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Ogni anno, 8 milioni di tonnellate di plastica, insieme ad altri rifiuti più o meno pericolosi, inquinano il mare, motore del clima nel nostro pianeta, unica fonte di sostentamento per diverse popolazioni e immenso serbatoio di biodiversità, in quanto produce il 50% dell'ossigeno (p.d.)

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DAI MEDIA

martedì 14 febbraio 2017

L’impronta digitale della globalizzazione

«Apple, Google, Simens, Roll Royce sono solo alcune delle imprese che hanno la Rete come infrastruttura. Finanza, lavoro precario, bassi salari, evasione fiscale, uso dell'intelligenza artificiale e tendenza al monopolio sono le loro caratteristiche». il manifesto, 14 febbraio 2017 (c.m.c.)

Nick Srnicek Platform capitalism (Polity, pp. 171, euro 11,66) 

In tempi dove la fila per dare l’estremo saluto alla globalizzazione si allunga sempre più, vedendo marciare gomito a gomito teorici in odore di marxismo e esponenti della destra populista e nazionalistica, un saggio come quello di Nick Srnicek Platform capitalism (Polity, pp. 171, euro 11,66) è decisamente controcorrente, visto che è scandito dalla convinzione che il capitale abbia una innata vocazione mondiale, «globalista».

Tanto esponenti radical che xenofobi sostengono che è tempo di un ritorno alla sovranità nazionale, individuando in essa sia l’unico spazio della trasformazione sociale che il fortino dove salvaguardare identità locali. La crisi economica attesta che l’ideologia neoliberale sul mondo piatto era una perniciosa illusione che ha favorito il capitale finanziario e accentuato all’inverosimile le disuguaglianze sociali. Di fronte a tale critica c’è da sottolinearne la concezione storicista dello sviluppo capitalistico, quasi che la storia sia una linea retta che tende inesorabilmente alla sua fine.

D’altronde che la globalizzazione non fosse un pranzo di gala era evidente sin dalla crisi della cosiddetta new economy. Anche allora ci fu chi scrisse che serviva solo chi desse l’estrema unzione alla globalizzazione dopo il tonfo della Borsa a Wall Street che decretò la chiusura di decine di imprese high-tech. Una crisi, quella di allora, che vide scorrere velocemente sugli schermi di tutto il pianeta le manifestazioni altermondialiste fino alle «giornate di Genova», l’assalto alle Torri gemelle, l’intervento militare in Afghanistan prima e Iraq dopo.

Nel mondo piatto amato dai neoliberisti la guerra – sebbene sia comunque un conflitto non convenzionale, cioè combattuto da eserciti nazionali – è sempre lo strumento di gestione politica della crisi capitalistica che, in questo caso, ha accelerato i processi di globalizzazione, all’interno di uno schema dove la somma tra discontinuità e continuità non si avvicina certo allo zero. Semmai dà forma a fenomeni di interdipendenza e diffusione planetaria del modo di produzione capitalistico, in un caleidoscopio di finanza internazionale, imprese globali e bacini di eterogeneo lavoro vivo.

Anche quello che sta accadendo in queste settimane negli Stati Uniti dopo l’insediamento di Donald Trump non suona a morte per nessuno, ma segnala semmai la ferocia e la violenza che contraddistinguono i tentativi di fuoriuscire da una crisi a geografia variabile che dura ormai dal 2007 e della quale ancora non si vede l’uscita. Più che ratificare la fine della globalizzazione Trump sta semmai sottoscrivendo l’atto di dolore della fine dell’egemonia statunitense nell’economia mondiale.

Per comprendere la difficoltà di chiudere una fase dello sviluppo capitalistico con un decreto presidenziale il denso saggio di Nick Srnicek è quindi una ventata di aria fresca. L’autore, nell’analisi del ruolo nel capitalismo mondiale di imprese come Google, Amazon, General Electric, Siemens, Ibm, Apple, Roll Royce, Uber, invita a pensare alla globalizzazione non come una parentesi, bensì come un elemento irreversibile, specificando tuttavia che non esiste un modello statico della globalizzazione stessa, bensì come un processo dove svolgono un ruolo fondamentale le strategie imprenditoriali tese a ingaggiare e prevenire il conflitto sociale, e di classe, nonché trovare una risposta, flessibile e in divenire, a una crisi del capitalismo che ha preso l’avvio nei, ormai lontani, anni Settanta del Novecento.

Ricercatore presso la Univerity of London e autore di un libro dove prefigura una società postlavorista (Inventing the Future: Postcapitalism and a World Without Work, scritto con Alex William) e di alcuni saggi sull’«accelerazionismo» – in Italia ne è stato pubblicato uno nel volume Gli algoritmi del capitale (ombre corte) -, Srnicek si propone in questo saggio di illustrare le caratteristiche di un capitalismo globale e dove lo stato-nazione serve tutt’al più a garantire la deregolamentazione del mercato del lavoro, la libertà di movimento dei capitali e a definire le norme affinché la vita sociale sia compatibile con il regime di accumulazione capitalistico.

Il saggio fornisce elementi analitici, approfondimenti sulle diverse tipologie di «piattaforma» e business model che scandiscono il platform capitalism. La scelta di una consolidata datazione storica dello sviluppo capitalismo – la crisi degli anni Settanta dovuta a un surplus di capacità produttiva e la conseguente sovrapproduzione, la liberalizzazione della circolazione dei capitali, la leva usata sui tassi d’interesse, la deregolamentazione del mercato del lavoro e un epocale processo di decentramento produttivo, lo tsunami di investimenti per la ricerca e sviluppo propedeutico alla «rivoluzione del silicio» – serve per leggere lo sviluppo capitalistico in base a una logica «sistemica» esterna alle relazioni sociali e i conflitti di classe, geopolitici che hanno caratterizzato gli anni del neoliberismo. Ed è questa logica sistemica che dà forma alla globalizzazione e alla sua infrastruttura tecnologica, la Rete.

