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venerdì 3 febbraio 2017

Muraglie nel Mediterraneo

Barriere sempre più aggressive per impedire alle popolazioni il cui sfruttamento ha alimentato il nostro benessere di uscire dal loro inferno. Articoli di A.M. Merlo, F. Miraglia, A. Sciotto. il manifesto, 3 febbraio 2017



UE, COME BLOCCARE I MIGRANTI
DALLA LIBIA?
di Anna Maria Merlo

«Vertice a Malta. Alla vigilia del summit sulla crisi dei migranti per «chiudere la rotta del Mediterraneo centrale», il leader libico Serraj incontra Tusk e Gentiloni. Che avverte Roma e Bruxelles - «Siamo un paese sovrano» - e detta le sue condizioni. La Ue cerca di conciliare l'impossibile: i valori universali e il blocco degli sbarchi. Difesa comune e risposta a Trump in agenda»

PARIGI- Inizia con una seduta di lavoro sulle migrazioni nel Mediterraneo centrale – cioè dalla Libia verso l’Italia – il vertice informale dell’Unione europea, oggi a Malta. Tutti i 28 saranno attorno al tavolo, mentre la Gran Bretagna, dopo il pranzo dedicato alla situazione internazionale, sarà esclusa dalla discussione del pomeriggio, a 27, sul seguito da dare dopo l’incontro di Bratislava, lo scorso settembre, in vista del vertice di Roma del 25 marzo, per i 60 anni della costruzione europea. Conciliare l’impossibile: una riflessione sui “valori”, che vanno sottolineati e anche rilanciati in questo periodo di crisi e di sfide accresciute con Trump, mentre in pratica c’è la ricerca del modo più efficace per impedire ai migranti di imbarcarsi verso l’Europa, facendo ricorso con Frontex ad attività operative civili e militari.

Ieri, il presidente del Consiglio Ue, Donald Tusk, ha affermato che “il flusso di migranti dalla Libia verso l’Europa non è sostenibile”. Bisogna agire e il “modello” è l’azione tra Turchia e Grecia, anche se tra i paesi membri c’è chi non nasconde che la situazione umanitaria in Grecia resta preoccupante per i migranti: “l’Europa ha dimostrato di essere in grado di chiudere le rotte di immigrazione illegale, come ha fatto nel Mediterraneo orientale”, ha pero’ affermato Tusk a Bruxelles, dove ha ricordato di aver “discusso di questo esempio” con il governo italiano, perché “è ora di chiudere la rotta tra Libia e Italia”. Per Tusk, “il piano è a nostra portata, abbiamo solo bisogno di una piena determinazione per realizzarlo”.

Dopo un incontro con il libico Fayez al Sarraj a Bruxelles, ha promesso per oggi a Malta “misure operative”. Nelle principali capitali sono pero’ molto più prudenti. Quando la Germania ha deciso di concludere un accordo con la Turchia, Erdogan non aveva ancora portato l’affondo definitivo contro la democrazia anche se ieri Merkel ha visto il sultano turco diventato dittatore senza troppi stati d’animo. Per la Libia non c’è nessun fragile paravento di rispettabilità, una cooperazione diretta con il Consiglio presidenziale di Fayez al-Sarraj è complicata, anche se ha il sostegno dell’occidente, la Libia resta un paese non sicuro, c’è il conflitto con l’esercito del generale ribelle Khalifa Haftar (sostenuto da Egitto, Emirati, Russia) e l’Onu si allarma per il trattamento inumano dei migranti sul posto.

La dichiarazione di oggi a Malta cercherà cosi’ di conciliare l’impossibile: ricordare i “valori” (rispetto del diritto internazionale, umanitario ecc.) e proporre alcune misure, che saranno soprattutto un ampliamento di quelle già in parte in atto (formazione di guardiacoste, equipaggiamento, sostegno ai comitati locali sulla strada dei migranti, aiuto alle organizzazioni internazionali che operano sul posto). La Ue si interessa anche alle frontiere della Libia, da cui entrano i candidati all’emigrazione in Europa: da mesi si è intensificata la cooperazione con il Niger, da cui passa l’80% dei flussi (500 milioni di euro in cooperazione), verrà evocata la collaborazione con Tunisia e Egitto, l’aiuto allo sviluppo per Mali, Nigeria, Senegal, Sudan, con l’obiettivo di “scoraggiare” le partenze. Nella dichiarazione finale c’è un riferimento a un “migliore ritorno” dei migranti espulsi o caldamente invitati ad andarsene (alcuni paesi versano somme in denaro). Il problema è che molti paesi, Tunisia compresa, mettono ostacoli alla riammissione dei loro cittadini.

