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domenica 8 gennaio 2017

Plummer, architettura libertà

«Un saggio Einaudi. ¨L’esperienza dell’architettura" si pone, per Henry Plummer, come un discrimine di libertà, al di là dei meri dati funzionali». il manifesto, 8 gennaio 2017 (c.m.c.)



Se pensiamo al concetto di «paesaggio», a tutta prima non troviamo niente di inaspettato. Un orizzonte scolpito da colline e cipressi, un’area urbana segnata da strade e grattacieli, la cima di una montagna che svetta su un cielo terso e rarefatto: ognuno di questi panorami può essere goduto senza troppi sforzi, quasi fosse un bel quadro che aspetta solo di essere contemplato. Qualcosa, dunque, d’indipendente dalle nostre volontà ed esperienza.

A ben vedere, però, le cose non stanno esattamente così. A dircelo era già stato Simmel con il suo Filosofia del paesaggio del 1913. Per il pensatore tedesco, il paesaggio è un’invenzione prettamente moderna. Non un elemento fattuale legato all’oggettività della natura, bensì un prodotto storico-culturale della nostra società. Infatti, «la creazione del paesaggio richiedeva una lacerazione rispetto al sentimento unitario della natura universale». Quel sentimento unitario era rappresentato dalla nozione greca di kosmos, in cui l’individuo non poteva concepirsi se non come parte di un tutto organico e onnicompresivo, in cui natura e cultura rappresentavano due facce della stessa medaglia.

Con l’inizio dell’età moderna, quest’unità venne a mancare e l’uomo cominciò a percepirsi come un soggetto posto di fronte a un oggetto, in una relazione oppositiva e problematica. Da questa lacerazione, ecco nascere i primi paesaggi della storia: piccoli spiragli di senso in cui l’antica unità viene ripristinata, in cui l’uomo coglie attivamente l’origine comune di soggetto e oggetto, il nesso vitale che tiene insieme io e non-io. Per Simmel, dunque, il paesaggio non è solo questione «geografica», ma anche, e soprattutto, dinamica interna al sentire umano, costruzione dello spirito e della sensibilità umani.

In alternativa a Hegel


Utilizzando la medesima chiave di lettura, ci si può interrogare anche sul significato dell’architettura. Come già faceva notare Hegel, all’elemento spirituale dell’arte, l’architettura potrebbe tutt’al più solo «accennare». Infatti, la sua peculiarità sarebbe quella di rispondere a esigenze materiali di tipo funzionale e utilitaristico: se comparata alla pittura o alla poesia, essa risulta più distante dall’uomo, quasi facesse parte di quella natura che la modernità ha posto in opposizione alla coscienza individuale del soggetto.

Il corposo saggio di Henry Plummer L’esperienza dell’architettura (Einaudi, pp. 290, euro 42,00) tende a ribaltare questa linea interpretativa. Come il paesaggio non è solo una questione geografico-naturalistica, così l’architettura non è unicamente un esercizio di virtuosismo ingegneristico, bensì un ponte gettato fra il mondo e i più intimi desideri dell’uomo.

Come premessa generale, bisogna subito dire che per Plummer, riprendendo un’affermazione del teologo Tillich, «l’uomo diventa pienamente umano nel momento della decisione». In primo luogo, ciò significa che l’azione viene prima del pensiero: solo agendo l’individuo può formarsi una coscienza e realizzarsi in quanto tale. Già nell’introduzione, Plummer si rifà a Sartre e Arendt quando afferma che «la libertà non è qualcosa che ereditiamo o possediamo, ma emerge solo nel momento in cui è agita e sperimentata».

Dunque, l’architettura ha, o dovrebbe avere, il compito di offrire soluzioni motorie sempre nuove e differenti, per dare la possibilità all’uomo di autodeterminarsi liberamente. Al contrario, troppo spesso le scelte architettoniche contemporanee sono figlie di una logica piatta e a senso unico: quella fondata sull’efficienza. Il loro obiettivo è eliminare il rischio e l’incertezza, permettendo a ogni individuo di sapere fin da subito quale sarà l’esito delle proprie azioni.

