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mercoledì 1 febbraio 2017

Decostruire il paradigma della "emergenza migranti"

Una interessante riflessione critica  di un eminente psichiatra sulla strumentalizzazione politica dell’emergenza migranti e sulla necessità di costruire nuove strategie di accoglienza capaci di coniugare conflitto e mediazione . Souk online, 14 novembre 2016. (m.c.g.)


Troppi morti innocenti nel mare Mediterraneo, troppe vite innocenti respinte, aggredite, umiliate e, infine, "vendute" a una dittatura (tuttavia "alleata") perché non invadano l'Europa delle democrazie. Troppi morti innocenti trucidati in nome di dio. Troppi morti innocenti trucidati in nome della democrazia che vende armi al supermercato. Troppe donne uccise per il solo fatto di essere donne.

L'Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati stima che nel 2015, 65.3 milioni di persone erano dislocate dai loro paesi di origine, quasi 6 milioni di piú che l'anno precedente. Di questi 65.3 milioni, 3.2 milioni (ossia meno del 5%) attendono di essere accolti in paesi ad alto reddito. L'Alto Commissario Filippo Grandi scrive: "Un impressionante numero di rifugiati muore ogni anno in mare e quando si trovano in terraferma queste persone che sfuggono la guerra vengono bloccate da confini chiusi. Chiudere le frontiere non risolve il problema". (UNHCR, 2016).

Sembra davvero che il "Male" si radicalizzi a misura in cui la "Speranza" cristiana e la "Utopia" laica si affievoliscono e si perdono schiacciate dalla evidenza e dalla razionalità (presunte evidenza e razionalità) del pragmatismo senza visione della politica e dalla chiusura individualistica in nome della nuova "religione" miope del "well being", della "mindfulness" e di tutte le forme serie e meno serie, solide e meno solide di perseguimento del benessere individuale.

Vi è certamente una emergenza grave e pressante ma non è quella mediatizzata ogni giorno della "invasione" dei rifugiati, dei profughi e dei migranti (evitiamo aggettivi che classifichino i migranti ora come "politici" e dunque da compatire ora come "economici" e dunque da temere). Ció che deve fare riflettere è che una entità politica (l'Unione Europea) di 500 milioni di abitanti definisca emergenza l'arrivo di una popolazione che rappresenta meno dell' 1% della propria popolazione: si è deciso di chiamare emergenza la propria intolleranza, il proprio egoismo e soprattutto la propria cecità di fronte alla drammatica crisi demografica europea che beneficierebbe di una iniezione di immigrazione massiccia. Malgrado dunque la pressione mediatica, non è il caso di parlare di "emergenza migranti" per i paesi europei. Semmai i migranti stessi sono esposti a una emergenza che è quella di dovere fuggire e trovare paesi che li accolgano.

La vera emergenza occidentale, grave e pressante e da contrastare è quella della rinuncia alla Utopia quando, invece, contro la radicalità del male dovremmo dare vita e forza alla radicalità del bene, della utopia del bene, della speranza del bene, dell'operare per il bene. Con la troppo entusiasticamente celebrata "morte delle ideologie" (che hanno giustificato pensieri unici e totalitari ma che hanno anche prodotto sogni e speranze e visioni di società) siamo rimasti senza sogni e speranze ma non ci siano disfatti dei pensieri unici e totalitari che non sono piú sorretti da weltanshaung del bene (anche se subito tradite, è vero) ma piuttosto da deliri mortiferi (Palingenesi Islamiche che si scontrano con Identità Nazionali Xenofobe)

A partire dagli anni di piombo ci hanno inculcato (e troppo volentieri abbiamo accettato) che fra utopia e realtà c'è da fare un grande compromesso, che dobbiamo mediare fra i sogni del buono, del vero e del bello e la pratica quotidiana della realtà, pena l'infantilismo politico e individuale. Questo sembra ragionevole e certamente lo è. Tuttavia, dobiamo discutere e decidere quale sia la "misura" accettabile della mediazione; quale sia la quota di verità a cui rinunciare, quale sia la quota di bene da ritenere procrastinabile e quale quella di male da ritenere accettabile: questa è la questione politica e privata che ci si pone sempre piú pressante.

Negoziazione e Mediazione hanno fornito prove brillanti in un passato recente e basti pensare alla Commissione del perdono istituita in Sud Africa alla fine dell'apartheid. Ma anche prove disastrose e basti pensare ai fallimenti ripetuti e irreversibili del dialogo Palestinese-Israeliano. Gli operatori di pace, riconciliazione e perdono ritengono che la mediazione sia la unica strada possibile e umana affinché realtà e speranza si incontrino a mezza strada ma, e ancora una volta va ripetuto, c'è da decidere chi stabilisce quale sia la mezza strada e questo vale sia quando sono gruppi, popoli e nazioni a parlarsi sia quando la questione si presenta in forme individuali e talvolta intime: quale è la "mia misura" accettabile di mediazione?

