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domenica 29 gennaio 2017

Quella barriera sancisce la fine del sogno americano

«In passato gli Stati Uniti hanno cercato, almeno a parole e attraverso atti simbolici, di mantenersi all’altezza della propria reputazione di terra delle opportunità, disposta ad aprire le sue porte alle “masse dei poveri che anelano a respirare l’aria della libertà”». il manifesto, 29 gennaio 2017 (c.m.c.)



I decreti esecutivi con i quali Donald Trump ha stabilito di procedere al completamento della barriera divisoria lungo il confine tra gli Stati Uniti e il lucoMessico, ha dimezzato da 110.000 a 50.000 il numero annuale dei visti di immigrazione a disposizione dei rifugiati, privilegiando nell’assegnazione gli esuli cristiani, nonché ha sospeso a tempo indeterminato l’ingresso dei profughi siriani e per tre mesi l’arrivo dei cittadini di nazioni islamiche a rischio di terrorismo non rappresentano solo l’attuazione di alcune promesse che aveva formulato durante la campagna elettorale.

Le decisioni del presidente riflettono anche e soprattutto una particolare concezione degli Stati Uniti, cara a Trump e al suo elettorato, secondo la quale la società nordamericana dovrebbe essere composta preferibilmente da individui bianchi di ascendenza europea e di religione cristiana. Da questo punto di vista, chi non presenti tali caratteristiche, perché ispanico o mussulmano, costituirebbe una minaccia per la sicurezza nazionale e, come tale, non dovrebbe avere accesso al territorio del paese.

Manifestazioni di xenofobia e insensibilità nei confronti dei profughi, spesso in coincidenza con fasi di recessione economica, non sono nuove nella storia degli Stati Uniti e risalgono addirittura al periodo immediatamente successivo alla guerra d’Indipendenza. Nel 1798, infatti, venne allungato da cinque a quattordici anni il periodo minimo di residenza per ottenere la cittadinanza americana e fu attribuito al presidente il potere insindacabile di deportare gli stranieri sospettati di essere coinvolti in attività sovversive, per il timore che i giacobini francesi rifugiatisi negli Stati Uniti dopo la caduta di Robespierre potessero influenzare la politica della terra d’adozione.

Quasi un secolo più tardi, nel 1882, l’immigrazione dalla Cina fu congelata, in quanto gli asiatici erano considerati una razza inferiore, e venne riaperta soltanto nel 1943, ancorché in misura poco più che simbolica, come gesto di riconoscenza per l’adesione del governo nazionalista di Pechino alla coalizione anti-fascista durante la seconda guerra mondiale.

I cittadini italiani (ritenuti mafiosi come oggi Trump considera i messicani stupratori e narcotrafficanti) e di altre nazioni dell’Europa meridionale e orientale si videro decurtati i visti di immigrazione nel corso della prima metà degli anni Venti del Novecento perché giudicati inassimilabili dal momento che non erano di ceppo anglo-sassone né di confessione protestante. Nel decennio successivo, gli ebrei in fuga dai provvedimenti antisemiti del nazifascismo in Germania, Austria e Italia non poterono usufruire di deroghe alla stretta sui visti attuata in precedenza da Washington.

La ragione ufficiale di tale ostracismo fu la paura che tra i profughi si annidasse qualche agente nazista, ma il motivo reale era il timore che gli immigrati ebrei facessero salire il tasso di disoccupazione in un paese ancora in preda alla depressione economica.

Soltanto nel 1980, durante l’amministrazione del presidente democratico Jimmy Carter, gli Stati Uniti introdussero nella loro legislazione la categoria giuridica del rifugiato, definendolo come la persona alla quale era precluso il rimpatrio a causa di persecuzioni, o rischio fondato di persecuzioni, per motivi di razza, religione, nazionalità, appartenenza a un particolare ceto sociale o opinioni politiche. Così, in quell’anno, Washington accolse circa 125.000 esuli cubani che scappavano dal governo di Fidel Castro. Nello stesso periodo, però, la guardia costiera statunitense respinse centinaia di profughi haitiani che cercavano di sottrarsi alla dittatura di Jean-Claude Duvalier perché la natura non comunista del regime di Port-au-prince indusse Washington a considerare questi individui come semplici emigranti per ragioni economiche.

In passato, però, gli Stati Uniti hanno cercato, almeno a parole e attraverso atti simbolici, di mantenersi all’altezza della propria reputazione di terra delle opportunità, disposta ad aprire le sue porte alle “masse dei poveri che anelano a respirare l’aria della libertà”, per citare i celeberrimi versi di Emma Lazarus scolpiti sul piedistallo della Statua della Libertà.

Lo stesso Barack Obama, malgrado l’iniziale titubanza e nonostante la maggiore liberalità di Stati come la Germania e il Canada, aveva acconsentito ad accogliere 10.000 profughi siriani nel 2016 e ad accrescere il loro numero nel 2017. Con i decreti di Trump è, invece, scomparsa perfino la retorica del “sogno americano” e il nazionalismo dell’“America First” ha trovato una sua concretizzazione anche nelle politiche immigratorie, lanciando un pericoloso segnale di legittimazione per analoghe iniziative proposte da movimenti e partiti populisti sull’altra sponda dell’Atlantico.
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