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A un secolo dalla dichiarazione di Balfour, con cui il Regno Unito promise la nascita di stato ebraico in Palestina, esautorando i Palestinesi lei loro diritti, la Cisgiordania è “La più grande prigione del mondo” come dice il titolo dell ‘ultimo libro dello storico israeliano Ilan Pappe (da cui è presa la copertina di questa settimana). (a.b)

scritta dai media

DAI MEDIA

martedì 17 gennaio 2017

Ultima fermata Belgrado: l’Europa è un fabbricato gelido

«Serbia.Ottomila richiedenti asilo bloccati, 1500 vivono alle porte della Capitale senza bagni né riscaldamenti in un deposito dei bus». il Fatto Quotidiano, 17 gennaio 2017 (p.d.)


Il viso strisciato di nero sbuca da un sarcofago di coperte. Gli addominali si flettono, un ragazzo non ancora ventenne sputa con tutta la forza che riesce a raccogliere. La saliva è bruna, mista a fuliggine. Due colpi di tosse e, dopo il tonfo sordo del corpo che si accascia a terra, torna il silenzio. Il freddo non dà tre gua, per tutta la settimana scorsa il termometro è oscillato tra i due e i meno 20 gradi centigradi. La neve diventa ghiaccio che calpestato si trasforma in acqua sporca, scarpe e vestiti si inzuppano. L’umidità corrode i tessuti e attacca la pelle, ogni taglio diventa una piaga. L’unica soluzione è il fuoco. Non si possono contare i roghi all’interno dei quattro capannoni della stazione ferroviaria abbandonata. I fuochi accesi al chiuso vengono alimentati da plastica e vecchie traversine ferroviarie incatramate.

L’invito (scaduto) della Merkel

Sono almeno 1500 i ragazzi bloccati in questi fabbricati sulla riva dello Sprea. Afghani e pachistani, migranti che decine di mesi fa hanno sentito nei racconti degli amici già partiti, dell’apertura europea ai profughi. Probabilmente si sono messi in viaggio quando l’invito della cancelliera Angela Merkel non era già più valido.

“Riaprono i confini?”, chiedono come una litania ai giornalisti e volontari, l’unico contatto con il mondo esterno. Ed è difficile spiegare che l’accoglienza è finita, che era solo per i siriani e per un tempo limitato, già terminato. “Le frontiere si chiudono per un mese, un anno, non per sempre”, risponde Imad, 17 anni, afghano con un berretto verde militare calcato sulla fronte. Aspetta da mesi, a ogni sua parola un fumetto di vapore esce dalla bocca. In quattro sono seduti sulle strutture metalliche di alcune sedie. Le parti in legno sono ormai brace.

Mentre vivono la distanza da casa, pensano alla meta. Quella che li ha fatti partire, la ricca Baviera, è ormai inarrivabile, quindi ne scelgono un'altra. “Sono qui da quattro mesi – racconta Kaleem Khan – sono in marcia da oltre un anno. Volevo andare in Germania, ma adesso anche loro fanno i rimpatri. Meglio l’Italia, da voi danno i documenti agli afghani”. Kaleem ha 23 anni e prima di partire per il sogno europeo non si era mai allontanato da casa per più di una giornata di cammino. La sua famiglia è in Pashtunistan, nella zona occidentale del Pakistan, regione della minoranza pashtun. Con ogni probabilità, per ottenere il visto umanitario, dirà alle autorità italiane di essere afghano. La lingua è la stessa e i suoi tratti somatici, occhi affilati e gote alte, non tradiscono la nazionalità del suo passaporto. Il confine tracciato, a tavolino a fine 800, dalla linea Durand non ha cancellato la sua identità culturale afghana, ne ha limitato il potere dei talebani nel suo villaggio.

In coda per una ciotola di zuppa calda

Una volta al giorno, i sogni di questi giovani si mettono in coda. Anche con la neve, un gruppo di volontari porta una zuppa calda, ce n’è sempre per tutti. Gli attivisti si sono conosciuti a Idomeni, il campo dove decine di migliaia di persone si sono ammassate dopo la chiusura della rotta balcanica. Come durante la scorsa primavera al confine greco-macedone, gli unici europei sempre a disposizione sono una manciata di studenti con piercing e capelli colorati. E a forza di aiutare e parlare, questi coetanei iniziano a condividere anche prospettive e analisi politiche. Lo scorso fine settimana sono apparse, su diversi muri del deposito, frasi scritte con la bomboletta in un inglese incerto. “Rifugiati non terroristi” e “Aiutateci” e “Abbiamo bisogno di scarpe”.

In Serbia al momento sono bloccati quasi 8000 richiedenti asilo. Ai 1500 che vivono senza bagno né riscaldamento nel deposito dietro la stazione dei bus, si devono aggiungere diverse centinaia di accampati per strada o in occupazioni abitative. Mentre nei campi ufficiali, sparsi in tutto il Paese, sono ospitati in 6000. Krnjaca, alle porte della Capitale, ha una storia ventennale. Qui sono stati accolti i profughi croati e bosniaci degli anni Novanta, ora ci vivono 1154 persone. “La metà sono afghani – racconta Ivan Miskovic, responsabile governativo del campo – tutte famiglie e soggetti vulnerabili”. Le casette che compongono il centro racchiudono una serie di stanze di pochi metri quadrati.

Lo scultore diventato barbiere

Un armadio e due, tre, quattro letti a castello, fino a riempire ogni spazio. Tutto bianco, pulito, asettico. Anche i vialetti tra le baracche sono candidi, il sole rimbalza sulle lastre di ghiaccio che ricoprono tutto. Accecato dalla luce un bimbo piega la testa a favore dell’uomo che gli sta tagliando i capelli. Il barbiere, afghano come il suo giovane cliente, è in realtà uno scultore. Con lui ci sono la moglie e due ragazzi di 17 e 17 anni. “Siamo stati minacciati a lungo – racconta Shafiullah, il figlio maggiore – mio padre è un artista, ma secondo alcuni non rispetta i precetti religiosi islamici. Scolpisce figure umane”. Sono in questo campo da oltre cinque mesi e aspettano di poter andare in Ungheria, legalmente. “Il nostro numero è il 423, oggi hanno fatto passare il 404 e il 405. È quasi finita”.
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