I 27 cercheranno un fronte unito di fronte alla Brexit, anche se c’è l’intenzione di evitare che questa questione assorba tutte le energie. Malta è una tappa intermedia, verso il Consiglio del 9 marzo (e poi a giugno), dove dovranno essere prese decisioni sulla difesa comune: le “tappe” per uno stato maggiore permanente, il funzionamento della rivista annuale di difesa, un aumento dei finanziamenti, dei programmi di ricerca comuni, un processo che dovrebbe venire concluso entro il 2020 e che dovrebbe essere potenziato, vista la sfida di Trump, sia per l’integrità e l’esistenza stessa della Ue, che per la Nato. Francia e Germania sperano di convincere i reticenti, il gruppo di Visegrad e i Baltici, finora aggrappati alla Nato ma che si sentono traditi da Trump. Francia e Germania vorrebbero anche convincere sulla difesa del libero scambio e degli obiettivi della Cop21 per far fronte al disordine climatico. Ai paesi del sud in crisi, la Commissione offrirà un Libro bianco, pronto per metà marzo, dove verrà promesso per la zona euro “stabilità, convergenza e crescita”.


CANALI D’INGRESSO LEGALI
PER SALVARE I MIGRANTI
di Filippo Miraglia

Il razzismo di stato del neo presidente degli Usa dimostra che i principi della democrazia moderna non sono dati una volta per tutte. Avere un sistema democratico dotato di strumenti di controllo, pesi e contrappesi, non è di per sé sufficiente a impedire che si affermino nuove forme di fascismo. Il turbo capitalismo finanziario non solo mina i principi delle costituzioni democratiche, a partire dal principio di uguaglianza, ma punta ad affermare modelli che sono l’esatto contrario della democrazia.

In un sistema democratico ciò che conta è che chiunque vinca le elezioni garantisca i diritti di tutti, in primo luogo quelli delle minoranze. I giudici da soli non possono rimediare ai guasti della politica, come si vede nel caso dei provvedimenti firmati da Trump, contro i quali si è per fortuna levata una grande protesta popolare.

Intanto cresce la rabbia di chi ha visto peggiorare le proprie condizioni di vita, rabbia che viene strumentalmente indirizzata verso l’immigrazione e il mondo islamico, vittime di continue campagne razziste e oggi principali capri espiatori nel dibattito pubblico. In Europa e in Italia ci sono state reazioni anche molto critiche alle decisioni del presidente americano, mentre la destra xenofoba si augurava che simili misure venissero adottate anche da noi.

Le istituzioni europee e i governi, al di là delle parole di sdegno, in realtà stanno da tempo muovendosi nella stessa direzione. L’accordo con la Turchia è servito a impedire ai rifugiati siriani e iracheni (due dei Paesi colpiti dal provvedimento di Trump) di arrivare in Europa. Venerdì prossimo, a La Valletta, capi di Stato e di governo dell’Ue s’incontreranno per discutere di flussi migratori nel mediterraneo centrale.

L’obiettivo, dopo aver chiuso la rotta balcanica, è quello di chiudere anche la rotta che passa dalla Libia, stanziando 200 milioni di euro per formare ed equipaggiare la guardia costiera libica e per favorire i ritorni volontari dei migranti verso i Paesi d’origine. Un finanziamento che viene ipocritamente presentato all’interno di un quadro di cooperazione internazionale.

La verità è che, come per l’accordo con la Turchia, si vogliono esternalizzare le nostre frontiere, chiedendo all’instabile governo libico di fermare l’immigrazione per conto dell’Ue. E presentando questa operazione come una forma di aiuto ai Paesi d’origine o transito dei migranti.

In questo quadro, il Fondo italiano per l’Africa, così come in generale gli aiuti allo sviluppo, rischiano di diventare lo strumento per finanziare accordi con governi o regimi che si impegnino ad attuare politiche aggressive di controllo delle frontiere e contenimento dei flussi. Questa sarà probabilmente la linea che verrà confermata dal prossimo vertice a La Valletta, un favore ai regimi dittatoriali e ai trafficanti di esseri umani.

I fondi per la cooperazione dovrebbero invece essere condizionati al rispetto dei diritti umani, introducendo per legge una clausola in tal senso. Non si vuole prendere atto che l’emigrazione rappresenta, con le rimesse e con le relazioni che s’innescano, il principale fattore di sviluppo delle comunità locali nei Paesi di provenienza. Bisogna scegliere se promuovere quella legale o favorire quella irregolare, come è stato finora.

E importante che il governo italiano usi il Fondo Africa per far fronte alle cause che determinano i fenomeni migratori, sostenendo attivamente le comunità locali, incentivando le loro economie, producendo occupazione, difendendo i diritti umani.

Va valorizzato il ruolo delle Ong (Organizzazioni non governative) come soggetti attuatori delle azioni di solidarietà, aiuto umanitario e di sviluppo comunitario che il Fondo metterà in campo. Deve essere garantito l’accesso alla procedura d’asilo a chiunque ne faccia richiesta, così come prevedono la legge e la Costituzione. È infine necessario che il Parlamento vigili attentamente sui contenuti del decreto d’implementazione del Fondo per l’Africa e in particolare sugli aspetti che riguardano i diritti e le libertà delle persone.

