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La Galleria di Milano requisita per una cena benefica. Per non turbare il senso estetico dei lussuosi ospiti, le barriere che bloccano gli ingressi sono state dipinte d'oro. Il nudo cemento va bene solo in periferia. (p.s.)
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domenica 15 gennaio 2017

Rapimenti e riscatti, il business si fa (soprattutto) sulla pelle dei migranti

Uno dei tanti business, complementare rispetto a quello del mercanti d'armi, che si nascondono nelle tragedie della guerra diffusa come i parassiti nelle piaghe infette. Il Fatto Quotidiano, 15 gennaio 2017



Il rimpatrio dei sequestrati è sempre un momento magico. Anche se nessuno di noi può immaginare l’agonia da loro sofferta, vederli scendere dalla scaletta dell’aereo e riabbracciare i propri cari ci fa partecipare alla loro gioia. E’ come guardare un film a lieto fine: sorridiamo e siamo contenti perché il bene ha trionfato sul male. Ma questo momento di gioia nazionale ha un prezzo molto alto.

L’Italia è il Paese che paga i riscatti più ricchi ed allo stesso tempo quello che ha sofferto il numero maggiore di sequestri. Una verità che le imprese di sicurezza e quelle di assicurazioni conoscono bene, ma di cui anche gli italiani sono a conoscenza. Naturalmente, come tutti i governi europei, il nostro nega qualsiasi coinvolgimento finanziario con i sequestratori. Ma le prove che ciò avviene le abbiamo viste tutti, ad esempio nel documentario sul business dei riscatti di al Jazeera (dal titolo ‘The hostage business’) dove la telecamera ha ripreso una piramide di contante destinata ai sequestratori di Domenico Quirico e del suo compagno di prigionia, il belga Piccinin da Prata. Tuttavia, la maggior parte dei riscatti non pagati per liberare giornalisti conosciuti ma operai e tecnici che lavorano in zone ad alto rischio. E le cifre sono da capogiro. Secondo l’Europol il business dei riscatti nel 2015 ha superato i due miliardi di dollari e una delle zone più battute dai sequestratori è stata ed è tutt’ora la Libia dove l’Italia ha grossi interessi economici.

Gli ultimi ostaggi italiani sequestrati in Libia erano due operai piemontesi e un italo-canadese che lavoravano alle riparazioni dell’aeroporto di Ghat per conto di una società di Mondovì, in provincia di Cuneo, la Con.I.Cos. Sono stati liberati nel novembre del 2016. Ghat si trova nel Sud-Ovest della Libia, proprio sul confine con l’Algeria, un crocevia importantissimo del Sahel. Qui si intersecano le piste del contrabbando che partono dal Sud dell’Algeria e dal Niger, tratturi di sabbia lungo i quali viaggiano i migranti dell’Africa occidentale e orientale, tutti diretti in Europa.

Ghat è territorio tuareg, l’etnia berbera che neppure Gheddafi è mai riuscito a piegare. Da più di un decennio i tuareg cooperano con al-Qaeda nel Maghreb islamico (Aqmi), il gruppo jihadista che nel 2003 si autofinanziò con i primi rapimenti di stranieri nel Sahel e che per primo ha investito parte dei proventi dei riscatti nel contrabbando dei clandestini africani. E già da sequestratori i jihadisti di Aqimi sono diventati contrabbandieri di clandestini e come loro altri lo hanno fatto perché questo è un business ancora più remunerativo dei sequestri. Secondo l’Europol, tale traffico nel 2015 ha fruttato tra i tre e i sei miliardi di dollari e l’80 per cento dei clandestini era diretto in Europa e transitava per il nord Africa o il Medio Oriente.

Il sud della Libia è un crocevia importantissimo. Dopo la caduta di Gheddafi, i tuareg hanno collaborato con altri gruppi armati libici, alcuni vicini ai Fratelli Musulmani, che hanno partecipato alle trattative per il rilascio degli ostaggi italiani. I jihadisti siano di casa a Ghat, diventata una sorta di Tortuga del deserto, rifugio sicuro per i mercanti di uomini – bande criminali e jihadiste – che si arricchiscono trafficando in vite umane.

A Ghat i sequestratori si scambiano merce preziosa: gli ostaggi. Da Ghat si negoziano i riscatti. A Ghat i contrabbandieri di migranti imprigionano coloro che a parere loro val la pena sequestrare lungo il cammino verso l’Italia, e aspettano che le famiglie paghino i riscatti per portarli sulle coste libiche e da lì in Italia. A Ghat è difficile distinguere i contrabbandieri dai trafficanti, i sequestratori dai membri dei gruppi armati. Sono vestiti uguali, portano le stesse armi, guidano gli stessi Suv e si finanziano nello stesso modo. Le fonti principali di reddito sono i riscatti e i guadagni generati dal contrabbando di prodotti e di migranti. Un’industria altamente integrata, questa, dove il denaro, indipendentemente da come viene guadagnato, circola di continuo.

Tutto questo avviene in un paese poco distante da casa nostra, un’ex colonia, una nazione semi-fallita con la quale non abbiamo mai smesso di fare affari.

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