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sabato 11 febbraio 2017

Nuovi provvedimenti per respingere meglio chi fugge dall'inferno

Il cuore e il cervello dei governanti italiani continuano a rimpicciolirsi. Ciò che resta del secondo viene impiegato per per irrigidire le barriere e rendere schiavi chi riesce a superarle. Articoli di Leo Loncari e Alessandro Dal Lago. il manifesto, 11 febbraio 2017


RIMPATRI, LAVORO E MENO DIRITTI
PER I RICHIEDENTI ASILO
di Leo Lancari

«I buttafuori. Il governo vara un decreto con le nuove misure sull’immigrazione. Tolto un grado di giudizio nell’esame delle domande di protezione»

Un taglio netto ai diritti di quanti chiedono asilo in Italia, accelerazione dei rimpatri per i quali sono stati raddoppiati i fondi e riapertura dei fallimentari Centri di identificazione ed espulsione, che però da oggi si chiameranno Centri permanenti per i rimpatri per i quali sono stati anche aumentati i tempi massimi di detenzione, passati dagli attuali 90 giorni previsti per i Cie a 135.
Con un decreto legge il governo vara il pacchetto sull’immigrazione messo a punto dal ministro degli Interni Marco Minniti e presentato nei giorni scorsi in parlamento. «L’obiettivo strategico non è chiudere le nostre porte ma trasformare sempre più i flussi migratori da fenomeno irregolare a fenomeno regolare, in cui non si mette a rischio la vita ma si arriva in modo sicuro nei nostri paesi e in maniera controllata», ha detto il premier Paolo Gentiloni presentando il provvedimento. Dimenticando, però, di spiegare quali sarebbero le vie sicure per arrivare in Europa visto che, dall’accordo con la Turchia a quello con la Libia (in bilico prima ancora di cominciare), gli sforzi europei sembrano concentrati soprattutto nel fermare le partenze dei barconi carichi di disperati.

TEMPI RAPIDI PER L’ASILO. Salvo modifiche in futuro il profugo che si vedrà respingere la richiesta di asilo per un ripensamento potrà contare solo sulla Cassazione. Per «ridurre i tempi» dell’esame delle domande, il governo ha infatti pensato bene di sopprimere un grado di giudizio. «C’è un’emergenza e non ci possiamo permettere che i tempi del processo ci sfuggano di mano determinando effetti su forze dell’ordine e Comuni», ha spiegato il ministro della Giustizia Andrea Orlando. Sempre per velocizzare i tempi è prevista l’assunzione di 250 specialisti da utilizzare nelle commissioni di esame (10,2 milioni l’anno la spesa prevista) e verranno istituite in 14 tribunali ordinari altrettante sezioni specializzate con giudici dedicati a questa attività. «E’ utile intervenire con urgenza sull’impatto del fenomeno migratorio sulla giurisdizione – ha proseguito Orlando – perché i tempi del riconoscimento dello status di profughi stanno crescendo: da 167 a 268 giorni». Una lentezza dovuta anche alla complessità dei casi da esaminare (e che per questo richiederebbero maggiori garanzie) , come ammette lo stesso Guardasigilli. «Comprendere se c’è un presupposto dell’asilo o meno è più complicato rispetto ai tempi in cui i luoghi di provenienza dei migranti erano meno».

CENTRI PER I RIMPATRI Vanno a sostituire i vecchi Cie e ce ne sarà uno in ogni regione per un totale di 1.600 posti. I tempi di detenzione passano dagli attuali 90 a 135 giorni e nei Cpr potrà essere internato, fino a tre mesi, anche chi, rintracciato sul territorio si rifiuta di farsi rilevare le impronte digitali. Il governo ha anche stanziato 19,5 milioni di euro in più per i respingimenti, mentre i garanti per i detenuti avranno libero accesso nei Cpr per effettuare dei controlli.

LAVORI SOCIALMENTE UTILI I richiedenti asilo potranno essere impiegati in «lavori di utilità sociale a favore della collettività». E’ previsto che, grazie all’utilizzo di fondi europei, i Comuni possano dar vita insieme alle organizzazioni del terzo settore a progetti che prevedano l’impiego volontario dei richiedenti asilo (per i quali è prevista una copertura assicurativa).

BARCONI Il decreto prevede infine che al termine delle operazioni di soccorso dei migranti il comandante dell’unità milita intervenuta possa procedere all’affondamento del barcone sul quale viaggiavano i migranti per poi trasmettere nelle 48 ore successive il verbale dell’operazione al pubblico ministero competente.