Dunque, è necessario creare Laboratori di Mediazione per potere definire nuove forme piú efficaci di Mediazione? Oppure, a fronte della radicalità del male dobbiamo forse rinunciare all'ottimismo della mediazione e ri-pensare il Conflitto come unica risposta? Non vi è dubbio tuttavia che il Conflitto nelle sue forme tradizionali è fallito: gli anni di piombo hanno mostrato che il conflitto armato poteva solamente generare morte e banalizzare la morte. Ma anche nelle sue forme tradizionali non violente (lo sciopero, la manifestazione di piazza) il Conflitto non si declina piú con sufficiente efficacia e, non a caso, viene rapidamente reso inefficace dalla violenza degli ambigui "black bloc" che servono interessi spesso estranei alle buone ragioni del conflitto. Dunque laboratori di ricerca di nuove forme di Mediazione o di nuove forme di Conflitto?

C'è da chiedersi se il ripensamento non debba essere radicale e la ricerca debba volgersi al medesimo tempo verso nuove forme di conflitto e verso nuove forme di mediazione. Infatti, non c'è conflitto efficace che non abbia

in sè i germi della mediazione e non c'è mediazione autentica che non abbia in sè l'ipotesi della ripresa del conflitto: se non fosse cosí il conflitto sarebbe cieco e distruttivo e la mediazione troppo pragmatica e arrendevole. Il Conflitto efficace si nutre di speranza, di utopie, di weltanshaung, di ipotesi di società e solo se cosí nutrito avrà la capacità di confliggere, di resistere e anche di mediare.

Se riflettere e cercare queste nuove forme di conflitto-mediazione è la vera urgenza che ci attraversa in questi tempi di violenza e di perdità di umanità, questa ricerca ci deve attrezzare fino da ora a leggere e agire la pseudo-urgenza dei migranti. La pseudo urgenza dei migranti va decostruita, destrutturata, negata, deistituzionalizzata

Innanzitutto si deve chiarire una volta per tutte che la emergenza cui sono esposti i migranti esiste ed è reale e drammatica mentre la emergenza rappresentata dall'arrivo dei migranti e che colpirebbe i paesi di accoglienza non esiste.

Infatti, secondo la definizione dell'Alto Commissariato ONU per i Rifugiati (UNHCR) una emergenza per rifugiati è quella situazione in cui la vita e il benessere dei rifugiati è minacciata se non si prendono misure immediate e eccezionali (UNHCR 2007). Dunque non vi è alcun dubbio che i rifugiati e i migranti in generale sono esposti a una emergenza.

Ma che dire della emergenza cui si dicono esposti i paesi di accoglienza (o presunta accoglienza)? Una emergenza è un evento totalmente inaspettato, relativamente raro, di durata relativamente definita: il massicccio arrivo di migranti da paesi in guerra ove i piú basilari diritti sono assenti e le condizioni di vita materiale sono al di sotto di ogni soglia di tollerabilità non era inaspettato ma anzi era prevedibile; il fenomento della migrazione verso l'Europa è da tempo frequente, inarrestabile e destinato a durare.

Dunque, di tutto si puó parlare fuorchè una emergenza per i paesi che dovrebbero accogliere i migranti. Se una emergenza si definisce come un incidente che pone una minaccia immediata alla vita, la salute, la proprietà o l'ambiente , i paesi europei non possono dirsi esposti a queste minacce e dunque non possono definire emergenza quella rappresentata dai migranti (loro sí esposti a una emergenza che minaccia le loro vite e il loro benessere).

Ma allora cui prodest definire emergenza ció che emergenza non è?

I "benefici" di un regime di emergenza sono numerosi anche se ambigui, cinici, ingiusti.

Inanzitutto una emergenza in quanto eccezionale e inaspettata esime i governi nazionali e locali dall'assumere la questione dei migranti cone "sistemica" e come tale da gestire come fenomeno "normale" che richiede politiche, interventi sistemici, di largo respiro, di durata indeterminata e assimilabili agli interventi per tutti i cittadini vunerabili. Si tratta di una differenza non da poco: si tratta infatti di abbandonare la cultura del "materasso e della tazza di brodo" e assumere la cultura dell'intervento strutturale che garantisca diritti, salute, abitazione e educazione.

Il regime di emergenza facilita la creazione di stati di allarme, panico, disinformazione, isteria collettiva ("invasioni di migranti", "minaccia per i posti di lavoro nazionali", "pericoli di epidemie", "rischio di violenze sulle donne", "rischio terrorismo", "attentati alla identità etnica, religiosa e culturale nazionale"). Queste paranoie sociali sono alimentate dalle crescenti formazioni xenofobe che fondano la propria propaganda efficace sulla disinformazione sistematica e sulla intolleranza (in Italia la Lega, in Francia il Front National, nel Regno Unito il movimento di Farage, in Austria, Ungheria, Polonia i movimenti neofascisti xenofobi). Questi movimenti di "chiamata all'odio" fondano il loro successo sul regime di emergenza.