Si impedisca all’Ue di criminalizzare le organizzazioni umanitarie che operano al largo della Libia per mettere in salvo le persone in cerca di protezione e si cancelli qualsiasi forma di guerra ai migranti praticata impiegando le nostre forze armate o quelle di altri Paesi. Solo realizzando canali d’ingresso sicuri e legali si può salvaguardare la vita delle persone, combattere scafisti e trafficanti, fermare la tragica conta delle morti nel Mediterraneo.


«BASTA MURI, UN FONDO UE PER I MIGRANTI».
IL PATTO DELLA UIL A LAMPEDUSA
di Antonio Sciotto


«L'iniziativa. Accordo con sette sindacati dei paesi mediterranei, presenti anche i rappresentanti di quattro religioni. Barbagallo: «I lavoratori possono fare da pacificatori e sostenere lo sviluppo». La sindaca Nicolini: La nostra isola simbolo di accoglienza è un orgoglio»

Stop ai muri e alle barricate, l’Italia, l’Europa, i paesi mediterranei devono allearsi per un’accoglienza intelligente e solidale dei migranti. Il messaggio arriva da Lampedusa, dove ieri si è tenuto «Per un mare di pace e di lavoro», iniziativa della Uil con i sindacati di Israele e della Palestina, Tunisia (con Hassine Abbassi, premio Nobel 2015 per la Pace), Algeria, Marocco, Egitto, Libia (con Nermin Sharif, la prima donna leader di un paese del Nord Africa). Con loro anche i rappresentanti di quattro religioni. Gli otto sindacati hanno firmato l’Accordo di Lampedusa, che oltre ai principi contiene anche iniziative concrete.

L’Accordo di Lampedusa chiede alla Ces (confederazione europea dei sindacati) di «proporre all’Unione europea l’istituzione di un Fondo in cui tutti i Paesi membri facciano confluire risorse derivanti da forme di solidarietà fiscale – sul modello dell’8 per mille – da destinare alla realizzazione di progetti idonei a creare lavoro in quelle zone prostrate dall’indigenza, dalla povertà e dalla guerra. La Ue dovrà farsi carico del coordinamento e della gestione di tale attività di sostegno alla crescita».

La Uil, dal canto suo, ha preso un ulteriore impegno, da realizzare nei diversi paesi grazie alla collaborazione dei sindacati ospiti: istituirà uffici o punti di Patronato, con l’obiettivo di limitare i casi di immigrazione offrendo assistenza e tutela alle persone coinvolte. Verrebbero poi realizzati, in loco, «corsi di formazione per l’apprendimento di specifiche mansioni o di rudimenti e tecniche di auto-imprenditorialità che i lavoratori formati potrebbero mettere a frutto, quando le condizioni lo consentissero, nei Paesi di origine o, secondo indirizzi preventivamente individuati, in Paesi dell’Unione europea».

«Per un mare di pace e di lavoro» verrà replicato ogni anno in uno dei paesi firmatari, possibilmente lo stesso 2 febbraio, ma c’è l’obiettivo di allargare la sua rete anche ad altri paesi del Mediterraneo come Spagna, Grecia e Turchia, e agli altri sindacati italiani.

«Non si possono sperperare risorse per la costruzione di muri e barriere – ha spiegato il segretario generale della Uil Carmelo Barbagallo – Bisogna puntare al contrario sulla cooperazione, la partecipazione e l’inclusione. Solo così cominceremo ad aprire una nuova strada per la pace, la coesione e il lavoro nel mondo. La Uil ha lanciato un progetto di cooperazione con quegli stessi paesi da cui i migranti sono costretti a fuggire per i conflitti, la povertà e la fame. Il sindacato può e deve assumersi le proprie responsabilità, svolgendo il ruolo di pacificazione e di sviluppo economico».

Se si riuscirà a creare il Fondo europeo sollecitato dal sindacato, esso si andrà ad aggiungere ad altre importanti iniziative per i migranti finanziate proprio dall’8 per mille: come i già collaudati Corridoi umanitari messi in campo dalla Comunità di Sant’Egidio, la Federazione delle chiese evangeliche e la Chiesa valdese.

L’Accordo di Lampedusa è stato salutato con favore dalla sindaca dell’isola, Giusi Nicolini: «Siamo persone normali, cittadini, pescatori, gente che vive di turismo – ha detto – Un’isola da cui anche gli abitanti volevano scappare. Ma oggi c’è il nostro orgoglio: l’orgoglio che come sindaco ho della mia isola e della mia gente. Lampedusa oggi è un ponte, è un esempio – ha concluso – e può dare un esempio diverso. È stata lasciata sola in Europa, e sola nel suo contesto nazionale, dove ogni giorno vediamo l’esempio di altre città che invece fanno barricate. Di accoglienza non si muore».
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