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A un secolo dalla dichiarazione di Balfour, con cui il Regno Unito promise la nascita di stato ebraico in Palestina, esautorando i Palestinesi lei loro diritti, la Cisgiordania è “La più grande prigione del mondo” come dice il titolo dell ‘ultimo libro dello storico israeliano Ilan Pappe (da cui è presa la copertina di questa settimana). (a.b)

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DAI MEDIA

domenica 22 gennaio 2017

Perchè l'Italia degli Appennini va a pezzi

Rottamazione dello Stato, eliminazione delle ferrovie secondarie, mancanza di regole: ecco i complici dei disastri nell'Italia più fragile. L'intervista di Davide Vecchi a Valdo Spini e gli articoli di Antonello Caporale e Andrea Gianbartolomei. Il Fatto quotidiano, 21 gennaio 2017



VALDO SPINI: 
«DAI FORESTALI ALLE PROVINCE: TROPPI SBAGLI»
intervista di Davide Vecchi"

Più chiaro non potrebbe essere: “Stiamo vivendo in una parte importante del nostro Paese una situazione estrema e dolorosa, da cui emerge la mancanza di un’organizzazione dello Stato”. Valdo Spini, da buon toscano, ha il dono della franchezza. Da politico di lungo corso, quello della sintesi. Delle ormai acclarate difficoltà organizzative nella fase iniziale dell'emergenza, l’ex sottosegretario agli Interni Spini ha maturato alcune convinzioni. E colpe. A partire dall'unificazione del Corpo forestale nei Carabinieri.

Perché ci si è arrivati?
Visto che non si riusciva o non era consigliabile, unificare polizia e carabinieri e poi finanza e carabinieri, alla fine si è pensato di annettere un corpo dalle originali caratteristiche tecniche e professionali in campo ambientale come quello forestale in un corpo di polizia militare. Si è guardato alla “etichetta “e non alla sostanza del provvedimento, con le conseguenze di oggi.

Viviamo in emergenza.
Sarebbe meglio avere un buon ministro della Protezione civile. Si ricorre invece a un Alto commissario per la ricostruzione quando c’era ancora un problema di difesa del territorio dalle scosse di terremoto e ora anche dalla neve, prevista e prevedibile anche se non in quelle dimensioni.

Insomma: pochi fatti e molte parole?
È quell’ideologia di interventi fatti per compiacere una moda piuttosto che risolvere i problemi. È quell’ideologia che ha portato a salutare l’atrofizzazione delle Province prima che intervenisse la decisione sulla loro soppressione formale, senza gli interventi istituzionali adeguati. È un’ideologia di smobilitazione che ha portato fino all’abolizione del controllo capillare sulle strade da parte dei cantonieri che dovevano provvedere a spargere subito il sale.

Le Province prima. Le Regioni poi.
La mistica della regionalizzazione (o dell’accentramento) deve trovare composizione in un sistema coordinato e regolato in cui si sappia chi è responsabile di che cosa e lo stato non sia un elemento residuale e viceversa le Regioni abbiano i mezzi per fare quanto è loro dovere, specie con il venir meno delle Province e con il taglio previsto di tante Prefetture. In tema di protezione civile è fondamentale è il coordinamento tra l’intervento nazionale e quello locale. Non si tratta di smantellare, ma di agire insieme.

I Vigili del Fuoco hanno dovuto difendersi.
Un corpo fondamentale, che ha dovuto battersi contro i tentativi di regionalizzarlo, di trasformarlo in un’azienda, di depotenziarlo, quando invece l’Italia ha il dovere di assicurare omogenei criteri di intervento e di assistenza tecnica in tutto il territorio nazionale.

Sta dicendo che chi gestisce il Paese non lo conosce?
Oggi di fronte a tanta tragedia e a tanta sofferenza, quello che si richiede è prendere fino in fondo atto dei pericoli in cui versa il nostro Paese e delle grandi esigenze di difesa del territorio e di protezione civile che ciò esige. Agire di conseguenza con una classe dirigente che ne sia fino in fondo consapevole.


QUANDO C’ERANO I TRENI,
PIÙ FORTI DELLA NEVE

di Antonello Caporale

Ferrovie I locomotori viaggiavano comunque ma l’Italia ha eliminato le linee secondarie