La disinformazione sistematica sulle conseguenze della emergenza migranti occulta "altre" verità e "altre" informazioni vere e scomode: la disoccupazione nazionale non è causata dai migranti ma dal crollo degli investimenti nazionali, dalle delocalizzazioni industriali e dal restringimento del mercato del lavoro; le grande maggioranza delle violenze sulle donne è perpetrata in famiglie nazionali da coniugi "nazionali"; il terrorismo non si serve dei migranti ma di cittadini di non recente immigrazione; gli unici veri rischi epidemici non dipendono dai migranti ma sono legati alla propaganda criminale contro le vaccinazioni ecc...

Infine, il regime di emergenza favorisce il business della emergenza; convenzioni e rette per capita rappresentano un giro di affari importante che alimenta molte organizzazioni non governamentali con e senza fini di lucro. Inoltre vi è un effetto economico indiretto legato alla formazione che rappresenta un altro business significativo anche se non viene mai sottoposto a verifiche e valutazioni di efficacia: formare per formare senza mai sapere quali effetti virtuosi abbia potuto avere la formazione.

Dunque, è urgente decostruire il paradigma della emergenza, smascherarne le ambiguità e reticenze. E' urgente "dire la verità". Ancora, l'Alto Commisario scrive: "La battaglia dell' Europa per gestire i poco piú di un milione di migranti e rifugiati arrivati attraverso il Mediterraneo ha dominato l'attenzione di tutti i media nel 2015 ma in realtà la maggiorparte dei rifugiati di tutto il mondo stanno altrove. In totale l'86% dei rifugiati sotto il mandato del UNHCR nel 2015 si trovavano in paesi a medio e basso reddito....la Turchia è stato il paese di maggiore accoglienza con 2,5 milioni di rifugiati; il Libano ha accolto il maggiore numero di rifugiati in proprozione alla propria popolazione nazionale: 183 rifugiati ogni 1000 abitanti..." (UNHCR, 2016).

E' necessario attrezzarsi con i saperi e le pratiche del conflitto e della mediazione. Essere capaci di andare allo scontro diretto, duro e aggressivo per denunciare la sistematica disinformazione, per mostrare i dati statistici reali e non quelli mediatico-emozionali, per denunciare gli abusi e le violazioni delle leggi nazionali e internazionali, per pretendere giustizia, salute, educazione, integrazione. Andare allo scontro duro ma anche essere pronti alla mediazione tecnica insieme a tutti quei giuristi, medici, economisti di buona volontà disponibili a costituire un esercito tanto determinato nel conflitto quanto astuto nella mediazione.

Scrive Virginio Colmegna nell'articolo intitolato "Indignarsi" e pubblicato su questo stesso numero di Souq: "Per questo mi chiedo: come contribuire a liberare l'umanità, la terra da questa morsa? Non si può realizzare questo solo raccontando un altro mondo, un'altra ideologia spesso retorica, ma è ancor più urgente e possibile stare dentro alle esperienze concrete di lotte,di condivisione per l'uguaglianza e inclusione. Va vissuta sul campo questa speranza straordinaria di cambiamento di novità, di utopia. Certamente è un cammino lungo e faticoso che forse riuscirà solo a passare da condizione di minore giustizia a condizione di maggiore giustizia, a uno sforzo di inclusione maggiore.E' questa l’unica ma esigente possibilità e responsabilità: stare nel mezzo di iniziative locali,di comunità territoriali,di laboratori operosi che testimoniano che si può e si deve non rassegnarsi."

Qui è detto tutto di questa sfida a coniugare conflitto e mediazione, scontro e ricerca di soluzioni.

In questa prospettiva dello "stare nel mezzo", per ancora citare Colmegna, Souq sta nel mezzo e il 6 marzo 2017 organizza una giornata a Milano in Università Statale per riflettere su questi temi invitando i protagonisti delle esperienze coraggiose e radicali della accoglienza ma anche le voci autorevoli delle istituzioni locali, nazionali e internazionali: l'alto Commissario delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR) Filippo Grandi ha accettato di tenere in quella occasione una Conferenza Magistrale.

Bibliografia

- UNHCR Handbook for Emergencies. United Nations High Commissioner for Refugees, Geneva, Third Edition February, 2007.
- UNHCR Press Release 20 June 2016. United Nations High Commissioner for Refugees, Geneva Decostruire il paradigma della "emergenza migranti"


Riferimenti
L’autore, Benedetto Saraceno - psichiatra che si è formato a Trieste con Franco Basaglia e Franco Rotelli e che è stato per 12 anni il Direttore del Programma di Salute Mentale della Organizzazione Mondiale della Sanità a Ginevra – è Direttore scientifico della rivista online Souk Quaderni pubblicata dal ‘Centro Studi sulla sofferenza urbana’ che è parte integrante delle attività della Casa della Carità presieduta da Don Virginio Colmegna. Il centro studi promuove e presenta reti e connessioni con le grandi città del mondo che vivono situazioni simili, contesti analoghi di urbanizzazione e quindi di marginalizzazione e di nuove povertà. (m.c.g.)
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