Plummer rivendica invece l’apertura a possibilità plurime, l’ebbrezza collegata a una scelta rischiosa non garantita da alcuna autorità che non sia la propria coscienza personale, il ruolo pedagogico di un’architettura che invita all’azzardo e alla sperimentazione. Così, in un viaggio che tocca esperienze molto diverse fra loro, Plummer colleziona le opere di quegli architetti che incoraggiano «le attitudini degli esseri umani ad agire nello spazio».

L’esperienza dell’architettura presenta «quattro tipi base di azione spaziale», a cui fanno riferimento altrettanti capitoli. Il primo, intitolato «Piani di agilità», ha a che fare con il suolo e, nel testo, è rappresentato iconicamente dall’opera Il funambolo di Klee. Quella tratteggiata da Plummer, infatti, potrebbe essere definita «un’acrobatica dell’architettura»: il suolo è la «fonte primaria di opportunità» per esercitare «le facoltà di equilibrio e di agilità». Scale, balaustre, soppalchi: ognuno di questi elementi può stimolare una risposta motoria creativa, dove l’uomo si destreggia per superare gli ostacoli e incrementare la fiducia in se stesso.

Fra le molte opere analizzate dall’autore, spicca quella di Carlo Scarpa. In alcuni suoi lavori, come per esempio la Fondazione Querini Stampalia a Venezia, Plummer identifica lo sforzo di incentivare il senso di responsabilità, proponendo piani di mobilità non routinaria, dove scale, anfratti e pavimenti possono essere percorsi ogni volta in modo diverso.

Nel secondo capitolo, «Meccanismi di trasformazione», risuona potentemente una citazione di Schiller: «L’uomo gioca solo quando è uomo nel pieno senso della parola ed è completamente uomo solo quando gioca». Questo vale anche per l’architettura e in particolare per gli elementi cinetici degli edifici, come porte, maniglie, finestre o cancelli. Laddove l’uomo si trovi a manipolare questi dispositivi gli si deve concedere un margine di improvvisazione e incertezza. Egli deve poter giocare, cercare soluzioni inaspettate e riscoprirsi come forza energetica che è in grado di cambiare il mondo. Se l’oggetto non possiede alcuna componente ludica, l’azione umana si sminuisce e regredisce al ruolo di automazione volta a garantire un risultato meramente efficiente.

Il caso di Lloyd Wright

Con «Spazi di versatilità», Plummer introduce uno dei concetti base dell’architettura: il principio di indeterminatezza. Per salvaguardare la libertà d’azione, bisogna assicurarsi che il possibile non sia contratto in modo troppo rigido sul reale; per lasciare un margine decisionale alle persone bisogna progettare spazi polivalenti che permettano «diverse opzioni piacevoli nello stesso volume». Qui i riferimenti principali sono le piazze di città italiane come Roma e Siena e le opere di Wright. Per Plummer, le strutture di ampia grandezza devono poter essere interpretate in modi sempre diversi, così che ogni individuo si senta parte di una collettività e, allo stesso tempo, autonomo per quel che riguarda le sue scelte personali.

Infine, gli ultimi due capitoli «Profondità della scoperta» e «Campi di azione» ripropongono la tesi generale che sta alla base dell’intero volume. L’architettura può essere il ponte fra la libertà dell’uomo e il mondo, può accrescere o restringere quella libertà, può offrire la possibilità dell’esperienza o soffocarla sul nascere. Perché secondo Plummer di questo si tratta, di una questione che in fondo è anche politica. Infatti, se le azioni dell’uomo vengono costrette in binari sempre uguali e ripetitivi, in mosse automatiche e poco personalizzate, il risultato sarà che di quelle stesse azioni l’individuo si sentirà meno responsabile.

Al contrario, se uno spazio polivalente garantisce diverse possibilità di azione tutte ugualmente gratificanti, ognuno sarà incentivato a esplorare e scegliere in modo autonomo il proprio destino e sarà messo nella condizione più favorevole per riconoscere la piena responsabilità dei propri atti.
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