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venerdì 24 febbraio 2017

Il cuore nero del lavoro

Itinerari nel mondo dello sfruttamento del lavoro. Andata e ritorno: dalla schiavitù, al "caporalato", alle "agenzie interinali", alla schiavitù. la Repubblica, 24 febbraio 2017 (c.m.c.)



Cambiano vestito ma sotto c’è sempre lo stesso cuore nero. La raccolta del carico umano non la fanno più nella piazza ma in un ufficio con vetrine luccicanti e signorine sorridenti, mail garbate, furgoncini che profumano di nuovo. Sono schiavisti e si presentano come tour operator.

È il nuovo “caporale” dell’Italia nascosta, quello che si adegua ai tempi e sa che non può più andare all’alba giù in paese e mettersi davanti a tutti quelli che aspettano tremanti e dire «tu sì» e «tu no», tu lavori per me e tu fai la fame, «tu domani» e «tu mai». Come alla fiera del bestiame, solo che adesso il mercato degli animali è più pettinato, a prima vista regolare e legale, politicamente super-corretto. Senza quella manifesta violenza fisica e psicologica che li faceva sembrare tanto cattivi, tanto mafiosi. Ma sempre sfruttatori di sangue sono, vampiri che fatturano secondo stime per difetto 9 miliardi di euro l’anno, tre solo con il pomodoro. Sono sempre loro, come quando li ammassavano sul cassone di un camion per scaricarli poi in una vigna o in un orto, in un uliveto o in una serra.

Questa storia di Trani ci fa scoprire un Meridione che cambia e non cambia mai nei suoi abissi, dai campieri a cavallo ai campieri costretti dalla modernità a ripulirsi per continuare a trafficare con lavoratori in servitù totale. Solo i nomi sono diversi. Oggi è toccata a Paola, Paola Clemente, stroncata dalla fatica sotto un tendone nelle campagne di Andria. Ma quante sono le Paole di cui non sappiamo nulla e non sapremo mai nulla, le Paole che muoiono di fatica giù in Puglia o in Calabria, in Sicilia o in Campania? Solo quelle pugliesi - le braccianti donne - vittime dei caporali italiani sarebbero 40 mila. È come la mafia che non spara più e che si presenta conciliante e “affettuosa” per fare affari o dare lavoro. Mica lo fa con la lupara a tracolla o con il revolver infilato nella cinghia dei pantaloni. Fa la sua offerta, prendere o lasciare. Fuori è tutto in ordine, dentro tutto sudicio. Tour operator.

E cosa faceva prima Ciro Grassi, il titolare dell’azienda di trasporti tarantina che spostava quelle come Paola fino ad Andria o giù nel tarantino o verso Brindisi perché dividessero gli acini maturi da quelli ancora acerbi e non sviluppati? Faceva il “caporale” alla vecchia maniera, all’antica come era abituato a fare da una vita. Non ha mai trovato un altro mestiere. Si è solo emancipato nella sua specialità. Dalla conta mattutina nell’arena al patto con il direttore dell’agenzia interinale che ha il suo sito con “offerte di lavoro” e addirittura con “opportunità di carriera”, il ragioniere compiacente che sapeva tutto e giostrava con i contributi da far sparire, c’era pure una parente loro che poi nei campi faceva anche la caposquadra. La Kapò del vigneto.

Quelle come Paola stavano piegate fra pesticidi o l’inferno dei tendoni dodici ore per 30 euro, due euro e mezzo ogni sessanta minuti. Dalle tre di notte alle tre del pomeriggio. Ma ufficialmente le braccianti guadagnavano di più, il resto però - il trenta per cento circa - se lo prendevano i padroncini. Se lo dividevano.

Che differenza c’è mai fra questa schiavitù avvolta in carta patinata e quella rozza di più di mezzo secolo fa tra Eboli e Battipaglia, fra l’agro napoletano e i feudi sterminati dei conti e dei marchesi giù in Sicilia? Sempre mercato di braccia e di corpi, di soprusi e di “soprastanti” anche se nessuno li chiama più così ma così sono ancora. Il cuore nero.

Negli ultimi anni abbiamo raccontato le vicende degli schiavi che si muovevano di regione in regione inseguendo i raccolti di frutta e verdure dalla Sicilia alla Puglia, dal casertano ai giardini di arance della Piana di Gioia Tauro. Abbiamo raccontato la “caccia al nero” del 2010 sulle strade fra Rosarno e Gioia Tauro, quando la popolazione locale ha imbracciato le armi contro i senegalesi e gli ivoriani e i ghanesi che non ne potevano più di morire di freddo e di fame. E poi le tragedie dei bulgari, dei romeni, dei lituani, degli slovacchi che sopravvivevano nelle baraccopoli della Capitanata e ogni tanto morivano e ogni tanto si ribellavano. Come quei tre ragazzi polacchi di vent’anni - Arkadiusz e Wojcech e Bartosz - che un giorno d’estate del 2006 hanno fatto scoprire il racket del Tavoliere.

Ma ci mancava in questa miserabile lista il mediatore losco provvisto di licenza di “noleggio e trasporto persone con conducente” che viene contattato da una grande società del Nord, con sede al centro di Milano e che ha i suoi referenti in ogni piccola e grande città del Sud. Questa società come altre agenzie di collocamento sono tutte senza un pelo fuori dalla legge, buste paghe apparentemente regolari, firme e controfirme, le carte sempre a posto. Poi qualcuno non ce la fa più. Capita. Poi qualcuno muore. Capita.
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