La narrazione di Srnicek abbandona a questo punto i sentieri già aperti e battuti dalla tradizione keynesiana-marxista per affrontare elementi ritenuti inediti dell’attività economica: forme di impresa a rete dalle medie dimensioni che generano però alti profitti e che occupano il centro della scena globale produttiva.

Già perché il modello di imprese emergente è quello definito, secondo l’autore, dalla Nike: accentramento della gestione di ideazione, progettazione e decentramento radicale di tutte le attività a basso contenuto di conoscenza (in questo caso torna utile la distinzione tra dati e conoscenza, spesso ignorata dagli agit-prop del capitalismo delle piattaforme).

Ma quello che fa davvero la differenza è che i dati sono ormai diventati le materie prime privilegiate nello sviluppo capitalistico. E che la cosiddetta digital economy è trasversale, cioè coinvolge tutte le attività produttive. Considerando la tassonomia delle espressioni usate per indicarla – sharing economy, app economy, gig economy – una convenzione che qualifica questo o quell’aspetto dell’economia digitale, la tesi di Srnicek è che il platform capitalism è il modello emergente e vincente di questo giro di boa del capitalismo. Ogni impresa investe infatti in tecnologia e software, così come è connessa alla rete per rendere efficiente il coordinamento delle diverse fasi produttive, disperse geograficamente su regioni non sempre vicine, producendo così dati, cioè materia prima per se stesse e per altre imprese.

La scala globale delle piattaforme è dovuta all’obiettivo di accrescere, in maniera esponenziale, la massa di dati da elaborare, impacchettare, vendere ad altre aziende per i loro affari, sia che siano vendita di spazi pubblicitari o servizi.

Interessante è la distinzione introdotta per evidenziare diverse tipologie di piattaforma. C’è l’advertising platform (vendita di spazi pubblicitari: qui i padroni sono Google e Facebook), la cloud platform, cioè i proprietari di hardware e software usati da altre imprese, l’industrial platforms (che fornisce la tecnologie e il software affinché altre aziende possano ottimizzare i propri processi organizzativi e produttivi), le product platforms (i loro profitti derivano dall’uso di altre piattaforme, che trasformano i loro prodotti in servizi usati da imprese), le lean platforms (quei servizi come Airb&b e Uber).

Tutte queste tipologie più dati accumulano più potere esercitano sul mercato di loro competenza, garantendo così i propri margini di competività verso altre imprese. Ma la vocazione «globalista» è data da altri motivi triviali: l’evasione delle tasse, facendo leva sulle differenti legislazioni e sulla moltiplicazione di regioni tax free per attrarre investimenti. La creazione di monopoli è quindi la logica conseguenza di questo tipo di capitalismo, nonostante le retoriche dominanti sul libero mercato e la concorrenza come sale di una buona economia.

In un milieu di capitale di ventura, sviluppo di software che attingono a ricerche sull’Intelligenza artificiale, lavoro precario e deregolamentato, le piattaforme sono inoltre imprese con pochi dipendenti, ma che attivano ampi indotti di piccole imprese che sviluppano app. Il nodo della crescita senza lavoro trova soluzione in questa dimensione «sistemica» del capitalismo delle piattaforme.

L’altro elemento colto da Srnicek è il legame tra tecnologie della sorveglianza e accumulo dei dati. Più sorveglianza c’è, più dati possono essere tratti dai comportamenti dei singoli, attivando procedure automatizzate di «profilazione» che può essere successivamente venduta o per sviluppare strategie di pubblicità mirate. In questo caso, sarebbe però opportuna la formazione di un complesso militare-digitale, visto che tanto i militari che le imprese private raccolgono, «estraggono» dati.

Pochi, invece, i riferimenti a su come sia cambiato il lavoro. Srnicek insiste sul fatto che il capitalismo delle piattaforme prevede una crescita senza lavoro, ma il discorso andrebbe meglio articolato. Da una parte ogni impresa di questo tipo dà forma a veri e propri bacini di forza lavoro che contemplano diverse forme contrattuali, specializzazione, appartenenza etnica e di genere e dove le imprese attingono ogni volta che ne hanno bisogno. Da questo punto di vista sarebbe corretto parlare che il lavoro vivo viene gestito tutto come un esercito industriale di riserva, eccetto per alcune mansioni ritenute strategiche, determinando la convergenza di interessi tra il core labour e le imprese (da questo punto di vista Silicon Valley è paradigmatica della difficoltà, se non impossibilità di pensare i knowledge worker come soggetto centrale di un rinnovato conflitto di classe).

Il caso noto dei Mechanical Turk di Amazon è qui significativo dell’uso di lavoro intermittente e con salari spesso sotto al di sotto della soglia di povertà.

Ma questo non è l’oggetto del libro. Un limite certo, ma anche un punto di forza nel descrivere e mettere a tema teorico e politico il platform capitalism come forma emergente di quella globalizzazione che tutti considerano morta ma che fa della crisi, e della sua flessibile gestione, un elemento dinamico. Per le imprese, certo non per il lavoro vivo, che vede moltiplicarsi dispositivi, norme, regole di comportamento e una riduzione progressiva del suo salario.
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