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martedì 28 febbraio 2017

Netanyahu insiste: ai palestinesi solo uno Stato senza sovranità

«Il premier israeliano lo avrebbe ribadito durante un colloquio con la ministra degli esteri australiana Bishop. Intanto torna la tensione a Gaza. L'aviazione israeliana colpisce obiettivi di Hamas dopo il lancio di un razzo».Nell'icona bomba israeliana a Gaza. il manifesto, 28 febbraio 2017


È uno Stato a sovranità limitata – una sorta di Portorico del Medio Oriente? – quello che Benyamin Netanyahu ha in mente per i palestinesi, in ciò resterà della Cisgiordania dopo le prossime ondate espansive degli insediamenti israeliani. Secondo Radio Israele è, più o meno, questo che il premier israeliano ha spiegato alla ministra degli esteri australiana Julie Bishop che gli aveva chiesto cosa intendesse quando parla di sostegno a uno “Stato palestinese”. Netanyahu, in visita ufficiale per quattro in Australia, ha aggiunto che l’insistenza di Israele a mantenere il controllo di sicurezza di tutta l’area deriva dai “fallimenti” delle forze internazionali chiamate ai confini del Paese. E non è passata inosservata la mancanza di riferimenti alla soluzione dei Due Stati nella dichiarazione rilasciata dal primo ministro al termine dell’incontro con il suo omologo australiano Malcom Turnbull.

Netanyahu parla sempre più spesso di uno Stato palestinese “minus”, senza sovranità reale. Il via libera di Donald Trump a soluzioni “alternative” ai Due Stati ha galvanizzato il premier israeliano, spingendolo a fare una retromarcia parziale rispetto al riconoscimento che fece nel 2009 del diritto dei palestinesi all’indipendenza. In questo modo non deve rimangiarsi – come gli chiede la destra religiosa, “Casa ebraica” – quanto affermò otto anni fa e allo stesso tempo può teorizzare uno Stato-non Stato arabo tra Israele e la Valle del Giordano, ottenendo qualche iniziale ma importante consenso sulla scena internazionale. Netanyahu perciò torna alla sua teoria, resa esplicita in un editoriale apparso una ventina di anni fa sulla stampa americana – una sorta di orazione funebre degli Accordi di Oslo che lui stesso aveva contribuito ad affossare durante i suoi primi tre anni da premier (1996-99) -, sull’impossibilità per alcuni popoli di conquistare la piena autodeterminazione se ciò mette in pericolo la sicurezza di un altro popolo. Unico cruccio per il premier, almeno a dar credito a quanto riferiva ieri sera il giornale Haaretz, l’assenza, per il momento, di un accordo con Trump sulle colonie.

Le indiscrezioni della radio israeliana sul contenuto del colloquio tra Netanyahu e la ministra australiana Bishop sono giunte mentre a Ginevra il presidente palestinese Abu Mazen si rivolgeva ai rappresentanti dei Paesi nel Consiglio dell’Onu per i Diritti Umani per denunciare quello che ha descritto come il tentativo di Israele di imporre un sistema di apartheid. Ha quindi lanciato un appello per la difesa del principio dei Due Stati e a stabilire un regime di protezione internazionale che garantisca la fine della «violazione dei diritti fondamentali» del popolo palestinese. Dopo aver denunciato il terrorismo, Abu Mazen ha ribadito la «piena disponibilità a lavorare in un spirito positivo», anche con l’AmministrazioneTrump. Disponibilità destinata a cadere nel vuoto secondo le previsioni degli analisti palestinesi e di quei settori del partito Fatah e dell’Autorità nazionale palestinese che non condividono la linea “soft” scelta da Abu Mazen nei confronti della nuova Amministrazione Usa che si mostra apertamente schierata dalla parte di Tel Aviv e disinteressata ad un accordo israelo-palestinese fondato sulle legalità internazionale.

Spirano di nuovo i venti di guerra lungo le linee tra Israele e Gaza. Ieri al lancio di un razzo da parte di un gruppo salafita verso Israele – dove è caduto senza fare danni – le forze armate dello Stato ebraico hanno reagito colpendo nell’arco di due ore cinque presunti obiettivi di Hamas e del Jihad Islami a Gaza. Almeno quattro i feriti palestinesi. In serata Hamas e Israele si sono accusati reciprocamente di essere responsabili della escalation. A Gaza c’è un nuovo leader di Hamas. Si tratta di Yahya Sinwar, un esponente dell’ala militare, Ezzedin al-Qassam. Con ogni probabilità Israele ieri ha cercato di sottoporlo a un primo banco di prova per valutarne le reazioni. La risposta del movimento islamico però non è stata diversa da quella assunta in passato in circostanze simili: condanna degli attacchi israeliana senza però rispondere militarmente. Da parte sua il ministro israeliano della difesa, Avigdor Lieberman ha spiegato che Israele non ha intenzione di avviare campagne militari a Gaza. Ma – ha aggiunto – «non saremo nemmeno disposti ad accettare lanci sporadici di razzi».

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