L’affondamento dell’imbarcazione è possibile «nei casi eccezionali in cui tale misura risulti indispensabile per fronteggiare un pericolo concreto» e per la sicurezza della navigazione.
Giudizio favorevole al decreto è stato espresso dal responsabile Immigrazione dell’Anci e sindaco di Prato Matteo Biffoni. «Sono previste una serie di misure sulle quali come Anci avevamo insistito negli scorsi mesi, e che adesso guadagnano concretezza», ha spiegato. Un giudizio diametralmente opposto a quello espresso dal presidente del Centro Astalli, padre Camillo Ripamonti, per il quale «si è molto concentrati sul velocizzare espulsioni e rimpatri di chi soggiorna illegalmente ma non si affronta il tema principale: le quote di ingresso dei lavoratori migranti non vengono attivate ormai da diversi anni. Non esistono – conclude padre Ripamonti – vie legali per arrivare a chiedere asilo in sicurezza».


MENO DIRITTI AI MIGRANTI
PER TACITARE LE DESTRE
di Alessandro Dal Lago

«Governo. Questo decreto non è che il tentativo di rendere meno visibili i Cie per tacitare la cordata Grillo-Salvini-Meloni e ingraziarsi l’Europa: vi facciamo vedere come siamo efficienti e severi con i clandestini»

Il decreto sull’immigrazione varato ieri dal Consiglio dei ministri (insieme all’altro, immancabile, sulla sicurezza urbana) segue le iniziative del ministro Minniti in tema di blocco degli sbarchi (accordi con Libia, Niger ecc.). E come queste, è destinato al fallimento. Ovviamente, sulla pelle di migranti e profughi.
Il decreto, in sostanza, prevede due tipi di misure: lo «snellimento» delle procedure di riconoscimento del diritto d’asilo e la «razionalizzazione» dei Cie, che da oggi vengono denominati Cpr, Centri permanenti per il rimpatrio. La tendenza tipicamente governativa di cercare di risolvere i problemi cambiando nomi e sigle è soddisfatta ancora una volta.

Un tempo c’erano i Cpt (Centri di permanenza temporanea), un ossimoro grandioso, come se le prigioni fossero chiamate, che so, centri di libertà internata. Poi sono arrivati i Cie (Centri di identificazione ed espulsione), che però fanno troppo repressione indiscriminata.

E ora, in modo più sensibile ai diritti umani verbali, si parla di «rimpatrio», come se profughi e migranti non vedessero l’ora di tornare a casa, sotto le bombe.
Ma iniziamo dall’asilo. Come ha chiarito il ministro Orlando, il rifiuto dell’accoglienza come profughi «non è reclamabile», se non in Cassazione. Quindi niente appello. Il che significa semplicemente che un profugo proveniente dalla Nigeria può vedersi respinta la domanda, andarsene in un Cpr, starci un bel po’, essere espulso in Libia, preso in carico da qualche banda armata al servizio del governo Serraji, e poi sparire in un prigione libica (dove sono documentate violenze di ogni tipo, dagli stupri e agli omicidi). È da qui che farà ricorso in Cassazione?

Quanto ai Cpr, si prevedono centri in ogni regione per complessivi 1.600 posti. Ora, qui c’è qualcosa che non torna proprio. Secondo dati del Ministero degli interni, su 41.000 irregolari rintracciati nel 2016, 22.000 non sono stati espulsi o allontanati alle frontiere. Per non parlare di chi non è stato rintracciato (perché finito nel lavoro nero, nelle campagne ecc.).

E per tutta questa gente dovrebbero bastare 1.600 posti? Ma si tratterà di permanenze brevi, obietta Minniti, che ama, anche lui, gli ossimori. Ma se la massima permanenza prevista è di 90 giorni, chi garantisce che in poco tempo i Cpr non si gonfino, rendendo le condizioni di vita degli internati ancora più tragiche di quanto non siano nei Cie? Non lo garantisce proprio nessuno, neppure il misterioso «garante dei migranti», di cui non si conoscono poteri e giurisdizione.

E poi c’è quella norma che prevede la possibilità per i comuni di impiegare i migranti «su base volontaria» per lavori «socialmente utili», per rendere l’attesa (di che cosa?) meno snervante. Come dire, lavora gratis che ti passa la noia. Dietro questa norma, io vedo - chissà perché - il contributo del ministro Poletti. In sostanza, migranti e richiedenti asilo diventano dei voucher umani che i comuni possono spendere per pulire le strade, cancellare i graffiti dai muri e così via. Risparmiando così risorse umane e materiali.

Un piccolo contributo degli stranieri alla diminuzione della spesa pubblica del generoso paese che li accoglie. Ma resta il fatto che la servitù è servitù, anche quando è volontaria.


Questo decreto non è che il tentativo di rendere meno visibili i Cie per tacitare la cordata Grillo-Salvini-Meloni e ingraziarsi l’Europa. Visto che gli altri paesi non ricollocano i migranti che arrivano da noi, vi facciamo vedere come siamo efficienti e severi con i clandestini. Così, magari, ci condonate un altro decimale del deficit.
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