTICHE
di Bia Sarasini


Sarà un gran giorno, l’8 marzo 2017. Sulla base dello slogan “Se la mia vita non vale, io sciopero” in ben 23 paesi, compreso il nostro, è indetto un “sciopero delle donne”. Uno sciopero che non è solo simbolico, ma reale. L’obiettivo è fermare tutto, bloccare il Paese.

In Italia e non solo. Di questo hanno parlato le duemila donne riunite in assemblea a Bologna, lo scorso weekend, convocate da NonUnaDiMeno, il coordinamento di collettivi e organizzazioni che già il 26 novembre ha portato almeno 400.000 donne a manifestare a Roma contro la violenza maschile. Ma ci saranno ben 22 paesi in sciopero, l’8 marzo. Tutto parte dall’Argentina, ultimi ad aderire gli Stati Uniti, sulla spinta della “Women’s March on Washington” del 26 gennaio scorso. Un appassionato confronto, a Bologna, sui temi della violenza contro le donne, si è preparato il piano-antiviolenza, e sui temi dello sciopero. Cosa vuol dire scioperare? Chi partecipa, come si indice?

E se va notato, ancora una volta, che l’informazione mainstream ha mancato un evento politico di prima grandezza – del resto anche la marcia statunitense è stata attivata dai social, non da tv e da carta stampata – sarebbe un peccato che la sottovalutazione mediatica trascinasse con sé anche una sottovalutazione politica. Cosa è questo sciopero? Come si mette in pratica?

Bisognerà ricordare che in Polonia, nel “black monday” del 3 ottobre 2016, nella loro azione contro la minaccia di una legge che vietasse del tutto l’aborto, le donne polacche dissero: se ci fermiamo noi si ferma tutto. Come è effettivamente è successo. Questo vuol dire sciopero delle donne, in un mondo in cui il lavoro si è completamente trasformato. Mettere tutti in condizione di guardare cosa è il lavoro, oggi. Chi più di una donna sa che il lavoro è precario, sfaccettato e spezzettato, e investe direttamente la vita? Chi può saperlo meglio di chi è stata obbligata da sempre al lavoro di cura, per di più gratuito?

C’erano molti uomini, perlopiù ragazzi ovviamente, all’assemblea. Alcuni provenienti dal mondo queer, perché lo sciopero è anche uno sciopero dai generi, dagli stereotipi e dai ruoli obbligati. Uno dei modi per metterlo in pratica sarà il kindergarten gestito dai compagni, un accudimento dei bambini già messo in pratica durante l’assemblea. Ma lo sciopero, è stato ripetuto in tanti interventi, è sospensione, astensione. Blocco delle attività. Di tutti i tipi. Per esempio dall’insegnamento ma anche dal portare i bambini a scuola. Con l’attivazione di fondi di solidarietà, per permettere a tutte di scioperare. E qui sta il nodo centrale. Per astenersi dal lavoro, per chi lavora a contratto, occorre che lo sciopero sia indetto. Erano presenti molte sindacaliste, soprattutto Usb e Cobas, anche se non mancavano iscritte alle confederazioni, soprattutto Fiom. C’è una forte pretesa di attenzione, da parte dell’assemblea, rivolta a tutte le sigle sindacali. Come è giusto, si tratta della più importante manifestazione politica sul lavoro prevista nei prossimi mesi.

La scelta è stata di non mobilitarsi per una manifestazione nazionale. Si sciopererà insieme nelle città. Per bloccarle. Contro la violenza maschile, contro il neocapitalismo che di questa violenza è permeato, contro il dominio che entra nelle pieghe della vita quotidiana. In Italia contro il jobs act, contro la cancellazione dei diritti. Fondamentale è riconoscere che sono le donne a guidare la lotta per un lavoro diverso, oggi. L’esperienza diretta, nella propria vita, della violenza e dell’ingiustizia è forza viva, trascinante. Il coraggio è ascoltarla.

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