Ieri, ai margini della cronaca quotidiana, ha trovato un piccolo spazio la notizia di quattro corpi di poveri cristi, due dei quali – padre e figlio – trovati ghiacciati ai margini dellastrada che doveva condurli allaricerca di un po’ di cibo. Non sono morti che contano nell’Abruzzoincarcerato e isolato, costretto achiudersi in casae sperare chequalcuno ancoraoggi se ne accor-ga e prenda cura.Sono i paesi sommersi e sepolti più che dalla neve dall’incuria e dalla dabbenaggine dello Stato che proprio qui, fino a pochi anni fa, vantava il miglior sistema di mobilità esistente: il treno. La littorina prima, il locomotore elettrico poi erano dotati di una lancia d’acciaio anteriore, il rovere, che bucava la neve, spalancava la strada ai vagoni e congiungeva paese a paese. Proprio a Sulmona nasceva la tratta in quota più alta d’Italia, il collegamento lungo il crinale montuoso che legava l’Abruzzo al Molise: da Sulmona a Roccaraso, poi Castel di Sangro, Isernia e infine Carpineto. Paravalanghe a coprire i fianchi, il rostro sul muso della locomotiva ad aprire la strada e via. Era chiamata, infatti, la transiberiana d’Italia.
LA CATASTROFE di questi giorni è stata soprattutto una profonda, irreversibile crisi della mobilità. Dal 1990 in poi l’Italia ha smobilitato, liquidato e fatto arrugginire circa ottomila chilometri di tratte ferroviarie ritenute di serie b: i cosiddetti rami secchi. Nel quadrilatero della crisi i treni non esistono praticamente più. Resiste la linea del mare, la cosiddetta Adriatica, e basta. L’attraversamento, se si può definire tale, è solo lungo la via di Orte e punta su Ancona. L’Italia interna è fuori dalle linee ferroviarie, l’unico sistema di trasporto sicuro e soprattutto popolare. Il taglio dei “rami secchi” – il costo economico che procurava il mantenimento del servizio – è spesso servito da paravento, ottimo motivo per agevolare il business della gomma, naturalmente assistito da provvidenze pubbliche. Così, semplicemente, i soldi si sono spostati dai treni ai bus. A nord dell’area colpita, la Fano-Fossombrone è stata liquidata, malgrado fosse sempre ricca di viaggiatori e quella tratta congiungesse il mare all’interno con tempi di percorrenza di gran lunga inferiori a quelli che oggi impegnano i bus sostitutivi.
Uguale, per modalità e tempi di disattivazione, le altre linee che collegavano l’Italia interna alle città: Pescara di qua, Roma di là. E così, paradosso nel paradosso, il governo italiano si prepara a spendere quattro miliardi di euro per far fronte all’emergenza terremoto, pronto a impegnarne almeno altrettanti per l’enorme area devastata dalla catastrofe che è anche quella maggiormente colpita dall’abbandono, senza imputarne uno solo per riattivare i collegamenti su ferrovia, linfa vitale dell’economia locale.
VOLTERRA, da quando ha perso il treno, ha perduto la metà dei suoi abitanti. “Abbiamo in mente di utilizzare i fondi europei”, ha detto il commissario Vasco Errani. Quindi tutto da progettare, da definire, da programmare. Un domani, forse, chissà... Con Rieti, dove ha sede il centro operativo dell’emergenza che da settant’anni discute e aspetta il suo treno per Roma e Amatrice, il paese martire, che patisce a uno spopolamento che l’aveva già aggredita e che ora rischia di metterla al tappeto. Forse avremo le case, prime e seconde, ma chi le abiterà?


“DA 20 ANNI MANCA LA CARTA DELLE VALANGHE”
d
i Andrea Gianbartolomei


Mancano i piani, gli studi, la prevenzione.  Per questo incidenti come quello di Farindola, con la valanga caduta sull’Hotel Rigopiano, provocano enormi danni. Poi, quando si fa qualcosa in materia, il lavoro si ferma, mentre regolamenti e piani restano chiusi negli armadi. Come la valutazione nazionale delle criticità delle valanghe, avviata dalla Protezione civile dopo l’emergenza neve sugli Appennini nel 2012: “Il tavolo tecnico ha prodotto una bozza non ancora approvata, rimasta in stand by”, spiega Valerio Segor, dirigente del servizio di “Assetto idrogeologico dei bacini montani” della Regione Valle d'Aosta, esperto di valanghe, mentre si prepara a partire per l’Abruzzo, dove collaborerà con la Protezione civile insieme a un team di esperti.
QUELLA valutazione sarebbe pronta ormai da tre anni, ma i cambi ai vertici della Protezione civile e le altre emergenze hanno rallentato la conclusione del lavoro e la sua attuazione. Eppure sarebbe stato lavoro che sarebbe stato molto utile per calcolare i rischi e migliorare la prevenzione, magari evacuando il resort prima della slavina. Ma in Abruzzo non c’è neanche un piano più specifico: “Manca la carta delle valanghe spiega l’ingegnere dell’Aquila Dino Pignatelli, progettista di impianti di risalita che ha studiato a fondo la questione -. È una procedura che permette di individuare con precisione i punti
in cui è possibile che si verifichino le slavine. Si studia la storia delle valanghe nelle zone negli ultimi 30, 100 o 300 anni e le altre caratteristiche come il moto, la velocità, la pressione e l’altezza della neve”. Secondo l’ingegnere questa “carta” manca da almeno venti anni e la Regione Abruzzo ha avviato da poco il bando per redigere quella del Gran Sasso, una parte ancora piccola per una regione in cui il 65 per cento del territorio è composto da sistemi montagnosi. Sono poi le amministrazioni comunali che devono tenere conto di questi studi nei loro piani regolatori. Secondo l’ingegnere, l’Hotel Rigopiano era in una “zona rossa”: “Quella di mercoledì era una valanga di versante incanalata: la neve distaccandosi si incanalava e confluiva verso una zona. Il bosco, poi, era nella zona di transito, per cui la massa trascinava tronchi e detriti”.
INSOMMA, costruire la sotto è stato un gesto sconsiderato: “Non capisco come sia stato possibile farlo. È un caso scolastico”. Una carta delle valanghe, quindi, avrebbe permesso di fare qualcosa: “Si poteva mitigare l’effetto delle valanghe spiega l’esperto valdostano Segor -, si potevano porre vincoli urbanistici e si potevano fare dei piani specifici di protezione civile”.





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